Tutto l’amore che resta, la recensione: un'ottima idea ridotta spesso a didascalia

La nuova fiction di Rai 1, di cui abbiamo visto in anteprima le prime due puntate, parte da un'idea lodevole e ambiziosa che la scrittura non riesce sempre a restituire nella sua complessità

Un fotogramma corale di Tutto l'amore che resta

Una scuola può diventare il luogo nel quale imparare a convivere con ciò che ci rende diversi? È la domanda, di attualità politica strettissima, dalla quale parte Tutto l'amore che resta, la nuova fiction di Rai 1 diretta da Andrea Rebuzzi e interpretata da Raoul Bova e Giulia Bevilacqua e un gruppo di giovanissimi attori.

Una domanda che la serie affronta attraverso il Liceo Helen Keller, un istituto nel quale ragazzi con e senza disabilità condividono le stesse aule, gli stessi problemi, le stesse amicizie, gli stessi innamoramenti e, soprattutto, lo stesso percorso di crescita.

Lo Stefano Fogli diRaoul Bova, il preside che ha trasformato il concetto di inclusività scolastica nella propria missione dopo la malattia del figlio Luca, ne è il cuore e la mente. Non una storia sulla disabilità, però, o almeno non solo: l'Helen Keller diventa il luogo nel quale viene messa in discussione l'idea stessa di normalità, e la disabilità è soltanto una delle condizioni attraverso cui i ragazzi vengono percepiti come diversi. È un concetto importante, che Tutto l'amore che resta eredita dalla serie francese di cui è adattamento, Lycée Toulouse-Lautrec, creata da Fanny Riedberger.

Ma proprio il confronto tra ciò che la fiction dichiara di voler raccontare e il modo in cui sceglie di metterlo in scena porta al problema principale: la complessità delle questioni che mette in campo è spesso superiore alla semplificazione con cui sceglie di raccontarle.

Un'ottima idea penalizzata dalla scrittura

Da Sinistra Damiano Potenti Q9A8066 Copia
Tutto l'amore che resta, una scena della fiction Rai

Il problema della serie non è ciò che vuole dire (e ci mancherebbe!), ma il modo in cui spesso lo dice. La distanza fra intenzione e risultato emerge soprattutto nella scrittura. Ci sono dialoghi che sembrano esistere soltanto per far procedere la storia o distribuire informazioni. Altre volte i personaggi dicono con estrema chiarezza ciò che la serie vuole che lo spettatore comprenda.

Un dialogo efficace però non dovrebbe necessariamente spiegare un'idea: dovrebbe permetterle di emergere da una situazione, da un conflitto, da una contraddizione. In Tutto l'amore che resta, invece, le conversazioni finiscono talvolta per assumere la forma di piccoli dibattiti sulla corretta posizione da assumere nei confronti dei alcuni dei grandi temi centrali.

E così alcune battute sembrano avere quasi la funzione di uno spot-progresso, più che quella di una frase pronunciata da un personaggio che, pur solo all'interno della sua diegesi, dovrebbe funzionare come una persona reale in una situazione reale.
Ma una sceneggiatura che deve ricordarci continuamente quale sia la posizione giusta, lascia in realtà meno spazio alla comprensione.

È una forma di didascalismo particolarmente insidiosa, che nasce forse dal desiderio di non essere fraintendibili, ma rischia di trasformare un conflitto complesso in una contrapposizione nella quale una delle due parti possiede già la risposta corretta.

Il paradosso è che, nelle intenzioni del suo stesso regista, la serie vorrebbe evitare il manifesto didascalico. Rebuzzi parla infatti di un racconto generazionale, di un melodramma moderno nel quale le condizioni dei ragazzi non devono diventare semplicemente etichette.
Ma una storia può evitare di essere un manifesto sul piano della trama e diventarlo, almeno in parte, con i dialoghi.

Vittoria e una normalità da mettere in discussione

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Gloria Harvey è Vittoria in Tutto l'amore che resta

Il personaggio che avrebbe le maggiori possibilità di sottrarsi a questa semplificazione è Vittoria (Gloria Harvey). La ragazza arriva all'Helen Keller perché sua madre Elisabetta (Anna Favella) ha deciso di iscrivere lì sia lei sia il fratello Matteo (Francesco De Rosa), autistico. Vittoria vive quella scelta come l'ennesima conseguenza di una condizione familiare nella quale sente di essere stata messa in secondo piano. La sua rabbia nasce dalla percezione di essere stata costretta per anni ad adattarsi a esigenze altrui.

Nelle prime due puntate, quelle che abbiamo visto in anteprima, arriva persino ad accusare la madre di averla messa al mondo solo "perché ti serviva una babysitter per Matteo".

Vittoria rappresenta qualcosa di più interessante di chi che deve imparare ad accettare il diverso. Rappresenta un'idea di normalità. È il mondo nel quale esistono una famiglia, una classe sociale, una scuola, degli amici, un fidanzato, delle aspettative e dei comportamenti considerati normali fino a quando qualcuno o qualcosa non ne mette in discussione l'equilibrio. L'Helen Keller introduce una frattura in quel sistema e costringe Vittoria, prima ancora degli altri, a capire che ciò che considerava naturale era soltanto una delle possibili forme di organizzazione della vita.

È probabilmente il momento di crescita più interessante della serie. Perché la diversità, in questa prospettiva, non coincide più con una diagnosi. Diventa una relazione: esiste qualcuno che viene percepito come diverso perché qualcun altro occupa la posizione dalla quale stabilisce che cosa sia normale.

