Nel nuovo Cime tempestose diretto da Emerald Fennell, la scenografia diventa corpo: dalla carta da parati ricavata dalla pelle di Margot Robbie a pareti umide e pulsanti, il film reinventa il classico di Emily Brontë come esperienza fisica e disturbante.
Cime tempestose e Thrushcross Grange: case che opprimono, non che accolgono
Per Suzie Davies, già collaboratrice di Emerald Fennell in Saltburn, l'adattamento di ''Cime tempestose'' è stato un terreno di gioco creativo senza regole convenzionali. L'idea di base era chiara: niente realismo rassicurante, niente comfort visivo. Anche se la casa di Cime tempestose viene costruita interamente in studio, la natura deve essere sempre presente, quasi invasiva. Per questo il set viene sollevato di due piedi per integrare un vero sistema di drenaggio: pioggia che cade dal soffitto, acqua che scorre sotto i pavimenti, superfici costantemente bagnate.
"Volevamo effetti pratici", spiega Davies, raccontando di impianti per la pioggia e vasche nascoste sotto il set. I colori interni sono spenti, lividi, come se l'edificio stesso fosse un corpo maltrattato. L'ispirazione arriva persino da una cava di granito abbandonata nel Galles del Nord: non è lo Yorkshire, ma ne cattura l'essenza brutale. Materiali moderni usati in modo tradizionale e materiali storici ribaltati nel loro impiego creano un senso di disagio costante. "È tutto capovolto, solo per far sentire il pubblico più a disagio", racconta Davies.
All'opposto, Thrushcross Grange, la dimora dei Linton, è un eccesso ordinato: simmetria ossessiva, superfici lucidissime, finestre e porte sovradimensionate. È un luogo che promette lusso ma funziona come una prigione emotiva per Cathy. Anche qui nulla è casuale: tutto deve sembrare perfetto, immobile, quasi soffocante. Persino il giardino è reale, con alberi e fiori veri, tanto da avere un odore autentico. La bellezza diventa una gabbia.
La stanza della pelle, le mani e il sudore: quando la scenografia diventa carne
Il momento più perturbante arriva con la cosiddetta Skin Room, la stanza di Cathy. Qui Margot Robbie non è solo interprete, ma letteralmente materia prima. Davies ha chiesto all'attrice immagini ad alta risoluzione della sua pelle, delle vene, delle braccia. Quelle fotografie sono state stampate su tessuto e trasformate nella tappezzeria imbottita delle pareti.
"Abbiamo accentuato leggermente le vene", spiega la scenografa, ammettendo di aver provato persino a inserire l'ombelico sopra il camino, scartato perché "troppo strano, incredibilmente". Non basta: nella scena finale, con un'inquadratura dall'alto di Cathy moribonda, anche il tappeto riproduce le vene del corpo. Un dettaglio pensato per essere visto solo per un istante, ma capace di insinuarsi sotto pelle.
Le mani sono un altro motivo ricorrente. Compaiono ovunque: nei dettagli, nelle decorazioni, persino come rosoni sul soffitto, ottenuti calcolando i calchi delle mani del reparto artistico. Sono presenze subliminali, pensate per essere percepite più che riconosciute.
E poi c'è il sudore. Fennell e Davies volevano che tutto sembrasse umido, riflettente, come una città bagnata di notte. Le pareti di Wuthering Heights trasudano acqua, mentre a Thrushcross Grange, durante la malattia di Cathy, persino le decorazioni iniziano a "sudare". Sfere di plastica applicate alle pareti sembrano colare lungo i pannelli, come un corpo febbricitante.
Il simbolismo raggiunge il culmine nella torre di bottiglie di vino, costruita per rappresentare l'autodistruzione del padre di Cathy. "Emerald voleva un'onda di bottiglie", racconta Davies, descrivendo strutture alte fino a tre metri, illuminate dall'interno. Un'immagine eccessiva, fisica, coerente con una regia che spinge sempre verso il massimo.
Questo Cime tempestose non chiede allo spettatore di osservare. Chiede di sentire. Di restare a disagio. Di percepire le pareti come pelle, le stanze come corpi, e la scenografia come una presenza viva, inquietante e impossibile da ignorare.