The Walking Dead

2010 - ....

The Walking Dead 8: La vendetta è un piatto che va servito da Negan

La prima metà dell'ottava stagione volge al termine con un episodio cupo, pessimista e pieno di eventi che alterano i labili equilibri trovati sinora dai personaggi dello show. Pur diluendo la narrazione con scene evitabili, la serie promette finalmente uno scossone capace di svegliare il pubblico da un lungo torpore.

The Walking Dead: Norman Reedus nell'episodio E' così che deve essere

Gli zombie, si sa, non sono abili corridori. La loro è, piuttosto, una lunga e lenta marcia verso l'unica cosa che interessa quel che rimane dei loro corpi putrefatti: altra carne. The Walking Dead è una serie che si è specchiata nell'indolente incedere dei suoi erranti sempre più secondari, facendo della lentezza una sua cifra stilistica (amata e odiata), coerente con una narrazione rivolta all'introspezione, tutta dedicata alle derive estreme a cui soltanto la sopravvivenza è in grado di condurre.
A partire dalla seconda stagione, però, lo show ABC ha trasformato questa marcia in una staffetta divisa in due tronconi netti, con gli ormai celebri due segmenti lunghi otto episodi, a comporre ogni singola stagione. Una scelta che ha abituato il pubblico ad aspettarsi qualcosa di sconvolgente e di assai significativo attorno all'ottavo episodio. Una scelta che, va detto, spesso rende molti episodi del primo troncone non proprio irreprensibili (cattiva abitudine rispettata anche quest'anno). Dunque, eccoci qui. Il momento è giunto, perché con È così che deve essere (How It's Gotta Be), The Walking Dead spazza via in un sol colpo quanto accuratamente ordito e pianificato da Rick e compagni nelle puntate precedenti. Un triplice pugno nello stomaco sfoderato dai Salvatori redivivi e duri a morire, sadici eppure abili calcolatori, guidati da un Negan il cui sadismo non diventa mai furia cieca, ma si esprime attraverso una vendetta ben congegnata, dove ogni morte deve avere un valore simbolico.

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The Walking Dead: Andrew Lincoln e Chandler Riggs in una scena dell'episodio E' così che deve essere

La prima metà dell'ottava stagione volge così al termine con un episodio cupo, pessimista e pieno di eventi che alterano i labili equilibri trovati finora dai personaggi dello show. Pur diluendo la narrazione con scene evitabili (i siparietti "comici" tra Rosita e Tara e la breve avventura in solitaria di Aaron e Enid) e peccando per la solita pigrizia registica nella messa in scena, la serie sembra finalmente trovare uno scossone capace di svegliare il pubblico da un lungo torpore.

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Alexandra brucia, il Regno cade, Hilltop resiste

The Walking Dead: Lauren Cohan nell'episodio E' così che deve essere

Cala il buio su The Walking Dead. È così che deve essere assomiglia quasi ad un avvertimento metanarrativo, come a dire che c'era davvero bisogno di uno shock, di una violenta rottura, di rimischiare le carte per dare un senso ben preciso a questa finora deludente ottava stagione. Il salvatore (in tutti i sensi) è ancora una volta quel Negan che appare come il jolly sempre pronto nella manica, la scheggia impazzita capace di impreziosire lo show attraverso il carisma di Jeffrey Dean Morgan e il carattere folle quanto razionale di uno degli antagonisti meglio riusciti della storia televisiva recente. Certo, ne vorremmo di più e vorremmo che le sue potenzialità non rimanessero troppo a lungo inespresse come capitato finora, ma questa volta siamo stati accontentati. Negan guida con mano severa la rappresaglia dei Salvatori (salvi grazie ad una grande intuizione di Eugene), una vendetta spietata che si dirama lungo tre strade. La prima porta ad Alexandria, dove stanare Rick e punirlo una volta per tutte, la seconda è diretta verso il Regno di un Ezekiel già in ginocchio a cui dare il colpo di grazia, la terza conduce dalle parti di Hilltop, per provare a ragionare con Maggie. Sembra di giocare di nuovo al gatto e al topo, sembra di essere tornati alle atmosfere crepuscolari e asfissianti dell'ultima puntata della sesta stagione. Perché, anche se in maniera metaforica, Rick, Maggie, Ezekiel e tutti gli altri sono di nuovo in ginocchio davanti al ghigno compiaciuto di Negan. Il padrone dell'affamata Lucille mostra tutto il suo potere anche quando non è in scena. Basta sentirne il fischio, basta solo ascoltarne la voce per avvertire un sano terrore negli occhi di tutti. Così, mentre Ezekiel ci regala un grande gesto di altruismo e Maggie ci mostra quanto sia difficile abbassare la testa dinanzi alle richieste dei Salvatori, uno spaesato ma non ancora indomito Rick ci regala un gustoso (ma breve) duello all'arma bianca con Negan. E, diciamolo, il momento in cui l'ex sceriffo prende in mano Lucille è forse l'unico momento di puro godimento di un episodio afflitto dai soliti alti e bassi, penalizzato da una regia davvero rozza e sciatta, incapace di dare alla scene d'azione la giusta tensione.

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La notte buia dello sceriffo Carl

The Walking Dead: Chanderl Riggs in una scena dell'episodio E' così che deve essere

Raccontare è sempre una questione di prospettiva. E The Walking Dead è maestra nel porci dinanzi ad una domanda costante: se la storia fosse raccontata dal punto di vista di Negan, come ci apparirebbe Rick? Uno dei meriti maggiori di questo episodio claudicante è proprio nella risposta definitiva a questa domanda. È così che deve essere condanna definitivamente i piani vendicativi di Rick Grimes, la sua morale, la sua condotta, la sua incapacità di trovare un maledetto compromesso lontano da ogni forma di violenza. Come accennato due episodi fa, Carl diventa così l'emblema di un'altra via, l'incarnazione di una coscienza critica che guarda il padre con distacco e aria di rimprovero, perché ci deve pur essere un'alternativa, un modo di vivere diverso da questa eterna e logorante battaglia mortifera. Non è quindi una caso che in questo episodio si noti la crescita fisica (vediamo i primi cenni di barba sul suo volto) e psicologica del figlio di Rick, un ragazzo senza il tempo per esserlo davvero, ormai diventato un uomo con una sua visione del mondo molto lontana da quella paterna. Tutte cose che affascinano e in qualche modo spiazzano persino il nostro Negan, che vede in lui un suo futuro adepto. Crediamo che la visione monodimensionale e ripetitiva di questo Rick sempre adirato e dotato di paraocchi abbia persino fatto male allo show, perché assieme a lui hanno perso interesse anche Michonne, Daryl, Carol e Morgan, come svuotati nelle motivazioni e relegati a meri esecutori di un piano (inutile, tra l'altro) lungo sette puntate. E allora c'era davvero bisogno di Carl, c'era bisogno di una scossa da cui divampa la speranza per una seconda parte di ottava stagione migliore della prima. Noi ci speriamo. Nonostante quell'inquadratura finale sul piccolo sceriffo Grimes, più lungimirante del padre, nonostante un occhio in meno.

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Giuseppe Grossi
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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