Lo chiamavano Jeeg Robot

2015, Commedia

Cinema italiano: non ancora Veloce come il vento, ma nemmeno più un Perfetto sconosciuto

Lo chiamavano Jeeg Robot, Perfetti sconosciuti e Veloce come il vento: l'uscita di tre ottimi film con caratteristiche simili che sono riusciti a mettere d'accordo critica e pubblico è l'occasione per fare il punto sullo stato di salute del nostro cinema.

Veloce come il vento

Nelle ultime settimane si parla tanto di "rinascita del cinema italiano", un argomento che regala grandi soddisfazioni ma che, giustamente, fa anche molto arrabbiare. Perché parlare oggi di rinascita vuol dire ignorare tutto quello che c'è stato negli anni precedenti e certamente non è corretto nei confronti dei tanti registi, autori e produttori che non hanno mai smesso di dare il massimo e che, direttamente o indirettamente, sono stati comunque artefici di quanto di buono stiamo vedendo oggi.

D'altra parte sarebbe criminale non accorgersi, non segnalare, non sottolineare che quello che il cinema italiano sta vivendo nell'ultimo periodo non è assolutamente qualcosa a cui siamo stati abituati da molto, troppo tempo. Sono forse mai veramente mancati i bei film italiani? Assolutamente no, ci mancherebbe, ma quanti di questi (bei) film erano anche un successo al botteghino, erano argomento di discussione sui social, avevano i numeri per tentare di replicare il successo anche sul mercato internazionale?

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Quo vado? All'estero!

Lo chiamavano Jeeg Robot: Luca Marinelli in una scena del film

Perché prima ancora di entrare nei (tanti) meriti artistici di film quali Lo chiamavano Jeeg Robot, Veloce come il vento o Perfetti sconosciuti, bisognerebbe riconoscere che per la prima volta in chissà quanti anni ci troviamo davanti, nel giro di un paio di mesi, delle uscite cinematografiche italiane che non sono solo adatte al nostro pubblico e al nostro mercato, ma sono davvero esportabili. Perché i film di Gabriele Mainetti e Matteo Rovere sono due bei film, per di più di genere, ma sono anche film "furbi", pensati anche per accattivarsi un certo tipo di pubblico, quello stesso pubblico che, anno dopo anno, ha decretato il successo di alcune delle più grandi saghe cinematografiche di sempre, come quelle dei cinecomics o quella di Fast & Furious. E se questa dichiarazione vi suona come una bestemmia, vuol dire che non avete visto i film in questione, e forse dovreste farlo.

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Perfetti sconosciuti: Marco Giallini, Anna Foglietta, Valerio Mastandrea, Kasia Smutniak, Giuseppe Battiston, Edoardo Leo e Alba Rohrwacher in un autoscatto promozionale del film

Un caso ancora più clamoroso è invece quello del film di Paolo Genovese: nel momento in cui scriviamo Perfetti sconosciuti è vicino ai 16 milioni e mezzo d'incasso che, certo, non sono i 65 del film di Checco Zalone, ma sono comunque una cifra astronomica; per capirci, di meglio hanno fatto solo il già citato Quo Vado?, Star Wars: Il risveglio della forza e i due film d'animazione Inside Out e Minions. Batman e Superman, per esempio, sono tutt'altro che sconosciuti, ma quanto pare nemmeno così perfetti visto che un risultato del genere se lo sognano!

Il film di Genovese ha tanti pregi, ma il più grande sta nella sua essenzialità, nel suo soggetto (non a caso premiato al Bif&st di Bari proprio in questi giorni) geniale eppure incredibilmente semplice. Lo stesso autore ha recentemente dichiarato con grande modestia: "Devo dire che me lo sono chiesto tanto volte: come mai nessuno ci ha pensato prima?" e la verità è tutta qui, a volte basta davvero farsi venire un'idea prima degli altri, e in questo in Italia, perlomeno negli ultimi decenni, siamo stati sempre indietro.

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Perfetti sconosciuti: Edoardo Leo e Marco Giallini in una scena del film

Grazie proprio a questa idea geniale, all'universalità dei suoi temi, il film di Genovese invece andrà molto lontano - a partire dal Tribeca Film Festival che si terrà a New York il prossimo aprile, per poi continuare al Marché du Film di Cannes a maggio - e d'altronde nemmeno deve stupire il fatto che già si parli con insistenza di remake in più lingue: noi stessi il primo aprile scorso abbiamo voluto scherzare proprio su questo argomento, e forse proprio il fatto che in molti ci siano cascati, nonostante i nomi (volutamente) altisonanti che abbiamo chiamato in causa, conferma non solo la bontà dell'operazione ma anche quanto questi "perfetti sconosciuti" siano entrati nel cuore degli spettatori.

