Se possibile, ancor più folgorante. Lo sottoscriviamo, per quanto il giudizio della critica sia sempre rimandato a quello del pubblico: attualmente, nessuna serie televisiva è minimamente avvicinabile a The Pitt. Fuori scala, esempio massimo di narrazione verticale. Il tempo, il cuore, la morte che insegue la vita. L'attimo che sfugge, il sudore e il sangue, la schiena spezzata e un cosmo stretto e compresso all'interno di uno spazio scenico che diventa testo e manifesto della condizione umana (squadrata, vulnerabile, contraddittoria), andando (ben) oltre il concetto di medical drama - tant'è che The Pitt continua a non aver rivali.
Tornata - anzi, arrivata - su HBO Max (un episodio a settimana dal 13 gennaio), la serie creata da R. Scott Gemmill, e prodotta da John Wells e Noah Wyle non cambia l'assetto (sarebbe stato folle il contrario) ma anzi lo eleva, equilibrando - al millimetro - umanità, caos e realismo.
The Pitt - Stagione 2: il 4 Luglio con Noah Wyle
Se la prima stagione - incensata di premi - raccontava una convulsa giornata al Pittsburgh Trauma Medical Center segnata da una tragica sparatoria, la seconda - composta ancora da quindici puntate, che equivalgono alle ore di turno - è letteralmente allungata nel corso del 4 Luglio. Il Giorno dell'Indipendenza è l'ultimo per il dottor Michael "Robby" Rabinovich (Wyle, sempre più amalgamato al ruolo) prima di prendersi tre mesi sabbatici. A sostituirlo, la dottoressa Al-Hashimi (Sepideh Moafi, tra le new entry dello show) molto più vicina alla tecnologia che alla "medicina empatica".
In uno dei pochi momenti "in esterna" ecco arrivare Robby a bordo della sua motocicletta, mentre sullo sfondo - rarissimo momento musicale - Shane Clark suona Better of Without You, brano di qualche anno fa capace - in un riff dalle vibrazioni anni Novanta - di racchiudere al meglio il tono pop/rock di The Pitt. E poi? E poi The Pitt 2 è la stagione delle scelte: paziente dopo paziente, ogni personaggio si ritrova ad affrontare nuove sfide e nuove consapevolezze, in una sottile ma costante evoluzione.
Una serie di assoluto valore
Un'evoluzione modulata e controllata secondo il ritmo della scrittura, che si allarga e si contrae rispetto all'azione, e quindi rispetto alle scene che compongono un'unica e ossuta struttura. Una costruzione che ha l'ardore di contrastare, tra le righe, le increspature orrorifiche di un'amministrazione poco avvezza all'affabilità e all'empatia.
Ed è forse questa la maggior differenza rispetto alla prima stagione: The Pitt 2 incalza le politiche dell'ICE (e la cronaca è terrificante), riflette sulle cure palliative (con una grande precisione umana) e illumina la GenAi, capace di alterare le regole mediche. "Abbiamo scritto su una lavagna tutte le cose che non avevamo mai trattato in E.R.: il fentanyl, i diritti trans, la violenza armata, e la carenza di infermieri. C'è così tanto materiale che oggi sembra estremamente rilevante", spiega infatti Noah Wyle, presentando le nuove puntate.
Un atto cumulativo che rende univoco il valore assoluto (e oggettivo) di una serie capace, tra l'altro, di confermarsi fucina di meravigliosi talenti: se Wyle è, ovviamente, il centro di gravità permanente, attorno a lui gravitano straordinari interpreti: da Shawn Hatosy a Patrick Ball, da Katherine LaNasa a Supriya Ganesh, e poi Fiona Dourif, Taylor Dearden, Shabana Azeez, Isa Briones, Gerran Howell e Shabana Azeez. Sono loro a dare colore e profondità, e sono sempre loro a rendere The Pitt il miglior show corale che possiate trovare in tv.
La miglior serie in circolazione? Sì.
No, non è un'esagerazione, e pure se lo è, poco importa: in un'epoca dominata dall'assolutismo algoritmico, aberrante e pericoloso - come detto è un tema che viene affrontato anche in questa seconda stagione - la serie firmata da R. Scott Gemmill è l'illuminismo narrativo applicato ad un racconto instancabile, in perpetuo movimento e, ancora, acceso da una confortante ed entusiasmante routine, creando una specie di dipendenza: ci rifugiamo in un pronto soccorso, nel quale riusciamo a rivedere anche noi stessi o, almeno, a re-immaginare il nostro profilo, aspirando ad essere delle "persone migliori".
Ancora più dettagliata, e sicuramente ancora più umana (il valore della comunità, il sacrificio), lo spettro sentimentale di The Pitt lascia quindi spazio a maggiori interazioni tra medici e pazienti, dando risalto a quell'emotività "progressista" in netto contrasto all'epoca medievale che gli Stati Uniti d'America (e quindi l'Occidente tutto) si ritrovano a subire. Ecco, The Pitt non è solo la miglior serie in circolazione, ma è anche e soprattutto una sincopata e inarrestabile ode al valore della gentilezza.
Conclusioni
Non era facile, e sicuramente non era scontato fare meglio. Coesione, azione, cast, scrittura, intelligenza narrativa, emozioni. Un medical drama che ha saputo evolversi pur restando fedele alla sua indole, verticale e sincopata. Pochi giri di parole: The Pitt si conferma come la miglior serie televisiva in circolazione.
Perché ci piace
- Cast.
- Coesione.
- Scrittura.
- Emozioni.
Cosa non va
- Non ci sono difetti.