"Io sono... un po' famosa qui?", chiede Yoko Kanno rompendo il ghiaccio con un sorriso disarmante davanti a giornalisti e creator durante il suo incontro al Lucca Comics & Games 2026. L'artista giapponese famosa per le musiche di Cowboy Bebop, I cieli di Escaflowne e tantissimi altri titoli animati e non, ha partecipato con entusiasmo alla manifestazione che si è svolta poco prima del suo concerto il 3 novembre a Milano. Per oltre trent'anni, infatti, la compositrice ha attraversato generi, continenti e linguaggi visivi con una libertà artistica senza pari. Eppure, ascoltandola ripercorrere la propria carriera, emerge un ritratto antitetico rispetto al cliché del compositore accademico: Kanno si rivela un'autodidatta radicale, mossa da un istinto geniale e prorompente unito ad un'insofferenza viscerale per la convenzione.
Il legame con l'Italia
Il suo legame con l'Italia affonda le radici negli anni Novanta, quando approdò nella capitale per dare forma alle musiche di I cieli di Escaflowne e ad alcune colonne sonore videoludiche. "A Roma registrammo nello studio di Ennio Morricone, lavorando gomito a gomito con il suo fonico, una figura che purtroppo è scomparsa ma che ha esercitato un'influenza enorme sulla mia visione", racconta. L'esigenza di incidere in Italia nasceva dalla natura stessa dell'opera: "Escaflowne aveva un'atmosfera medievale e ho sentito subito che l'Italia era il luogo perfetto. Lì ho avuto una folgorazione e ho continuato a tornare".
Di quella sessione romana conserva un aneddoto rivelatore sullo scarto culturale tra il rigore nipponico e la musicalità latina: "In Giappone, per tradizione immutabile, i musicisti degli archi passano minuti interminabili ad accordare prima di ogni take. A Roma imbracciarono gli strumenti e attaccarono a suonare direttamente, senza accordare nulla. Ero sbigottita. Più tardi mi spiegarono che gli orchestrali appartenevano tutti alla stessa famiglia: si conoscevano a tal punto da non aver bisogno di cercare l'intonazione. Fu una lezione indimenticabile".
Il pianoforte come sfogo
L'ingresso di Yoko Kanno nella musica non ha seguito alcun canone prestabilito. Cresciuta a Sendai in una famiglia che non aveva particolari tradizioni artistiche (l'unico precedente era un inno scolastico composto dal nonno) la compositrice ha vissuto un'infanzia segnata da una rigida educazione. "A casa nostra era proibito manifestare preferenze o emozioni: non potevi dire se qualcosa ti piaceva o ti era sgradito. Quando mi presi una cotta per il ragazzino dei vicini, non potendo dirlo a parole, l'unico modo che avevo per esprimerlo era scaraventare le mani sulla tastiera del pianoforte: sbam!". E da quella repressione è nata la sua lingua madre: "La musica per me è sempre stata più facile delle parole per esprimere ciò che sento dentro"_.
Dopo aver intrapreso studi letterari alla prestigiosa Università Waseda con l'ambizione di diventare scrittrice, Kanno fece marcia indietro: "Mi resi conto di non avere abbastanza talento letterario. Ho scelto la strada più facile e comoda: per me la musica era qualcosa di fin troppo naturale, naturale quanto chiacchierare. A costo di essere fraintesa, fare musica per me non richiede fatica. Non ho mai preso lezioni di composizione né di esecuzione da nessun professore. Ho fatto tutto da autodidatta, a modo mio, e accettando i lavori che man mano arrivavano sono finita qui".
Cowboy Bebop: l'anarchia scritta a tavolino e il miracolo dei Seatbelts
Nelle molte opere della compositrice, la colonna sonora di Cowboy Bebop rappresenta un passo importante. Il sodalizio con Shin'ichirō Watanabe era in realtà iniziato anni prima con Macross Plus, anche se Kanno confessa ridendo: "All'epoca di Macross Plus non mi ricordavo affatto di lui. Il supervisore generale era Shōji Kawamori, una figura così potente ed esuberante che Watanabe era completamente sparito dalla mia memoria!".