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Nel nostro cinema non è mai facile giocare in casa

La Grande Bellezza: Toni Servillo nella prima foto di scena del film

D'altronde chi il cinema lo segue o lo fa partendo da questo nostro splendido ma complicato paese, sa bene che il successo può arrivare ma raramente è unanime come sta accadendo in questi mesi per i tre film che abbiamo già citato. Ovvio che qualche voce fuori dal coro ci sia anche adesso, ma quanto bisogna andare indietro per trovare delle opere che mettano d'accordo critica e pubblico, stampa specializzata e generalista, giovani e anziani? Negli ultimi anni abbiamo vinto un Oscar, abbiamo partecipato da protagonisti a importanti festival internazionali, abbiamo avuto registi amatissimi all'estero e invitati a lavorare in produzioni prestigiose, eppure in Italia ogni occasione è stata buona per mettersi l'uno contro l'altro per ragioni politiche, economiche o culturali: un regista è troppo di sinistra, un altro vuole fare troppo Fellini, quell'altro porta al cinema 10 milioni di persone ma sono tutte ignoranti.

Marco Macor e Ciro Petrone in una sequenza del film Gomorra

In paesi "normali" tutti questi aspetti verrebbero riconosciuti come positivi, ma sappiamo tutti per esempio quanto un Nanni Moretti o un Paolo Sorrentino siano oggi soprattutto "vittime" dell'essere personaggi poco simpatici ai più o addirittura buttati in pasto alla massa in prima serata, anche quando i film che realizzano non sono adatti a tutti i palati. Un discorso diverso merita invece il film Gomorra - che 8 anni fa fu un vero fenomeno popolare però fortemente debitore del caso letterario di Roberto Saviano - e in fondo anche la serie che ne è derivata; ma anche qui, nonostante giudizi pressoché unanimi, interviene sempre qualche fattore esterno, qualche polemica sui temi trattati che distoglie l'attenzione dalla bontà del prodotto.

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Un altro cinema è possibile

Lo chiamavano Jeeg Robot: Claudio Santamaria e Ilenia Pastorelli in una scena del film

Perfetti sconosciuti, Veloce come il vento e Lo chiamavano Jeeg Robot invece sono film più "puri", film che pur essendo molto radicati nella società italiana riescono appunto ad avere quel respiro internazionale e quell'apparente innocuità che li rende immediatamente simpatici tanto alla stampa che al pubblico. Sono anche film che parlano a più generazioni, che sfruttano i topoi del cinema di genere (supereroi, sport, kammerspiel) per diventare trasversali. e infatti non ci si deve stupire se in sala si trovano giovanissimi, adulti e perfino anziani: i primi li hanno conquistati proprio grazie a trailer e comunicazioni che parlano di un film "diverso", gli altri, che normalmente sarebbero spaventati proprio da ciò che attira il pubblico più social e giovanile, ha comunque come garanzia quel "Made in Italy" che li spinge al cinema, anno dopo anno, a vedere gli stessi attori e le stesse storie.

Veloce come il vento: Stefano Accorsi e Roberta Mattei in una scena del film

E qui veniamo all'altro capolavoro che questi tre film sono riusciti a compiere, ovvero riuscire a proporre un cinema italiano diverso utilizzando gli stessi ingredienti: perché il Paolo Genovese che sta dietro la regia e sceneggiatura di Perfetti sconosciuti è lo stesso di Immaturi e sequel; lo Stefano Accorsi che interpreta il tossico Loris è lo stesso dei film di Opzetek, Muccino o del bistrattato 1992; e sia Claudio Santamaria che le due sorprese Ilenia Pastorelli e Matilda De Angelis sono gli stessi attori che abbiamo visto in TV in fiction quali É arrivata la felicità o Tutto può succedere o addirittura nel Grande fratello.

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L'Italia che ci piace

Perfetti sconosciuti: Giuseppe Battiston e Alba Rohrwacher in una scena del film

E se tutti i sopracitati sono più bravi che mai, se un Luca Marinelli o un Valerio Mastandrea o una Alba Rohrwacher continuano a convincere anche in film assai diversi, è merito dei loro registi, del loro fiuto e del rischio che insieme ai produttori sono stati in grado di prendersi. Ed è merito anche del pubblico italiano che per una volta ha accettato questo rischio ed è andato in sala desideroso e felice di vedere qualcosa di diverso dal solito, qualcosa che non fosse già stato proposto mille volte per interi decenni.
Il difficile però viene ora, perché per continuare a stupire e convincere, per andare davvero veloci come il vento, bisogna sfiorare appena il freno, guardare solo avanti, pensare alle curve che verranno.

Suburra: un'immagine del film che ritrae Pierfrancesco Favino

Tocca invece a noi come spettatori, in attesa di altri film che ci possano riportare in sala con lo stesso entusiasmo, provare a guardare un po' indietro e cercare altri titoli che meriterebbero altrettanta attenzione: Suburra (che rientra in pieno nel discorso dell'internazionalità di cui sopra, visto l'accordo con Netflix che ne farà anche una serie), Anime nere, Non essere cattivo, Per amor vostro, Il giovane favoloso, L'attesa, L'intervallo, i film di Moretti, Garrone, Sorrentino, Crialese, Frammartino e (per fortuna!) molti altri; sono tutti film che confermano che il momento felice del cinema italiano non è improvviso e non è nemmeno temporaneo, ma figlio di una politica che con mille difficoltà sta portando i suoi frutti da molto tempo a questa parte.

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