Westworld

2016 - ....

Westworld, il finale di stagione: la rivoluzione è autocoscienza

Il lungo e denso episodio conclusivo della prima stagione di Westworld getta luce sui meandri del labirintico intreccio, lasciando appena qualcosa in sospeso: una conclusione nera e brutalmente gratificante che ci lascia oltremodo curiosi di sapere cosa ci riservano per il futuro i piani di Lisa Joy e Jonah Nolan.

Che quello di Westworld fosse un ordito pianificato e lavorato al millimetro si intuiva dalle primissime battute. Da quella coerenza interna, quel calibrato foreshadowing, quei riferimenti alti mai scomodati gratuitamente, e dall'ambizione stessa di riflettere sulle modalità della narrazione e della fruizione dello storytelling che dimostra sicurezza nei propri mezzi e voglia di superare gli schemi tradizionali offrendo nuovi stimoli e prospettive agli spettatori più smaliziati. Questo gran finale di stagione di un'ora e mezza di durata porta a compimento il disegno principale, costringendo anche i più scettici ad archiviare i dubbi sulla solidità narrativa di Westworld e regalandoci la convinzione solo un filo frustrante che, di fatto, quello che abbiamo visto in dieci episodi non è che il prologo elaborato e potente di una rivoluzione a venire. E adesso, purtroppo, l'attesa sarà lunghissima.

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Westworld: Evan Rachel Wood e Jeffrey Wright in The Bicameral Mind

Giù il cappello (nero), William

Westworld: Ben Barnes e Jimmi Simpson in The Bicameral Mind

Ma cominciamo, per una volta, da quello che ci è piaciuto meno di questo episodio forse fin troppo ricco e multiforme, che, tra le altre cose, si concede di lasciare in sospeso la sorte di Elsie e Stubbs e introduce le possibilità di un nuovo scenario, un parco gemello (SW, Samurai World?): il denouement sull'identità dell'Uomo in nero, che, come avevano previsto un po' tutti, è William trent'anni dopo, arriva in maniera un po' troppo precipitosa e sterile. Sin dai primi episodi dello show siamo stati affascinati dalla possibilità che questo giovane che, entrando in Westworld per la prima volta, indossa un cappello bianco, scegliendo la correttezza, la curiosità rispettosa nei confronti degli host, fosse destinato a trasformarsi nel più sadico e insaziabile dei "giocatori".

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Westworld: Ed Harris ed Evan Rachel Wood in The Bicameral Mind

La multidimensionalità cronologica di Westworld fa sì che possiamo letteralmente attraversare il passato, trovandoci al fianco dei personaggi in varie epoche, permettendoci di raccogliere indizi ed epifanie. In più, da una parte e dall'altra ci sono l'ottimo Jimmi Simpson e il leggendario Ed Harris. Ma la transizione - relegata a una parentesi espositiva con l'Uomo in nero che si confessa alla povera Dolores - non ci ha convinto pienamente. La scelta di mostrare l'estemporanea mattanza dei soldati oltre che il bizzarro supplizio di Logan per mostrarci la trasformazione è quanto meno discutibile, perché si tratta di momenti un po' avulsi dal cuore della vicenda, dalla scarsa resa scenica e dalla limitata risonanza emozionale. Ci è piaciuto Ben Barnes nei panni dello spregevole gaudente Logan, ma c'è qualcuno che tremi per la sua sorte? Davvero non c'era modo di mostrarci un giovane William sull'orlo dell'abisso più convincente e inquietante? Le cose migliori, poi, nel "duello" tra Dolores e l'Uomo in nero in cui lui continua stolidamente a cercare di ottenere quello che vuole a suon di pugni, le fa vedere Evan Rachel Wood, prefigurando la forza implacabile, la bellezza terribile dei nuovi dei immortali e fuori dal tempo; anche se c'è da dire che Ed Harris riesce a redimersi nella sua ultima scena, con quel sorriso trionfante che accoglie il colpo di scena che ha inseguito per trent'anni - non la ragazza dei sogni, ma il brivido, il sangue e il terrore - e che restituisce al personaggio il suo fascino, la sua "gioia violenta".

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Le tue ossa diventeranno sabbia, e su quella sabbia camminerà un nuovo Dio.

Fuga dall'inferno di cristallo

Un altro "problema", se così vogliamo chiamarlo, perché forse sarebbe più corretto parlare di un altro elemento che non ci ha soddisfatto pienamente soprattutto in relazione alle nostre aspettative, è la mancata integrazione della storyline di Maeve all'interno della linea narrativa principale di The Bicameral Mind. Nel corso dei primi nove episodi dello show, abbiamo assistito in parallelo ai "risvegli" di Dolores e Maeve: nebuloso, tortuoso e angosciante il percorso della prima, trionfante e sanguinario quello della seconda. Con The Bicameral Mind, scopriamo che soltanto Dolores ha goduto, in una certa misura, di quello che potremmo chiamare non senza le dovute cautele "libero arbitrio": Maeve viveva solo un'altra storyline scritta per lei da Robert Ford - probabilmente nell'ambito dei suoi progetti e esperimenti volti a "salvare" gli host dalla schiavitù e dalla follia.

