The Liberator, la recensione: qualcosa di diverso nella classica storia di guerra

La recensione di The Liberator, la miniserie animata di quattro puntate targata Netflix in Trioscope che racconta le imprese belliche di Felix Sparks e del 137° reggimento.

RECENSIONE di 11/11/2020
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The Liberator: un'immagine della serie

Fa piacere iniziare la nostra recensione di The Liberator sottolineando come la miniserie Netflix, di primo impatto, sia una gradita sorpresa. Quattro puntate da circa 45 minuti, per tre ore complessive (ideali per un binge watching) interamente realizzate grazie alla tecnica del Trioscope, ovvero unendo riprese in live action con l'animazione. Il risultato non è sempre ottimale (approfondiremo quest'aspetto più avanti), ma di sicuro permette un approccio innovativo che rende l'opera di Jeb Stuart, ai più conosciuto per essere lo sceneggiatore di Trappola di Cristallo, molto di più di una semplice canonica serie di guerra. Quattro episodi chiusi in sé stessi, dalla struttura episodica, ma che si ritrovano in una conclusione decisamente riuscita, capaci di indagare la natura umana prima ancora che raccontare le imprese belliche, realmente accadute, con protagonisti i soldati del 137° Reggimento dell'Oklahoma comandati dal Capitano Felix Sparks.

Quattro imprese, una sola conclusione

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The Liberator: un'immagine tratta dalla serie Netflix

Per quanto la durata complessiva della miniserie superi di poco le tre ore, dando l'impressione di assistere a un lungo film, bisogna riconoscere che la divisione in puntate è un grosso merito per meglio comprendere la trama di The Liberator. Quattro episodi che raccontano quattro imprese, dal 1943 alla fine della guerra, con un breve epilogo sul ritorno a casa, tratte dalla vera storia di Felix Sparks (qui interpretato da Bradley James), il capitano di una squadra di soldati atipici. Una Compagnia composta anche da nativi americani e messicani, uno squadrone di reietti che nella società americana degli anni Quaranta non potevano per legge stare negli stessi posti o bere l'acqua della stessa fontana e che si ritrovano a doversi aiutare e ad affiancarsi grazie alla guerra. Dalla Sicilia alla Germania, i quattro episodi non si soffermano più di tanto sulle imprese belliche della squadra (anche se l'azione non manca ed è preponderante), quanto sugli effetti della guerra sull'animo delle persone. Ogni episodio, infatti, ha una storia ben definita, dalla struttura verticale, che racconta un evento importante o esemplare di tutta la Compagnia e che si conclude puntualmente con la scrittura di una lettera di Sparks alla moglie Mary, che lo aspetta a casa. In queste lettere si nasconde la vera anima della miniserie dando un tocco davvero umano a tutta la vicenda.

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La diversità nella stilizzazione

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The Liberator: una scena della serie Netflix

Non solo i protagonisti della storia sono i "diversi" della società americana del tempo (cosa che permette alla miniserie di inserirsi perfettamente in uno dei maggiori temi della nostra contemporaneità molto sentito in America), ma la stessa guerra è rappresentata in una maniera nuova e diversa rispetto al solito. Usando la tecnica del Trioscope siamo immersi in un'ambiente molto più stilizzato rispetto a quanto siamo abituati nelle opere audiovisive di genere bellico. The Liberator è un insieme di tecniche che fanno coincidere una certa dose di realismo con la stilizzazione dell'animazione. A dire il vero non sempre l'equilibrio è perfettamente riuscito. In certi momenti si ha proprio la chiara sensazione di vedere una ripresa "dal vivo" aggiustata con un filtro: sono brevi sequenze, ma interrompono di parecchio la sospensione dell'incredulità e creano uno strano effetto agli occhi dello spettatore che si ritrova lecitamente a chiedersi i motivi dietro questa strana e atipica scelta del Trioscope. Risposta che ci viene fornita direttamente dalla serie stessa: nei momenti migliori, la tecnica d'animazione riesce a creare un'immagine perfetta allo stesso tempo realistica, ma anche semplice, diretta e capace anche di edulcorare i momenti più violenti rendendo la visione piacevole anche per chi è facilmente impressionabile. Si rivela anche particolarmente apprezzata la scelta di avere continuamente l'obiettivo della macchina da presa sporco. È come se lo spettatore stesse guardando una storia del passato (e quindi rappresentata) attraverso un vetro dell'epoca, capace di donare una leggera coltre di nebbia che rende l'immagine ancora più profonda e tridimensionale.

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Un finale perfetto

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The Liberator: una scena tratta dalla serie Netflix

Se gli episodi non raccontano storie particolarmente originali (come spesso troviamo nei film di guerra ci sono storie di sacrifici, di imprese apparentemente impossibili, di conflitti interni, di battaglie e di perdite umane), la maniera in cui le storie vengono messe in scena garantisce una buona dose di emozioni, soprattutto nei momenti conclusivi degli episodi che cercano di dare un significato a quanto appena visto. In particolare, il secondo episodio colpisce con una piacevole nota malinconica, tragica nella sua schiettezza. Il vero e proprio finale, invece, racchiude tutto il senso della serie e il motivo per cui la scelta del Trioscope con quell'assenza di sfumature nelle immagini, con il colore pennellato come fosse un acquerello, si rivela decisamente vincente. In quell'inquadratura finale, così stilizzata, così semplice, così iconica, si ha il sapore di avere di fronte un dipinto. Un quadro che, con poche linee e pochi colori, riesce a dipingere con una potenza rara tutto il sentimento di essere vivi e a casa.

Conclusioni

Concludiamo la nostra recensione di The Liberator piacevolmente soddisfatti dalla miniserie Netflix. Nonostante a livello narrativo non sia particolarmente innovativa, rimanendo legata ai temi e agli argomenti canonici delle opere ambientate durante la Seconda Guerra Mondiale, gli episodi rimangono coinvolgenti e sanno emozionare parecchio. La tecnica del Trioscope permette un approccio fresco e piacevole alla materia, per quanto in certe occasioni mostri un po’ il fianco alla troppa artificiosità. Il finale, però, è un vero e proprio colpo al cuore, che riesce a dare un senso alle scelte stilistiche intraprese ed è capace di colpire ed emozionare nella sua semplicità.

Movieplayer.it

4.0/5

Voto medio

3.4/5

Perché ci piace

  • I quattro episodi risultano sempre coinvolgenti ed emozionanti.
  • La tecnica del Trioscope permette uno sguardo inedito e interessante alle vicende belliche.
  • Il finale della miniserie, nella sua semplicità, racchiude tutto il senso dell’opera.

Cosa non va

  • Le storie raccontate non propongono punti di vista inediti rispetto ad altre opere sull’argomento.
  • A volte il bilanciamento tra animazione e live action non è perfettamente riuscito dando l’impressione di troppa artificiosità.