La fama promette molto, ma non garantisce nulla, nemmeno una casa: lo dimostra la situazione di Mickey Rourke, che ha avviato una campagna GoFundMe per evitare lo sfratto dalla sua abitazione di Los Angeles, riportando sotto i riflettori una delle discussioni più irregolari e simboliche del cinema americano.
Una raccolta fondi che racconta la vita di Mickey Rourke
La notizia ha il peso specifico delle storie che non si vorrebbero più sentire, e invece tornano ciclicamente. Mickey Rourke ha lanciato una campagna GoFundMe intitolata Help Mickey Rourke Stay in His Home con l'obiettivo di raccogliere 100.000 dollari per far fronte a circa 60.000 dollari di affitti arretrati. Secondo quanto riportato, nel mese di dicembre l'attore è stato ufficialmente invitato a saldare il debito o a lasciare la sua casa di Los Angeles. Al momento, la raccolta ha superato i 19.000 dollari.
Il testo di presentazione della campagna non è una semplice richiesta d'aiuto economico, ma una sorta di ritratto critico e affettuoso della sua parabola artistica. "Mickey Rourke è entrato nel cinema americano come una forza della natura: grezzo, impavido e totalmente originale", si legge, ricordando come tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta non fosse solo una star, ma un simbolo di qualcosa di raro: pericolo e vulnerabilità, durezza e cuore. Rourke incarnava personaggi che sembravano vissuti, non interpretati, lasciando un segno profondo nell'immaginario cinematografico statunitense.
Ma il testo non indulge nella nostalgia fine a sé stessa. Sottolinea piuttosto il punto di rottura: l'allontanamento dal cinema per dedicarsi alla boxe, una scelta che gli ha lasciato "cicatrici fisiche ed emotive durature" e che, secondo la descrizione, lo avrebbe progressivamente isolato da quell'industria che un tempo lo celebrava. La frase più netta arriva subito dopo, come un manifesto amaro: "La fama non protegge dalle difficoltà, e il talento non garantisce stabilità".
Dalla ribalta di Hollywood alla fragilità del presente
La storia di Mickey Rourke è una di quelle che Hollywood preferisce raccontare solo a metà. L'esordio dirompente con Rumble Fish di Francis Ford Coppola nel 1983 lo consacra come volto inquieto e magnetico di una nuova generazione. Seguono titoli diventati cult come The Pope of Greenwich Village, Angel Heart e Barfly, film che consolidano la sua immagine di attore istintivo, irregolare, impossibile da addomesticare.
Poi il tempo passa, le scelte si fanno più accidentate e il ritorno avviene per strappi: Man on Fire, Sin City, fino alla rinascita critica con The Wrestler, che gli vale una candidatura all'Oscar e sembra riaprire definitivamente le porte. Ma la stabilità resta un miraggio. L'industria cambia, la memoria di Hollywood è corta, e il corpo - segnato dagli anni e dalla boxe - diventa parte integrante del racconto pubblico dell'attore, spesso più del suo lavoro.
Di recente, Rourke era stato associato a un nuovo thriller indipendente, Mascots, scritto e diretto da Kerry Mondragon. Il progetto, però, si trova ora in una zona d'ombra dopo la scomparsa di Udo Kier, previsto come co-protagonista e morto nel novembre 2025. Anche questo dettaglio contribuisce a restituire l'immagine di una carriera che procede per tentativi, slanci e brusche interruzioni.
La campagna GoFundMe, al di là del dato economico, solleva una questione più ampia: cosa resta delle icone quando il sistema smette di proteggerle? La risposta, suggerita senza retorica dal testo stesso della raccolta fondi, è semplice e disarmante: resta una persona che "merita dignità, una casa e la possibilità di rimettersi in piedi".