The Truman Show: una vera bugia lunga 20 anni

Malinconico e agrodolce, il film di Peter Weir è un inno di libertà pieno di disincanto. A due decenni di distanza dalla sua uscita americana, cerchiamo di svelare i segreti di un meraviglioso show nello show.

Anche se il mondo in cui si muove è in effetti per certi versi falso, simulato, non troverete nulla in Truman che non sia veritiero. Non c'è copione, non esistono gobbi. Non sarà sempre Shakespeare, ma è autentico. È la sua vita.

Un wallpaper di Truman Burbank on air nel film 'The Truman Show'
Un wallpaper di Truman Burbank on air nel film 'The Truman Show'

Truman sorride, ma non è felice. Truman vive giorni sereni, ma è inquieto. Eppure, attorno a questo mite impiegato con la riga a lato, niente sembra andare storto. Una bella moglie, un lavoro sicuro, un amico fidato, un vicinato affettuoso. Troppo perfetto per essere vero, no? In effetti, a ben guardare, c'è qualcosa che non va nelle sue giornate tutte uguali, rassicuranti, prevedibili come un palinsesto televisivo di cui si conoscono contenuti e orari. Questa strana sensazione ha un nome ben preciso, e va in onda da trent'anni: si chiama The Truman Show. Uno spietato e meticoloso reality che segue la vita di Truman Burbank sin dalla nascita senza risparmiare nulla a un pubblico che ne conosce ogni vizio e spiato ogni anfratto. Una platea avida di vita altrui e ingorda di lui, che l'ha ormai adottato come uno di famiglia. Niente è sfuggito allo sguardo di migliaia di telecamere sparse attorno al nostro ignaro personaggio televisivo. Non un vagito, non una lacrima, non una sonora risata. Tutto è stato registrato, conservato, architettato per farne una grande storia americana. Una storia patinata dove la felicità messa in vetrina nasconde un cuore triste. Questo è The Truman Show, un film messo in scena come una commedia ma la cui sostanza è puro dramma. Malinconico e agrodolce, cinico e pungente, il film diretto con occhio arguto da Peter Weir è ispirato a un episodio della serie tv Ai confini della realtà, un titolo perfetto per descrivere la vita di Truman, condannato a vivere sempre oltre quel margine.

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The Truman Show: un immagine del celebre film
The Truman Show: un immagine del celebre film

Nominato a 3 Premi Oscar (miglior Regia, migliore Attore Non Protagonista, miglior Sceneggiatura non Originale), questo crudele spaccato di sociologia occidentale ha superato la prova del tempo svelando col passare degli anni tutto il suo potere profetico. Oggi, vent'anni dopo la sua uscita americana, siamo ancora qui a spiare pranzi e cene altrui, a sbirciare Instagram stories, a giudicare concorrenti nominati, a nutrirci delle vite degli altri. Laddove Il Grande fratello di George Orwell aveva immaginato interi sistemi dittatoriali che opprimevano milioni di persone, Peter Weir mette tutto (l'invadenza, la morbosità, la curiosità malata) sulle spalle del suo povero Truman e sul volto intenso di un Jim Carrey inedito. In anticipo sulla decennale moda dei reality e dei talent, The Truman Show è il sogno americano consapevole dei suoi limiti. È la felicità che scende a compromessi con l'ipocrisia, ma soprattutto un meraviglioso urlo di libertà che squarcia un mondo fatto di cartapesta. E poco importa se, per una volta, quel velo ingannatore è proprio il grande schermo.

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Da Platone a Neo: bisogno di verità

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Guardi The Truman Show e sembra di annaspare dentro un acquario, di gridare dentro una gabbia, di assistere ad un sadico teatrino dove una marionetta viene mossa da un grande burattinaio. Però qualcosa di vero c'è, ed è Truman stesso (nome non causale, il suo: true man). Lui, unica cosa autentica in un mondo finto, è composto da desideri pulsanti e da frustrazioni più vere del vero. Nel suo disperato bisogno di verità, che per quasi tutto film rimane fermo in gola, c'è una necessità antica quanto l'uomo. Infatti, The Truman Show dà voce ad una questione atavica: riusciamo a vivere una realtà oggettiva o siamo ingannati da una visione soggettiva del mondo? Questa eterna dicotomia tra reale e percezione del reale affonda le sue radici in questioni filosofiche che hanno creato dibattiti sin dai tempi di Platone (ricordate il Mito della Caverna?), una questione poi ripresa da tantissimi intellettuali interessati al tema dell'autenticità. Sulla scia di Cartesio e Schopenhauer, intenzionato a squarciare quel velo di Maya che ci appanna la vista, il film di Weir rende accessibile un dilemma esistenziale che busserà sempre alle porte dei pensatori più inquieti. Senza dimenticare che, esattamente un anno dopo The Truman Show, il tema veniva sdoganato ancora di più nell'immaginario collettivo grazie all'arrivo dirompente di Matrix. Illusioni virtuali contro realtà balorde, alter ego digitali opposti a carne e ossa. E quella scelta tra pillola rossa e pillola blu che definisce che tipo persone siamo.

