Perdere soldi, perdere rispettabilità, perdere il posto che si pensava di occupare nel mondo. In Brianza la crisi economica comincia dai conti che non tornano, ma arriva presto altrove, nell'immagine che un uomo ha costruito di sé e nella paura che gli altri possano accorgersi che quella costruzione sta crollando.
È su questa frattura che Simone Catania mette uno di fronte all'altro Giorgio Farina e Alberto Fumagalli, interpretati da Fausto Russo Alesi e Paolo Pierobon. Quest'ultimo vincitore del premio come miglior attore alla Festa del Cinema di Roma, dove il film è stato presentato. Due uomini lontanissimi per carattere e modo di vivere, accomunati però dalla necessità di trovare una risposta quando le regole sulle quali hanno costruito la propria esistenza smettono di garantire sicurezza.
Il film prende le mosse da un fatto di cronaca realmente accaduto, ma se ne allontana per trasformarlo in qualcosa di più ampio. Regista e interpreti ce lo hanno spiegato ragionando soprattutto sui personaggi: non sull'eccezionalità del crimine, ma sul percorso che può portare una persona apparentemente rispettabile, persino prevedibile, a oltrepassare un limite. E se qualcosa sta risuonando in voi è perché questa storia è più attuale che mai.
Brianza, la crisi del 2008 e il fallimento di un sistema
Il punto di partenza è il 2008, all'inizio di quella crisi economica che oggi conosciamo fin troppo bene. Per Catania però non rappresenta soltanto la cornice storica in cui collocare la vicenda, ma il momento in cui un sistema comincia a mostrare apertamente le proprie crepe. "Quello che noi raccontiamo in realtà è l'inizio, è la messa in crisi di un sistema in cui si è creduto, che è il sistema capitalista", spiega.
Brianza guarda a quel fallimento attraverso le sue conseguenze sugli individui. Giorgio e Alberto sono personaggi ispirati alla realtà, ma pian piano trasformati fino a diventare autonomi rispetto alle persone da cui hanno preso origine. L'interesse non è quindi ricostruire fedelmente un episodio, ma intercettare un sentimento tutt'ora presente. "Credo che il sentimento che raccontiamo in questo film sia il medesimo di quello che invece troviamo oggi", ci dice il regista. Anzi, secondo lui "potremmo trovarlo anche tra 15 anni se la crisi continua".
Il problema diventa allora capire cosa accade quando il successo economico smette di essere soltanto benessere e coincide con l'identità stessa di una persona. Giorgio ha un'attività storica, una famiglia, un figlio, una posizione sociale. "È profondamente radicato nelle convenzioni del luogo in cui vive", spiega Paolo Pierobon, e nella necessità di salvare le apparenze.
Da fuori, tutto contribuisce a renderlo riconoscibile come una persona per bene. E proprio quel riconoscimento diventa qualcosa da difendere a ogni costo.
Giorgio e Fumagalli, due reazioni opposte allo stesso fallimento
Alberto Fumagalli è esattamente il suo contrario. Paolo Pierobon lo descrive attraverso una serie di contraddizioni: ha denaro ma conduce un'esistenza anticonvenzionale, segue un proprio codice, costruisce una cultura da autodidatta e un personale senso dell'onore e della giustizia.
"Ha i soldi, quindi ha la rispettabilità da fuori perché chi ha i soldi è rispettabile. Però è uno spiantato, ha una vita assolutamente anticonvenzionale".
È un uomo che infrange apertamente le regole o le piega alle proprie necessità, mentre Giorgio cerca fino all'ultimo di conservare l'immagine di chi quelle regole le rispetta.
Chi dei due, però, è più pericoloso? Chi agisce apertamente contro il sistema o chi resta immobile, si lascia trascinare e continua a compiere scelte sbagliate pur di non rinunciare alla propria posizione?
"Io penso che è pericoloso l'essere umano momento per momento. Momento per momento puoi fare una scelta", ci risponde Fausto Russo Alesi. Per lui "né Giorgio Farina né Alberto Fumagalli due personaggi negativi o positivi a tutto tondo. Sono in movimento, sono degli esseri umani che hanno una loro indole e che reagiscono a questo fallimento, alla crisi, al conflitto in maniera completamente differente".
Uno reagisce, l'altro sembra subire. Uno rende visibile la propria estraneità alle convenzioni, l'altro continua a cercare protezione proprio dentro quelle convenzioni. Ma "è dal loro incontro che si amplificano le possibilità" e si accende quella miccia che sfocerà in un vortice di degrado e delirio.
Quanto costa salvare le apparenze
A un certo punto il discorso arriva per forza alla menzogna, che è il centro di tutto il film. Non solo quella necessaria per nascondere un reato, ma quella che serve a tenere in piedi una vita quando ormai sta crollando.
Quel "costruire i palazzi sulla menzogna", come sintetizza Alesi, che appartiene all'essere umano in quanto tale. "Che è una questione, una tematica molto diffusa molto universale molto contemporanea anche".
La domanda diventa allora quella sulla responsabilità. Fin dove arriva - chiediamo - quella individuale e quanto conta, invece, il sistema dentro cui Giorgio e Alberto si muovono?
Premettendo che il film cambia il finale rispetto al vero fatto di cronaca, Simone Catania ci spiega che "nessuno ha la responsabilità di quello che è veramente successo. Chi ha veramente la responsabilità siamo tutti noi" perché quel sistema lo abbiamo costruito e continuiamo a viverci dentro.
Il senso ovviamente non è assolvere i personaggi dalle loro scelte, ma guardare anche a quello che c'è intorno: una società in cui perdere denaro può voler dire perdere rispetto, sicurezza e perfino il diritto di sentirsi ancora parte di qualcosa. E il fallimento del sistema capitalistico è sotto gli occhi di tutti, specialmente in queste settimane di manifestazioni sul carovita, sui carburanti, sulla crisi in tutta Europa.
Da qui nasce anche una riflessione più semplice e concreta: provare a essere "un po' più umani tra di noi" e costruire "sistemi di protezione" prima che una persona rimanga completamente sola davanti al proprio fallimento.