Westworld: Thandie Newton in The Bicameral Mind

Dolores giunge faticosamente al centro del labirinto, alla piena e autentica coscienza di sé, e punisce il maschio violento e oppressore, ma poi fallisce nel dargli il colpo di grazia; mentre Maeve, che incarna(va) l'anima più femminista di Westworld - e anche qui, nel lasciarsi alle spalle Hector Escaton, infila la deliziosa battuta "Ho sempre prediletto la mia indipendenza" - rientra in un loop, anche se è un loop diverso, perde la sua illusoria indipendenza, e soprattutto non ha alcun ruolo effettivo nella rivoluzione che abbiamo annunciato e auspicato. Quello che le accade è comunque significativo: quella zavorra, il suo ricordo fondante, la pietra angolare su cui è costruita la sua essenza e che Bernard non può rimuovere senza distruggere la sua mente, è proprio l'elemento che alla fine la fa uscire davvero dallo script, poiché nella "programmazione" rilevata da Felix era previsto che Maeve lasciasse effettivamente il parco. La speranza di ritrovare quella bambina che non è figlia di nessuno ma è sua figlia arresta la sua determinazione, e spezza la predestinazione; a ulteriore conferma del fatto che l'empatia, l'amore e la considerazione degli altri sono ciò che ci rende davvero umani.

Westworld: Thandie Newton, Rodrigo Santoro, Ingrid Bolsø Berdal e Leonardo Nam in una scena di The Bicameral Mind

La parte più dinamica della fuga, con la voluttuosa carneficina compiuta da Hector e Armistice, è un preludio al massacro finale oltre che una delle scene più divertenti della stessa stagione, ma ha il difetto di essere fredda. Tra i vari sprezzanti, abusivi macellai e inservienti impiegati nei budelli sotterranei di Westworld, Felix era quello attento e sensibile alle sofferenze degli host: possibile che non faccia una piega di fronte a un eccidio di umani? Se Maeve non ha rimosso l'amore (e il suo dolce addio a Clementine lo dimostra ancora prima del dietro front finale) come può non avere alcuna remora a spazzar via una vita che è più fallibile e caduca e colpevole della sua ma è pur sempre vita? Lo show ha da tempo gettato la maschera sulla propria misantropia, ma non potremo davvero fare il tifo per gli oppressi se li vediamo privi della minima compassione per i propri oppressori. Coloro che calpesteranno la sabbia che è stata le nostre ossa, i nuovi dei, devono essere migliori di noi.

Il sacrificio del patriarca

Sin da quando ero bambino, ho sempre amato le belle storie. Credevo che le storie potessero renderci migliori, aiutarci a rimediare a ciò che è spezzato, a diventare ciò che sogniamo di essere. Bugie che raccontano una verità più profonda. Pensavo di poter avere un piccolo ruolo in questa grandiosa tradizione, e, per tutti i miei sforzi, ho ottenuto questo. Una prigione per i nostri peccati.

Westworld: Evan Rachel Wood, James Marsden e Anthony Hopkins in The Bicameral Mind
Westworld: l'attore James Marsden in The Bicameral Mind

Abbiamo visto mille volti del dottor Robert Ford nell'arco di questa prima stagione di Westworld; paterno e arguto, contemplativo e imperturbabile, minaccioso e inquietante. Abbiamo percepito gradualmente la magnitudine del suo disegno senza riuscire ad afferrarne il senso fino all'ultimo: ma ogni ambiguità si scioglie con questa tragica e gloriosa uscita di scena che porta con sé la distruzione di un sistema antiquato e corrotto. Se anche la figura di Ford, in parte, subisce il carattere un po' sbrigativo ed espositivo di alcuni passaggi di The Bicameral Mind, è anche vero che per sua natura Westworld non avrebbe potuto esplorare in maniera più esauriente il rapporto tra Ford e Arnold e quello tra quest'ultimo e Dolores senza rinunciare alla tensione verso una eclatante rivelazione finale.
Potremmo tornare indietro al pilot L'originale (e siamo sicuri che molti di voi lo faranno; chiunque abbia il tempo per un rewatch sappia di essere bersaglio della nostra invidia) e rivedere ogni scena con Ford (e quelle tra Dolores e quello che credevamo Bernard e invece era Arnold) in una luce diversa: scopriremmo che colui che abbiamo sempre ritenuto un abile manipolatore e un inaffidabile narratore in realtà non ci ha mai mentito. Non si trasforma in eroe, Ford, e non dimentichiamo i suoi errori, ma la dedizione infusa nel piano per porvi rimedio lo muta ai nostri occhi in un ammirevole ma credibile essere umano capace di un passo decisivo e coraggioso in nome di una causa giusta e terrificante.

E il fatto che sia stata la perdita del suo socio e amico - anche se tutto questo ci viene raccontato e non mostrato - a indurlo a riflettere sulle implicazioni dell'autocoscienza degli host è un'ulteriore conferma della centralità dell'affetto e dell'empatia nell'universo emotivo degli autori di Westworld, e l'elemento che rende soddisfacente ed emozionante anche un finale così nero. Siamo colpevoli, inaffidabili; siamo condannati. Ma la capacità di amare è l'eredità preziosa che lasciamo alle nostre creature, ai nostri sciagurati figli, ai ribelli disperati che saranno i nostri successori.

We hope your rules and wisdom choke you. (Radiohead, Exit Music)

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Alessia Starace
Redattore
4.0 4.0

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