Jodie Foster stronca il film con Brad Pitt: "F1 sembra fatto con l'IA e scritto da un computer"

Jodie Foster ha scelto un blockbuster tra i più redditizi dell'ultimo anno per esprimere un dubbio che attraversa ormai tutto il settore.

Una scena con Jodie Foster

Una battuta pronunciata con il sorriso è bastata a riaccendere uno dei temi più discussi del cinema contemporaneo: Jodie Foster ha indicato F1, il film con Brad Pitt, come esempio di un racconto che le è sembrato costruito secondo una logica quasi algoritmica, aprendo una riflessione più ampia sul ruolo dell'intelligenza artificiale a Hollywood.

Una battuta che ha acceso il dibattito

A colpirla non sono stati gli effetti speciali, la regia o la spettacolarità delle gare. Quello che Jodie Foster ha raccontato di aver percepito guardando F1 riguarda qualcosa di molto meno visibile: il modo in cui la storia prende forma.

F1 Poster Italiano
F1: il poster italiano del film

L'attrice, ospite dell'incontro "Who Owns the Future of Hollywood" all'Aspen Festival of Ideas insieme all'ex amministratore delegato di Sony Pictures Michael Lynton, ha usato il film interpretato da Brad Pitt per spiegare una sensazione che, a suo giudizio, potrebbe diventare sempre più frequente nel cinema contemporaneo.

Con il tono ironico di chi sa che una frase del genere farà discutere, Foster ha osservato: "Non lo dico in senso dispregiativo. Come potrei? Ha incassato milioni di dollari. Però guardo un film come "F1" e mi viene da pensare che sia stato realizzato dall'intelligenza artificiale. O no?".

L'attrice ha poi chiarito cosa intendesse davvero. Ai suoi occhi, la sceneggiatura segue uno schema tanto preciso da sembrare quasi il risultato di una formula. "La struttura è esattamente quella che si insegna a scuola. Gli attori pronunciano le battute proprio come le scriverebbe un computer, scegliendo ogni volta la frase perfetta per quel momento." Una costruzione impeccabile, quindi, ma proprio per questo capace di trasmettere una sensazione di prevedibilità.

Foster ha comunque riconosciuto la qualità della macchina produttiva, sottolineando come il film riesca a sfruttare la tecnologia per costruire uno spettacolo di enorme impatto visivo.

Le sue parole arrivano mentre F1 continua a rappresentare uno dei maggiori successi recenti di Hollywood: oltre 634 milioni di dollari raccolti al botteghino mondiale e quattro candidature agli Oscar, compresa quella per il miglior film, con la vittoria nella categoria dedicata al miglior sonoro.

Per Foster il problema non è l'IA, ma chi la controlla

La riflessione, però, andava oltre il destino di un singolo film. Durante il confronto, Michael Lynton ha chiesto all'attrice quale spazio immaginasse per l'intelligenza artificiale nel futuro dell'industria. Foster ha descritto questa tecnologia come l'ennesima tappa di un cambiamento iniziato molti anni fa, dopo l'arrivo della grafica digitale e delle tecniche che hanno trasformato il modo di produrre cinema.

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Jodie Foster sul set

La vera preoccupazione riguarda il lavoro creativo. Secondo l'attrice, gli effetti si vedono già oggi. Le produzioni ricorrono sempre più spesso alla duplicazione digitale delle comparse per ridurre tempi e costi, una pratica che finisce inevitabilmente per incidere sull'occupazione. "Stiamo perdendo molti posti di lavoro. Spero che i sindacati riescano a intervenire: se uno studio utilizza il mio attore venti volte, dovrebbe pagarlo venti volte. Mi sembra un principio corretto."

Questo, però, non significa rifiutare ogni innovazione. Foster distingue con decisione l'uso creativo dall'automatismo. Strumenti come la previsualizzazione delle scene possono alleggerire il lavoro di una produzione senza sostituire la visione di un autore. Ha raccontato, ad esempio, di aver sperimentato l'intelligenza artificiale anche nel suo ultimo film, My Private Life, per costruire una sequenza onirica composta da immagini volutamente prive di una logica lineare.

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La differenza, nella sua visione, resta tutta nel rapporto di forza tra artista e tecnologia. L'intelligenza artificiale può diventare un alleato, ma soltanto finché rimane uno strumento e non il regista invisibile delle decisioni creative. "Quello che tutti vorremmo è che fossero i cineasti a dominare l'intelligenza artificiale, senza perdere mai questo controllo. Se ci riusciremo, potremo continuare a creare opere che parlino davvero di noi e renderle persino migliori." Una riflessione che parte da F1, ma che in realtà riguarda il futuro di tutto il cinema (e non solo).

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