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Tutto vero, tutto finto

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C'è qualcosa di disturbante nelle domande poste da The Truman Show. Poco prima che Truman abbandoni l'enorme set televisivo di cui è sempre stato ostaggio, il "creatore" Christof gli chiede quanta autenticità pensa di trovare là fuori, nel mondo vero. Per quanto esasperata e ridicola (frasi preconfezionate, eventi ridondanti, forzati messaggi commerciali), la vita del nostro Truman ci mette in guardia da qualcosa che riguarda tutti noi e che, in effetti, non rende per niente diverse la nostra realtà e la sua enorme bugia catodica: i rischi dell'abitudine. Crogiolarsi nelle rassicurazioni dell'abitudine è comodo e attraente, ma anche un potente anestetico. Attraverso gli occhi prima coperti e poi vibranti di Truman, capiamo presto che è molto facile accontentarsi di una versione patinata del vivere, nata da una forma di autodifesa che rende invisibili problemi, menzogne, contrasti. Insomma, il "fare finta che tutto vada bene" è un amichevole nemico che ci rende autori delle nostre dolci menzogne. Quel nemico simile a un prestigiatore, abile nel mostrarci solo quello che ci piace e non quello che ci serve.

Casomai non vi rivedessi: buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

Lontani e vicini

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Siamo tutti colpevoli. Nessuno è innocente. Siamo tutti affetti da un inguaribile voyeurismo, malati di vite altrui, pronti a barattare rispetto e discrezione in cambio di succulenta curiosità. The Truman Show sembra ci tiene a ribadirlo sin dalla prima scena, così parte senza fronzoli, mettendoci subito in una posizione ben precisa: quella degli spettatori. Noi siamo tra il pubblico dello show, subito messi al corrente delle "regole del gioco" a cui partecipiamo armati di pop corn, desiderosi di capire come andrà a finire l'avventura di Truman. All'inizio del film, Weir crea quindi un immediato distacco tra noi e il protagonista, facendoci sentire parte di una platea in dovere di godersi lo spettacolo attraverso uno schermo. Poi, però, il regista è abile nel distruggere la quarta parete e farci cambiare nettamente punto di vista. Grazie ad una scrittura semplice e immediata, The Truman Show ci descrive aspirazioni e malesseri di un uomo come noi. Sbirciare nel privato di Truman, spiare i suoi collage nostalgici, soffermarci sui suoi sospiri desiderosi di altrove ci rende simili a lui. Tra voglia e paura del cambiamento, questa grande allegoria sulla vita dell'uomo occidentale ha la grande capacità di renderci sia invadenti che empatici, sia spettatori che protagonisti.

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Giù la maschera, Jim

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Il buffone, il giullare, il carnevale umano. Prima di The Truman Show, Jim Carrey era stato solo e soltanto questo. Grazie a quel viso gommoso e camaleontico, agevolato da un fisico dinoccolato, l'attore canadese aveva travolto il cinema comico come un uragano. Un vortice inarrestabile di smorfie, atteggiamenti folli e battute memorabili, sollevato dopo i grandi successi di Ace Ventura - l'acchiappanimali, Bugiardo bugiardo, Scemo e più scemo e The Mask - da zero a mito. Poi arriva Peter Weir, e fa qualcosa di coraggioso. In un film dedicato all'adozione pubblica di un personaggio, il regista utilizza il volto familiare di Carrey per ridefinirne la percezione collettiva. Una scelta non casuale che ha permesso al buon Jim di mettere in mostra sfumature recitative fino ad allora rimaste chiuse nel cassetto. Non solo sorrisi smaglianti e battute sarcastiche, no. Jim Carrey si dimostra un attore sublime, in grado di portare nello sguardo un carico di malinconia spesso familiare ai grandi comici (qualcuno ha detto Charlie Chaplin e Robin Williams?). Per questo The Truman Show è più di un film, ma una diga che segna un prima e un dopo nella carriera di Carrey. Salutato il pubblico con quella frase ormai iconica, Carrey ha squarciato la sua grande menzogna per mostrarci il lato drammatico del giullare. Ed ecco Man on the moon, The Majestic e quel capolavoro di Se mi lasci ti cancello. The Truman Show è la storia di una doppia maschera gettata al vento. Quella di Truman e quella di Jim.

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