Stefano Fogli: il preside illuminato e la sua missione "apostolica"

Interpretato da Raoul Bova, è il preside dell'Helen Keller e l'uomo che ha trasformato la sua idea di scuola in una missione quasi apostolica, portata avanti con uno zelo (veicolato evidentemente dal "suo" Don Massimo) tale da finire per assorbire gran parte della sua vita.

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Tutto l'amore che resta, una scena della fiction Rai

Ed è proprio qui che il personaggio mostra una contraddizione interessante: il preside illuminato che dedica tutto se stesso alla scuola finisce per trascurare la propria casa. La moglie lo accusa di aver sacrificato la famiglia, mettendo in luce il rovescio di quell'ideale di cura e accoglienza che Stefano difende dentro l'Helen Keller.

Ma è poi la scrittura a renderlo un personaggio problematico. La sceneggiatura lo trasforma spesso nel portavoce della propria tesi, mettendogli in bocca non tanto ciò che il personaggio avrebbe bisogno di dire, quanto ciò che la serie vuole che lo spettatore pensi. Stefano finisce così per essere il megafono della fiction.

Il problema non è avere una posizione precisa, ma che la sceneggiatura gliela faccia esporre in modo così esplicito da eliminare il lavoro che dovrebbe spettare di più alla scena. Invece di far emergere i conflitti dalle situazioni, spesso li spiega attraverso Stefano. E così il preside che dovrebbe incarnare la complessità del progetto finisce per diventare uno degli strumenti più didascalici.

Una scuola piena di diversità, ma non di tutte

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Tutto l'amore che resta: Adriana Savarese in una scena della fiction Rai

L'ambizione della serie è più ampia della sola disabilità. All'Helen Keller convivono malattie, disabilità fisiche, autismo, disagio sociale, conflitti familiari ed errori da cui ripartire: Giulio (Francesco Leo) deve fare i conti con la vita dopo l'incidente che lo ha costretto sulla sedia a rotelle, Matteo con gli equilibri della propria famiglia, Nuri (Pierpaola Janvier) con i limiti da superare, Pietro (Riccardo De Rinaldis) con le conseguenze dei propri errori.

La scuola diventa così un piccolo mondo nel quale la diversità dovrebbe essere la condizione stessa dell'esistenza, non un'eccezione. Proprio per questo colpisce l'assenza della diversità culturale, una componente talmente concreta e quotidiana della realtà scolastica italiana da essere materia politica incandescente degli ultimi giorni
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Non è necessario raccontare ogni forma di pluralità in cinque serate, ma se l'Helen Keller vuole essere un microcosmo capace di mettere in discussione l'idea di normalità, anche ciò che resta fuori diventa una scelta narrativa.

Quando i personaggi diventano esempi

Tutto l'amore che resta tende spesso a trasformare la condizione dei suoi giovani protagonisti in altrettante "definizioni". Giulio è il ragazzo che deve ricominciare dopo l'incidente, Matteo il ragazzo autistico che scopre l'innamoramento, Nuri la ragazza ipovedente che corre oltre gli ostacoli, Pietro il ragazzo che deve fare i conti con i propri errori.

Naturalmente sono personaggi più complessi di così. Ma la sceneggiatura parte spesso dalla loro caratteristica distintiva per dirci chi sono, invece di lasciare che sia la storia a mostrarci quanto quella caratteristica rappresenti soltanto una parte della loro identità. È qui che la buona intenzione rischia di trasformarsi, ancora una volta, in semplificazione.

Il problema non sono le buone intenzioni...

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Francesco Leo in Tutto l'amore che resta

Ed è questo il vero limite della fiction: una materia narrativa ricca e composita viene spesso ricondotta a dialoghi, conflitti e personaggi già facilmente decifrabili.

La serie avrebbe avuto bisogno di fidarsi di più delle proprie storie e di spiegare meno. L'Helen Keller avrebbe potuto essere un luogo nel quale l'idea di normalità viene messa continuamente in discussione senza che qualcuno debba ogni volta dirci come leggerla.

È la contraddizione più evidente della fiction: vuole insegnarci a guardare oltre le etichette, ma finisce a tratti per raccontare i propri personaggi attraverso etichette narrative fin troppo facili da riconoscere.

Conclusioni

Il tema resta importante e la domanda da cui parte la serie è urgente. Proprio per questo sarebbe servita una scrittura capace di fidarsi maggiormente della materia che aveva scelto di raccontare. Tutto l'amore che resta non ha un problema di intenzioni, ma di rappresentazione. Quando lascia parlare i personaggi attraverso le loro contraddizioni, la fiction intravede una materia più ricca di quella che poi riesce a restituire. Quando invece sente il bisogno di spiegare, classificare e indicare allo spettatore la posizione corretta, quella ricchezza si restringe. La domanda iniziale, allora, resta aperta: una scuola può davvero diventare il luogo nel quale imparare a convivere con ciò che ci rende diversi? La serie sembra avere una risposta precisa. Il limite è che, troppo spesso, invece di lasciarla cercare agli spettatori attraverso le storie dei suoi personaggi, preferisce raccontarcela per filo e per segno.

Movieplayer.it
2.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • Un tema ambizioso e attuale
  • Alcuni personaggi hanno un potenziale narrativo forte

Cosa non va

  • La scrittura è spesso troppo didascalica
  • I personaggi rischiano di essere ridotti solo a ciò che li rende "diversi"
  • La rappresentazione della diversità resta parziale
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