Vedendo The Long Walk, molti spettatori rimarranno spiazzati nel non trovare le aperture al soprannaturale e quel filo di speranza che muove i personaggi, caratterizzando l'opera di Stephen King. Vero è che La lunga marcia, romanzo del 1979 a cui il film di Francis Lawrence si rifà, appartiene alla serie di Richard Bachman, opere cupe e feroci scritte da King sotto pseudonimo tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80. Ma non eravamo pronti a trovarci di fronte a un film così nichilista.
A far accapponare la pelle sono anche i sottili riferimenti a certe derive autoritarie odierne che affiorano nell'America distopica e senza tempo del film di Lawrence in cui leggere saggi di filosofia o ascoltare musica per educare al libero pensiero sono una colpa sufficientemente grave da dover essere estirpata con la morte.
Seguendo la regola d'oro Panem et circenses, la cieca dittatura militare guidata dal Maggiore (un Mark Hamill irriconoscibile) ha creato come diversivo una marcia fatale dal confine col Canada alla Florida a cui partecipano ragazzi da ogni parte degli USA. Il vincitore, colui che rimarrà in vita senza mai smettere di camminare, potrà chiedere qualunque premio, ma chi si ferma verrà fucilato all'istante dopo tre avvertimenti.
Un film nichilista con un messaggio da veicolare
Il rigore di The Long Walk suona come un atto di ribellione a certi diktat del cinema d'intrattenimento contemporaneo. Francis Lawrence realizza un film sporco, violento, disturbante. Effetti speciali ridotti all'osso, poche concessioni allo humor e ancor meno al pietismo. Ciò che interessa al regista è incollarci a quella maledetta striscia d'asfalto, farci sentire il dolore, la stanchezza e la sporcizia dei partecipanti alla marcia che tremano, tossiscono, si sporcano dei loro stessi escrementi, impossibilitati a fermarsi anche solo per espletare le funzioni corporali.
Anche la cornice narrativa in cui è incastonata la marcia è scarna e frettolosa. L'attenzione è tutta concentrata sui partecipanti a partire da Ray Garraty (Cooper Hoffman), accompagnato in auto alla partenza da una madre che non si rassegna ad assistere alla morte del figlio "in diretta". Ma Ray, Peter McVrie (l'ottimo David Jonsson), con cui il protagonista lega fin da subito, il muscoloso Stebbins (Gareth Wareing), lo spostato Gary (Charlie Plummer) e tutti gli altri partecipanti alla marcia custodiscono una motivazione per partecipare alla marcia, diversa per ciascuno, che verrà svelata durante il cammino.
Il confronto tra i personaggi: il cuore del film
The Long Walk è un grido di denuncia contro ogni totalitarismo. Per rafforzarne l'universalità, il film è ambientato in un'America distopica vagamente connotata temporalmente (l'"epidemia di pigrizia" tra i giovani che dà lo spunto al Maggiore per la marcia non vi ricorda certe dichiarazioni a sostegno del ritorno del servizio di leva?), ma il cuore del film è rappresentato dai personaggi.
La camera di Francis Lawrence passa da un marciatore all'altro seguendone riflessioni, dialoghi, scoppi d'ira, sorprendendoci all'improvviso nel rivelare una delle crisi che preludono all'uccisione da parte dei soldati. La marcia diventa un microcosmo in cui i partecipanti solidarizzano o si scontrano, isolati da tutto il resto.
Notevoli le performance dell'intero cast guidato da Cooper Hoffman. Non ci sono sbavature, ognuno fa la sua parte in un'opera corale in cui ogni ruolo, grande o piccolo che sia, va a comporre un puzzle di grande potenza emotiva. Grazie all'aiuto dell'attento script di JT Mollner, le parti lacrimevoli vengono scremate e i decessi, descritti con violenza grafica, vengono accettati prima con rabbia e poi con rassegnazione.
La regia di Francis Lawrence è abile nel gestire i dialoghi, evitando l'eccesso di teatralità e gettando qua e là i semi di un finale agghiacciante che si consuma sulle note di America the Beautiful e ha l'impatto di un pugno nello stomaco. Comprensibile la scelta di discostarsi dal romanzo di partenza anche se, nonostante la forza degli istanti finali, non tutte le motivazioni dei comportamenti dei personaggi risultano perfettamente chiare.
Conclusioni
L'adattamento de La lunga marcia firmato da Francis Lawrence è un'opera corale cruda e nichilista, un grido contro violenza e totalitarismo che, grazie alla performance di un manipolo di giovani attori, racconto un agghiacciante mondo distopico meno lontano del mondo in cui viviamo di quanto si pensi.
Perché ci piace
- Le performance del cast guidato da un Cooper Hoffman calmo e riflessivo e dal carismatico David Jonsson.
- Le scelte di regia, tese a valorizzare le relazioni che si instaurano tra i marciatori.
- La sobrietà della messa in scena, che è una risposta alla spettacolarità a tutti i costi.
- La presenza di Mark Hamill, davvero irriconoscibile.
Cosa non va
- Azzeccata la scelta del finale di tradire il romanzo originale, ma non tutte le motivazioni sono chiare.