Recensione Mare nero (2006)

Il film di Roberta Torre è un viaggio allucinatorio in un universo estetizzante che si materializza sul grande schermo ricordando, a tratti, le atmosfere morbose dell'ultimo Kubrick o di alcuni noir asiatici.

Anime torbide

Nero come il mare durante la notte, quel mare da cui, nell'incipit di Mare Nero, viene ripescata la splendida statua del "Satiro Danzante". Nero come il baratro in cui sprofonda Luca, ispettore di polizia incaricato di condurre le indagini dell'omicidio di Valentina Martini, brillante studentessa. A poco a poco, immergendosi nelle acque torbide che circondano la vita della vittima, viene a galla una doppia identità, un'esistenza divisa tra la carriera universitaria e il lavoro nei locali a luci rosse, scambi di coppie, molteplici perversioni sessuali. Luca viene risucchiato completamente da questa realtà sommersa proprio nel momento in cui la sua vita privata sembra regolarizzarsi con l'arrivo della fidanzata parigina. Visioni oniriche, allucinazioni erotiche, sfrenato desiderio di possesso e costanti fughe sessuali si susseguono nella nuova vita di Luca senza lasciargli scampo alcuno e le sue ossessioni sembrano non avere una fine, come gli abissi del mare nero.

L'ultimo lavoro di Roberta Torre, in concorso al 59° Festival di Locarno, viene sbrigativamente, e erroneamente, presentato dalla critica con l'etichetta di thriller appiccicata addosso. Se di thriller vogliamo parlare occorre fare una serie di dovute precisazioni. L'elemento che avvicina maggiormente Mare Nero a un film di genere è indubbiamente la trama, l'indagine intorno alla quale, apparentemente, ruota tutta la vicenda. In realtà l'omicidio di Valentina è un espediente puro e semplice per dar vita a un viaggio nella psiche maschile, nel desiderio di possesso del corpo femminile, nello sguardo voyeristico. Paradossalmente questa visione tutta maschile è incarnata da una regista donna che sceglie di estremizzare tensioni e pulsioni sessuali, privandole però, nello stesso tempo, di vita e sangue. Il film di Roberta Torre è un viaggio allucinatorio in un universo estetizzante in cui Luca cammina come un sonnambulo privo di volontà e passione. Grazie all'aiuto di una fotografia di grande impatto, che insiste sulla presenza di bianchi accecanti, blu lividi e rossi intensi, e alle splendide musiche di Shigeru Umebayashi, un mondo di perversioni interiori si materializza sul grande schermo ricordando, a tratti, le atmosfere morbose dell'ultimo Stanley Kubrick o di alcuni noir asiatici.

Operazione riuscita a metà. Il DNA tutto italico di Roberta Torre, che tanto intensamente era esploso nei suoi precedenti lavori, lascia qui il posto a una ricerca formale raffinatissima che sembra ruotare unicamente su se stessa. La dimensione onirica, assai lontana dal dichiarato modello lynchiano, non ha la potenza visionaria necessaria a sostenere una pellicola di per sé lenta e introspettiva. Luigi Lo Cascio, qui al suo secondo ruolo di poliziotto ombroso e tormentato dopo Occhi di cristallo, nonostante la sua naturale intensità, spesso sembra spaesato, cosi come la dark lady Anna Mouglalis, sacrificata in un ruolo che, di fatto, non ha grande rilevanza nell'economia complessiva della pellicola. Il film procede per metafore e situazioni potenzialmente trasgressive alla ricerca di una morbosità che rimane sempre in superficie senza scalfire minimamente l'animo dello spettatore. Lo stesso finale, volutamente ambiguo, sceglie di spiazzare il pubblico lasciando in sospeso, un po' gratuitamente, tante questioni irrisolte.

Movieplayer.it

3.0/5