Quando poi i due si ritrovarono al tavolo per Bebop, il progetto era una tela bianca: "Non c'era una sceneggiatura, la trama non esisteva e perfino i personaggi non erano definiti. Il regista mi disse solo che amava il jazz e che avrebbe voluto farne il tema cardine. Io gli risposi senza mezzi termini: 'Lascia perdere, il jazz non venderà mai!'. All'epoca non lo capivo: trovavo assurdi quei brani da quindici minuti. Io mi stufo in fretta, non riesco ad ascoltare la stessa cosa per un quarto d'ora e pensavo che per il pubblico valesse lo stesso".
La scintilla, tuttavia, innescò un processo creativo incredibile che ha sfatato una delle più grandi leggende metropolitane sulla serie: l'idea che la colonna sonora sia nata da libere jam session. "Può dare quell'impressione all'ascolto, ma è un equivoco: ho scritto quasi tutto su spartito", chiarisce Kanno. Il segreto dei Seatbelts (la sua band) risiede invece in un paradosso esecutivo: "Non amo le esecuzioni scolastiche, dove tutto è lindo e pulito secondo le note. Scrivo la partitura, ma poi pretendo che i musicisti ci mettano la propria personalità andando fuori dai binari. Solo per alcuni strumenti, come l'armonica blues o il sax, spiegavo l'emozione che cercavo, facevo improvvisare e poi rimontavo le registrazioni per dare forma al brano".
La sensei ribadisce poi il concetto affermando: "Credo che in fondo mi piaccia che la mia musica venga distrutta. Voglio che i musicisti la facciano a pezzi. Come quei registi che esultano quando un attore pronuncia una battuta con uno sguardo e un tono del tutto imprevisti rispetto al copione. Musicisti come Tsuneo Imahori suonano in un modo così assurdo che non capisci mai cosa passi loro per la testa: è un uomo affascinante che si fa crescere la barba per sembrare trasandato, ma la sua imprevedibilità mi entusiasma". In quell'atmosfera di studio nacque anche il personaggio di Radical Edward: "Durante le sessioni staccavo la copertura protettiva del pianoforte a coda, la stendevo sul pavimento sotto la cassa armonica e mi raggomitolavo lì dentro per dormire. Watanabe e la sceneggiatrice Keiko Nobumoto mi videro e dissero: 'Ecco, questa è Ed'".
La grana delle emozioni e il futuro dell'opera
Interrogata sul legame con la tradizione lirica italiana, Kanno ricollega tutto alla resa emotiva di un'opera: "La musica italiana possiede una grana dell'emozione finissima, soprattutto in Puccini. Se immaginiamo una scala da zero a cento, l'opera italiana è capace di percorrere e sfumare ogni singolo gradino. In Giappone la modulazione espressiva è trattenuta, oscilla tra +10 e -10. Il cinema di Hollywood, al contrario, lavora soltanto nella fascia estrema, tra 80 e 100. La ricchezza dettagliata dell'opera italiana invece mi ha segnato nel profondo".
A chi le chiede come avvicinare i giovani a un genere spesso percepito come museale, Kanno risponde ricordando la propria battaglia per sdoganare le colonne sonore degli anime: "Quando ho iniziato, le soundtrack animate erano considerate qualcosa di scadente e fuori moda; i negozi di dischi si rifiutavano categoricamente di esporle perché avevano tutte le stesse copertine con i disegni della serie. Con Macross Plus ho imposto una copertina senza illustrazioni, con un semplice logo minimale, e da quel momento i negozi hanno iniziato a venderle. Le storie dell'opera parlano delle stesse identiche passioni delle persone di oggi, non invecchiano: è solo una questione di presentazione e coraggio visivo".
Con lo sguardo già rivolto al futuro poi Yoko Kanno afferma: "Non ho ambizioni di grandezza, ma amo viaggiare: adesso vorrei andare a lavorare in Antartide , datemi un lavoro al Polo Sud!" scherza prima di congedarsi e salutare il pubblico schermandosi con una certa modestia: "Credo di essere fin troppo sopravvalutata, non sono niente di speciale. Ma vedervi qui mi riempie di gioia: grazie per tenere la mia musica così vicina alle vostre vite".