A Mara Maionchi non interessa sembrare simpatica. Ed è probabilmente questo il motivo per cui continua a funzionare così bene anche oggi. In un panorama dove ogni intervista sembra uscita da un ufficio stampa, lei entra, si siede e parla come parlerebbe davanti a un caffè diventato freddo da mezz'ora. Anche quando si tratta del vincitore di Sanremo.
Sal Da Vinci, Eurovision e quella frase che ha incendiato il web
Quando Mara Maionchi ha iniziato a commentare il percorso recente di Sal Da Vinci al Core Podcast, si era già capito che non sarebbe finita con qualche frase accomodante buona per i social. Mara non ha mai avuto quella tendenza lì. Se una cosa le piace lo dice. Se una cosa la annoia, anche. E infatti il punto è proprio quello: Sal Da Vinci, secondo lei, non rappresenta nulla di realmente sorprendente.
Parlando della vittoria a Sanremo, Maionchi ha riconosciuto che il cantante campano fosse probabilmente il nome più "centrato" della gara, ma il complimento dura pochissimo. "Era l'unica cosa precisa", dice, prima di aggiungere una frase che sembra quasi una gomitata data durante una cena: "Non è che ci fossero i Beatles eh." Poi arriva il momento che ha iniziato a girare ovunque online. "E poi per sempre sì? Due coglii."
Secca, rapidissima, detta quasi con quella leggerezza brutale che appartiene soltanto a chi ormai non sente più il bisogno di proteggersi dalle reazioni del pubblico. Ed è curioso come Mara riesca ancora a fare questo effetto: una parte del pubblico ride, un'altra si scandalizza, un'altra ancora la accusa di cattiveria gratuita. Però tutti ne parlano.
In realtà, ascoltando bene il resto del discorso, si capisce che il problema per lei non sia davvero Sal Da Vinci. O almeno, non soltanto lui. Il bersaglio è una certa idea di musica che vive di formule rassicuranti, di tradizione riproposta senza tensione, senza rischio, senza qualcosa che rompa davvero il tavolo. Eppure, mentre critica il cantante, Mara lascia spazio anche a un riconoscimento molto sincero: "È una persona perbene. Ha sempre fatto il suo lavoro."
Autotune, rap e quella nostalgia per le voci imperfette
Il discorso, a un certo punto, si allarga. E diventa molto più interessante di una semplice frecciata a Sal Da Vinci. Mara Maionchi parla della musica di oggi quasi come qualcuno che guarda una città cambiata troppo in fretta. Riconosce le strade, ma fatica a ritrovarci dentro qualcosa che senta davvero suo. L'autotune, soprattutto, le provoca un rigetto quasi fisico. "Mi dà fastidio. Chi canta deve cantare."
Non è una frase moderna. E probabilmente è proprio questo il punto. Mara arriva da un'industria musicale dove le voci avevano spigoli, difetti, respiri storti, graffi. Oggi percepisce un pop sempre più lucidato, corretto, sistemato fino a perdere personalità. Anche il rap contemporaneo la convince poco quando, a suo dire, smette di avere qualcosa da raccontare davvero e diventa soltanto postura.
Poi però cambia tono. Succede ogni volta che tira fuori gli artisti che ha scoperto o accompagnato durante la carriera. Di Gianna Nannini parla con quell'affetto nervoso che si riserva alle persone ingestibili ma necessarie. Di Mango conserva invece una malinconia molto più dolce. E quando nomina Tiziano Ferro, si percepisce ancora l'orgoglio di chi aveva intuito qualcosa prima degli altri. "La soddisfazione più grande? Pensare: avevo ragione."
Forse alla fine Mara Maionchi continua a dire quello che pensa proprio per questo motivo. Perché viene da un'epoca musicale dove il gusto personale contava più della prudenza. E anche quando esagera, anche quando le sue uscite sembrano troppo dure, lascia sempre la sensazione di stare ascoltando qualcuno che alla musica ha dedicato davvero tutta la vita.