Ryan Reynolds dice la sua nel “caso Lively-Baldoni”: “Quale marito non difenderebbe sua moglie?"

Mentre il processo tra Blake Lively e Justin Baldoni si avvicina, Ryan Reynolds interviene pubblicamente dopo la diffusione dei suoi messaggi privati, difendendo la moglie e criticando il regista di It Ends With Us.

Una scena con Ryan Reynolds

La battaglia legale tra Blake Lively e Justin Baldoni non è solo un contenzioso professionale: è diventato un caso mediatico con ramificazioni personali, culturali e industriali. In mezzo, c'è Ryan Reynolds, che oggi spiega perché ha scelto di intervenire con durezza mentre i messaggi privati che difendono sua moglie vengono resi pubblici.

I messaggi trapelati e la posizione di Reynolds

La pubblicazione di messaggi privati ha cambiato radicalmente la percezione del "caso It Ends With Us", spostando lo scontro dal set ai piani alti di Hollywood. Nelle chat rese note come parte della causa, Ryan Reynolds definisce Justin Baldoni, regista del film, "purosangue, predatorio truffatore". In un altro passaggio lo definisce "un inspiegabilmente tossico pasticcio" e parla dei "vertiginosi livelli di viltà" mai visti prima.

Ryan Reynolds in Blade: Trinity
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Con la pubblicazione dei messaggi, la domanda principale era: Reynolds prenderà le distanze o difenderà la sua posizione? La risposta è arrivata tramite il suo portavoce in una dichiarazione a Puck News, dove l'attore commenta: "Sì, Ryan è intervenuto, quale marito non sosterrebbe sua moglie e la madre dei suoi figli?".

Il rappresentante ha ampliato così: "Ha visto sua moglie lottare ogni giorno per difendersi dal molestatore sessuale in modo privato e rispettoso, solo per poi affrontare ritorsioni per averlo fatto". Poi aggiunge: "Se mai, Ryan pensa di non essere stato abbastanza arrabbiato. Crede fermamente nel diritto ad un ambiente di lavoro sicuro, libero da molestie e ritorsioni per sua moglie e gli altri. Prima, ora e sempre."

Dal fronte opposto, un portavoce di Baldoni ha diffuso al Daily Mail una nota del legale Bryan Freedman: "Come dichiarato e riflesso nelle mozioni dei nostri clienti, così come nei messaggi di Sony riguardo ai comportamenti della signora Lively, le prove non supportano le accuse a livello legale". Baldoni nega dunque ogni addebito e attende l'esito del procedimento.

La causa, Hollywood spaccata e la reputazione come campo di battaglia

Il contesto che ha portato a questa situazione è complesso. Nel dicembre 2024, Blake Lively ha intentato una causa contro Baldoni accusandolo di molestie sessuali, comportamenti ritorsivi e stress emotivo intenzionale. In risposta, Baldoni ha accusato la coppia Lively-Reynolds di aver sfruttato il proprio peso mediatico contro il film, salvo poi ritirare il proprio contro-procedimento per diffamazione e estorsione, che il giudice ha archiviato. Il processo principale è previsto per maggio 2026 a New York, e Lively chiede oltre 160 milioni di dollari di danni.

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Una scena con Ryan Reynolds

Intanto, Hollywood osserva. Un insider citato da Puck News sostiene che i messaggi dell'attore su produttori come Todd Black e dirigenti Sony - definiti "anziani inefficaci senza idee o capacità comunicative" - lo farebbero sembrare "infantile e permaloso", aggiungendo che Reynolds "è terrorizzato che questa roba venga fuori, perché è molto protettivo della sua immagine".

Nelle chat, Reynolds si mostra strategico e protettivo verso la moglie: definisce Lively responsabile del successo al botteghino del film e sostiene che "sotto nessuna circostanza Blake dovrebbe ripulire questo caos", riferendosi al clima sul set. In un altro scambio scrive: "Lei ha VOLUTO questo weekend nella realtà", riferendosi al debutto positivo del film.

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La vicenda ha coinvolto persino nomi come Taylor Swift, Ben Affleck e Matt Damon, citati nei documenti legali attraverso messaggi privati. Questa estensione "laterale" del caso dimostra che non si tratta più solo di un film, ma di un conflitto che attraversa reputazioni, potere, femminismo, immagine pubblica e rapporti di forza dentro Hollywood.

Se il processo dirà chi ha ragione, è un altro discorso. Per ora, una cosa è chiara: l'immagine del "nice guy" di Reynolds è sotto stress, la credibilità di Baldoni è in gioco e quella di Lively è l'asse del conflitto. E Hollywood, nel frattempo, prende appunti.