Bad Boys - Ride or Die, recensione: chiacchiere e distintivi per una saga che continua a non tradirsi

I colori di Miami per una quarta avventura all'insegna della tradizione. Bad Boyd: Ride or Die, dietro una sceneggiatura sgangherata, mantiene fede ad una promessa che dura da trent'anni. Al cinema dal 13 giugno.

Will Smith e Martin Lawrence, protagonisti di Bad Boys: Ride or Die

Com'è che si dice? Cambiare tutto per non cambiare nulla? Non proprio, almeno in questo caso. Adil El Arbi e Bilall Fallah, infatti, c'hanno preso gusto e, dopo il terzo capitolo del 2020 (mica male), rieccoli a Miami, insieme ai ragazzacci più cool ed esagerati di quel cinema figlio degli Anni Novanta. Non c'è dubbio infatti che il franchise di Bad Boys, arrivato al quarto film (e nonostante tutto ne vogliamo già un quinto), sia l'erede di un'estetica ben definita, che non richiede chissà quali grandi scossoni. Per certi versi, i bad boys creati da Michael Bay e George Gallo, su mitica produzione Don Simpson/Jerry Bruckheimer, sono l'emblema del tempo che non vuole passare, ancorato ad un immaginario pop nato di fine Millennio, e proseguito successivamente con innumerevoli tentativi di scopiazzatura (declinati sia sul grande che sul piccolo schermo).

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Will Smith e Martin Lawrence sono tornati

Per questo, Bad Boys: Ride or Die, fin da subito, mette in chiaro le cose: non c'è bisogno di stravolgere la formula, e non c'è bisogno di alterare l'equazione adrenalinica e pacchiana che ha irrimediabilmente segnato il concetto di buddy movie. I registi belgi, che dopo Bad Boys for Life si sono visti cancellare Batgirl, sembrano quasi affidare l'umore del film ai due iconici protagonisti, cavalcando la loro intesa di comune accordo con una storia le cui falle vengono tappate dalla solita battuta, prontamente sfoderata da una coppia di protagonisti che non hanno certo bisogno di presentazioni.

Bad Boys 4, se Mike e Marcus diventano ricercati

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Martin Lawrence e Will Smith, ricercati a Miami

Del resto, Will Smith e Martin Lawrence, sono la traduzione perfetta dello spirito della saga. Per imprinting, per toni, per fisicità. Sono diventati, negli anni, la certezza che ritorna (e a noi le certezze piacciono). Trent'anni dopo Bad Boys, fischiettando il motivetto degli Inner Circle, rieccoli con il loro sguaiato aplomb. Riecco gli agenti Mike Lowrey e Marcus Burnett. Sempre di corsa, sempre sudati, sempre a dare la caccia ai criminali di Miami. Costi quel che costi. E in questa quarta avventura, il prezzo da pagare è decisamente alto.

Il capitano defunto Howard (Joe Pantoliano, presente fin dal primo film) viene accusato postumo di essere complice di un giro di tangenti e corruzioni. Mike e Marcus non ci stanno e, provando a far luce, saranno costretti alla fuga, dopo essere stati incastrati dagli agenti corrotti che tengono in pugno il dipartimento di polizia di Miami.

Una saga guascona che non tradisce la sua mission

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Lawrence, Smith e una discussione tra amici

Se le regole restano le stesse in Bad Boys: Ride or Die, il motivo è da ritrovare nell'atmosfera di un titolo che, fin dal 1995 (una certa generazione l'ha consumato in VHS), non è mai andato troppo per il sottile. Azione spregiudicata, personaggi standardizzati e la cornice di Miami che, Michael Bay prima e Adil El Arbi & Bilall Fallah dopo, viene inquadrata dal basso, allargando lo sguardo verso il cielo ripreso in time lapse, tra le tonalità viola, ocra e poi rosso fuoco. In fondo, al quarto titolo, la struttura non ha intenzione di capitolare (men che meno l'identificativo tema musicale di Mark Mancina, rivisto da Lorne Balfe), semmai si rafforza (per quanto possibile, e al netto di estreme goffaggini narrative che risultano involontariamente comiche), spingendo sul legame amicale tra i due personaggi. Ci scherzano su, fin dall'inizio: Mike sta per sposarsi con Tabitha (Tiffany Haddish), ma sappiamo tutti che la vera relazione è quella che ha con l'amico Marcus, ossessionato dal cibo spazzatura e dal gin tonic.

Bad Boys Ride Or Die
Bad Boys, una promessa tra amici lunga trent'anni

Uno inizia e l'altro finisce, sono l'incrocio scomposto di un rapporto cinematografico che traduce al meglio il concetto di amicizia maschile. Entrambi emotivi e inaspettatamente fragili, pronti alla lacrima e alla pallottola, risolvono le cose prendendo la tangente di un pragmatismo esagerato, e strampalato tanto quanto la sceneggiatura firmata (di nuovo) da George Gallo. Una riconoscibilità in questo caso dettata dalle dinamiche che si ripetono, copiando-e-incollando lo stesso modus operandi già visto, ma non per questo meno efficiente rispetto allo scopo votato all'intrattenimento senza impegno. Insomma, un quarto capitolo che non tradisce lo show, calcando un'onestà d'intenti che non possiamo non apprezzare.

Vero è che Bad Boys: Ride or Die rende Marcus e Mike due fuorilegge, alzando così la posta in gioco, fino ad un finale di quelli che più esplosivi (e più telefonati) non si potrebbe. Ecco, se di cambiamenti parliamo, Adil El Arbi e Bilall Fallah giocano con una messa in scena quasi da videogioco, facendoci "impersonare" gli agenti più cool della Florida (per un'eredità che arriva da Miami Vice). Per pochi istanti, anche noi siamo diventati come Mike e Marcus, mentre cantiamo quel ritornello che non ci molla da trent'anni: "Bad boys, bad boys, Whatcha gonna do? Whatcha gonna do when they come for you?".

Conclusioni

Tornano gli agenti più famosi di Miami per una quarta avventura all'insegna dell'azione. Nulla cambia nel mondo di Bad Boys, e noi accettiamo di buon grado un film che non si prende sul serio, esagerato e sgangherato nella sceneggiatura. Un film che punta all'intrattenimento, dosando al meglio l'intesa tra i due protagonisti. Una promessa tenuta viva, nonostante siano passati trent'anni dal primo film della saga.

Movieplayer.it
3.0/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • Will Smith e Martin Lawrence sono una garanzia.
  • La cornice di Miami.
  • L'azione garantita.

Cosa non va

  • Il doppiaggio italiano lascia a desiderare.
  • Sceneggiatura sgangherata.