Mark Ruffalo è finito al centro di una nuova polemica dopo essere stato accusato da due importanti organizzazioni ebraiche di aver oltrepassato il confine tra la critica politica a Israele e la diffusione di messaggi considerati antisemiti.
Le accuse contro Mark Ruffalo
A intervenire sono stati il Simon Wiesenthal Center e Creative Community for Peace, che hanno contestato pubblicamente alcune recenti dichiarazioni dell'attore. Al centro della vicenda c'è soprattutto un post pubblicato da Ruffalo sui social, nel quale l'attore ha attaccato la famiglia Ellison e il progetto di acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Paramount Skydance.
Secondo Jim Berk, CEO del Simon Wiesenthal Center, il problema non sarebbe quindi la possibilità di criticare una società, un'operazione finanziaria o le posizioni politiche di alcune persone, ma il modo in cui queste critiche vengono formulate.
"Le parole contano", ha dichiarato Berk, sostenendo che Mark Ruffalo avrebbe fatto ricorso a quelli che considera stereotipi antisemiti. L'organizzazione ha inoltre elogiato Paramount per aver preso pubblicamente posizione contro il contenuto del messaggio dell'attore.
Per capire come si sia arrivati allo scontro è necessario tornare alla battaglia che Ruffalo porta avanti da tempo contro l'operazione che coinvolge Paramount Skydance e Warner Bros. Discovery. L'attore è stato infatti tra le voci più critiche nei confronti dell'accordo e nelle ultime settimane ha utilizzato con particolare frequenza i propri profili social per contestare il progetto. Nel suo ultimo intervento ha preso di mira soprattutto Larry Ellison, fondatore di Oracle e padre di David Ellison, CEO di Paramount Skydance.
Ruffalo ha accusato Ellison senior di essere un "classic Oligarch" e di contribuire, attraverso il proprio patrimonio e il proprio potere economico, a una concentrazione sempre maggiore della ricchezza e dell'influenza nelle mani di pochi. La questione finanziaria è tutt'altro che marginale. Secondo quanto riportato da Variety, Ellison avrebbe messo a disposizione fino a 46,7 miliardi di dollari dei circa 111 miliardi necessari per l'operazione. A sostenere finanziariamente l'accordo ci sarebbero inoltre tre fondi sovrani mediorientali provenienti da Arabia Saudita, Qatar e Abu Dhabi.
È all'interno di questa battaglia che Ruffalo ha inserito anche riferimenti al conflitto tra Israele e Hamas, elemento che ha fatto esplodere la controversia.
Uno degli episodi contestati riguarda un video, risalente a un anno fa, che Ruffalo ha ripubblicato sul proprio profilo Instagram. Nel filmato compare Safra Catz, membro del consiglio di amministrazione di Paramount Skydance ed ex CEO di Oracle. Accompagnando il video, Ruffalo ha sostenuto che Catz stesse mostrando compiacimento nei confronti di un presunto "genocidio" legato al ruolo di Oracle nella guerra tra Israele e Hamas.
Il collegamento con la famiglia Ellison è particolarmente significativo: Catz ha guidato Oracle, società co-fondata proprio da Larry Ellison.
È stata soprattutto questa associazione a provocare la reazione di Paramount. La società ha pubblicato una rara dichiarazione nella quale ha affermato di essere "troubled" dal fatto che stereotipi antisemiti vengano utilizzati apparentemente come strumento all'interno di una disputa commerciale.
Per Paramount, dunque, la questione non riguarderebbe semplicemente una posizione critica nei confronti di Israele o dell'operazione societaria, ma il modo in cui determinate persone di origine ebraica vengono associate al conflitto.
Una polemica che va oltre Mark Ruffalo
Ruffalo non ha fatto marcia indietro. Dopo la presa di posizione di Paramount, l'attore ha risposto attraverso X definendo l'accusa di antisemitismo "sconcertante e fondamentalmente disonesta". La sua posizione resta quella di un forte oppositore dell'accordo Paramount-Warner Bros. e della concentrazione di potere economico che, secondo lui, deriverebbe dall'operazione.
Ruffalo sostiene infatti che Larry Ellison starebbe finanziando l'acquisizione del colosso dell'intrattenimento da parte del figlio e che, qualora l'accordo andasse in porto, arriverebbe a controllare una parte considerevole della nuova realtà.
Nel suo attacco, l'attore ha inoltre accusato la famiglia Ellison di contribuire ad "alcune delle più distruttive e disumane forze nel mondo", inserendo la propria critica economica e politica all'interno di un discorso più ampio sul potere delle grandi fortune.
Le parole di Ruffalo non hanno convinto il Simon Wiesenthal Center. Jim Berk ha sostenuto che citare Israele all'interno di una controversia nella quale, secondo l'organizzazione, il Paese non avrebbe alcuna attinenza costituisce un esempio di quella che ha definito "ossessione e demonizzazione".
La posizione del centro è quindi netta: la critica a una società o a un'operazione finanziaria sarebbe legittima, ma non dovrebbe trasformarsi nell'utilizzo di riferimenti che richiamano stereotipi storicamente associati all'antisemitismo. Berk ha inoltre sottolineato che, a suo giudizio, istituzioni e personaggi pubblici dovrebbero avere il coraggio di riconoscere l'antisemitismo indipendentemente da chi ne venga accusato.
Ancora più duro è stato Ari Ingel, executive director di Creative Community for Peace. Secondo Ingel, la retorica utilizzata da Ruffalo avrebbe ormai superato il limite della semplice critica alle politiche israeliane, trasformandosi in "messaggi antisemiti ed estremisti".
Lo scontro arriva in un momento particolarmente delicato per Paramount Skydance, impegnata in una delle operazioni più importanti e controverse dell'attuale industria cinematografica. Da una parte c'è Ruffalo, che da tempo utilizza la propria visibilità per contestare l'eccessiva concentrazione di potere nelle mani di grandi gruppi e miliardari. Dall'altra ci sono Paramount e le organizzazioni che hanno interpretato alcune sue recenti dichiarazioni come qualcosa di diverso da una semplice critica societaria.
La questione resta quindi particolarmente sensibile perché intreccia Hollywood, grandi patrimoni, geopolitica, Israele e antisemitismo, trasformando una disputa sull'acquisizione di Warner Bros. in uno scontro pubblico molto più ampio. Per il momento Ruffalo non sembra intenzionato a ritrattare le proprie posizioni. E le dichiarazioni del Simon Wiesenthal Center e di Creative Community for Peace suggeriscono che la controversia sia tutt'altro che conclusa.