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Triangle of Sadness, intervista a Ruben Östlund: “Ho unito il meglio del cinema europeo e americano”

Intervista a Ruben Östlund, regista di Triangle of Sadness, film vincitore della Palma d'Oro a Cannes 75, in cui su una nave da crociera scoppia la lotta di classe. In sala.

Triangle of Sadness, intervista a Ruben Östlund: “Ho unito il meglio del cinema europeo e americano”

Quando eravamo a Cannes 75 l'abbiamo detto subito: Triangle of Sadness avrebbe vinto la Palma d'Oro. Molti colleghi erano scettici: Ruben Östlund ha già vinto pochi anni fa, nel 2017, con The Square, e, secondo alcuni, un film che fa ridere così tanto non è serio, quindi non può trattare argomenti seri scavando davvero nel profondo. Nelle sale dal 27 ottobre, quando abbiamo poi incontrato il regista alla Festa del Cinema di Roma, dove Triangle of Sadness è stato presentato al pubblico italiano, gli abbiamo riferito subito queste due cose.

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Un'immagine di Triangle of Sadness

Le sue risposte sono state: "Hai scommesso dei soldi sulla vittoria?" e "Penso che abbiano un palo infilato dentro e dovrebbero tirarlo fuori!". Ruben Östlund non le manda a dire, questo è sicuro. E in effetti si capisce dal suo film, da lui anche scritto, in cui persone di diversa estrazione sociale si ritrovano su una nave da crociera e scatta la lotta di classe.

C'è la coppia di modelli e influencers, Carl (Harris Dickinson) e Yaya (Charlbi Dean, scomparsa prematuramente) il magnate russo che ha fatto i soldi vendendo escrementi, gli eredi di una famiglia che costruisce armi. E poi l'equipaggio, anche quello diviso in classi, dal capitano, un Woody Harrelson strepitoso, alla signora delle pulizie, Abigail (Dolly De Leon). Ne abbiamo parlato con il suo autore, ora tifoso della Roma, visto che i produttori del film sono Dan e Ryan Friedkin, proprietari della squadra di calcio italiana: "Sono tifoso al 100%! Prima tifavo Milan per Zlatan Ibrahimovic, ma ora grazie a Dan e Ryan sono un grande tifoso della Roma". Quando gli chiediamo se farebbe un film su Ibra non si tira indietro: "È difficile però fare un film su di lui: non so chi potrebbe interpretarlo". Ma lui, ovviamente!

Triangle of Sadness: intervista a Ruben Östlund

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Triangle of Sadness: "Balenciaga e H&M"

Una delle scene cult del film è quella di "Balenciaga e H&M". È assolutamente vero: la pubblicità di Balenciaga è triste e cupa, mentre quella di H&M è così allegra. Perché secondo te costoso significa triste ed economico felice?

Perché definisce se stai in alto o in basso. Il lusso di essere in cima alla piramide e stare meglio degli altri è ciò che stai vendendo. So questa cosa grazie a mia moglie, che è una fotografa di moda. È lei che mi ha fatto notare che più i brand sono costosi, più i modelli giudicano i consumatori. E se consideriamo come è impostata l'industria della moda ha perfettamente senso. Ci vende un travestimento: compriamo un travestimento per integrarci nel nostro gruppo sociale.

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Un frame di Triangle of Sadness

A proposito di vendere: nel film parli anche di capitalismo. Nel capitalismo chiunque sia in grado di fare soldi ha un valore. Oggi anche cose importanti come l'uguaglianza e il cambiamento climatico sono usati per fare profitto. Se tutto si può trasformare in soldi e affari, come si trova la verità?

Il problema è che viviamo in una società talmente individualista che non riusciamo a collaborare. Se guardiamo ai paesi scandinavi, come la Svezia, negli anni '80 abbiamo avuto delle ottime politiche sociali, abbiamo capito che, dividendo le responsabilità, avremmo creato un buon sistema e un buon paese. Se lo perdessimo e diventassimo sempre più individualisti, e credessimo nel neoliberismo, chiunque può essere presidente, che per me è un mito profondamente connesso alla società americana, non riusciremmo più a organizzarci. Non si può risolvere il cambiamento climatico con il consumismo. Per me l'atteggiamento dei nostri tempi è riassunto nella battuta del film: cinismo mascherato da ottimismo. Dobbiamo renderci conto che in una società così individualista saremo molto soli.

Triangle of Sadness: "Cinismo mascherato da ottimismo"

Il tuo film è un lavoro di finzione ma oggi con la minaccia nucleare, la guerra e la pandemia non è così improbabile che finiremo tutti come i tuoi personaggi, su un'isola! Se sarà così, quali sono secondo te le qualità che avranno più valore? Non la bellezza.

Certamente sarebbero le abilità pratiche. È interessante: se penso alla mia vita non ho abilità pratiche se non fare film! Non so fare il giardiniere, o prepararmi il cibo, cose del genere. Se si finisse su un'isola deserta i followers su Instagram non aiuterebbero. Sarei fregato.

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Triangle Of Sadness: un'immagine

A proposito di profitti e arte: oggi parliamo molto di rappresentazione. Le persone impazziscono quando vedono una sirena o un elfo nero. Secondo te la diversità nel cinema è importante o, come dicevi, è cinismo travestito da ottimismo?

Penso che la rappresentazione sia molto importante. Penso sia un modo per rompere gli schemi. Penso che le quote siano molto importanti. Penso che dovremmo usarle per cambiare schemi e strutture. Un esempio: se vuoi parlare di società chiusa ed evidenziare come sia legata al colore della pelle, a volte devi rappresentare il mondo come appare. Ho fatto un film, Play, in cui dei ragazzi ne derubano altri. È ispirato a fatti reali accaduti nella mia città, Göteborg, e i ladri avevano una cosa in comune, erano neri. All'improvviso stavo facendo un film controverso, con 5 ragazzi neri che ne derubavano altri. Quando chiusura e colore della pelle sono connessi, a volte devi creare immagini controverse.

Triangle of Sadness: cinema europeo vs cinema americano

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Triangle Of Sadness: una foto

Quando ero a Cannes ho amato il tuo film, ho riso di gusto. Alcuni però dicevano che se un film ti fa ridere così tanto non è serio, quindi non può parlare di temi seri. Non sono per niente d'accordo. Ma cosa diresti a chi la pensa così?

Che hanno un palo infilato dentro e dovrebbero tirarlo fuori! Non penso abbiano ragione. Se si guarda il cinema europeo, un ottimo esempio è Lina Wertmüller, che era acuta, divertente e di grande intrattenimento, negli anni '60 era molto più selvaggio di oggi. È quasi come se avessimo cominciato ad atteggiarci nel trattare argomenti molto importanti. Il cinema europeo ha un grande problema: quando prendiamo i soldi statali, economicamente siamo a posto, quindi non ci preoccupiamo di arrivare al pubblico. Gli Americani invece devono arrivare al pubblico. Quindi la mia idea era cercare di unire la parte migliore del cinema americano, il rapporto col pubblico, e la migliore di quello europeo, ovvero mettere in discussione la società e fare domande. Mi sono ispirato al cinema di Lina Wertmüller e Buñuel.