Per Zach Woods le streghe non abitano soltanto le foreste delle fiabe tedesche. Possono stare anche nella contea di Bergen, a un passo dal George Washington Bridge, a fumare al tavolo della cucina. È lì che il comico e attore americano ambienta The Accompanist. È il suo debutto dietro la macchina da presa, dopo anni di commedia televisiva come la serie Silicon Valley, e ne firma anche sceneggiatura e produzione.
Al centro del film, presentato nel concorso della 23esima edizione di Alice nella Città, c'è Emily (Everly Carganilla), nove anni, portata via in fretta dalla casa del nonno malato di demenza. Viene affidata a Sylvia, una madre affidataria imprevedibile, ironica e un po' stregonesca, che convive con le apparizioni del proprio passato. A interpretarla è Susan Sarandon, qui anche produttrice esecutiva, che torna in un ruolo da protagonista assoluta dopo circa un decennio.
Reduce da un arresto per aver manifestato, a New York, contro la presenza di Netanyahu all'ONU, l'attrice, che ha incontrato in sala i giovani spettatori, riceve nell'ambito dell'inaugurazione degli eventi legati a È fuori sala il Womenland Award 2026. Un premio che guarda alla sua carriera, ma soprattutto al suo modo di stare nel cinema, e fuori, con libertà e senza paura di cambiare. Dopo la prima ad Alice nella Città, The Accompanist sarà dal 1 dicembre on-demand.
Una strega del New Jersey
Un racconto di realismo magico su amore e fantasmi nel New Jersey, così Zach Woods definisce The Accompanist, piccolo grande film in cui Susan Sarandon ha creduto fortemente e che la vede non solo tornare protagonista ma anche strega, come in una sorta di filo conduttore con l'indimenticabile Le streghe di Eastwick. Al commento sul ritorno come leading lady, ad inizio incontro stampa per il film, tenutosi al Nobu Hotel di Roma, l'attrice risponde tra il serio e il faceto: "In realtà non mi ero accorta di essere andata via. Non ne ho sentito la mancanza, perché ho sempre pensato di essere comunque la protagonista della mia vita". A convincerla è stato prima di tutto Woods, poi con un personaggio che non aveva mai interpretato e che le somiglia più di quanto si potrebbe pensare. "Anch'io sono un po' una strega. I miei confini sono piuttosto porosi, permeabili. Il presente, il passato e il futuro li sento tutti insieme, sono un po' ondeggiante. Per questo mi è piaciuta l'idea di farlo".
Loneliness Killer
Sin dalla presentazione del film allo scorso Tribeca Film Festival, Woods ha dichiarato che il suo film è un Loneliness Killer, combatte la solitudine, ed è per questo che lo ha voluto fortemente. Il regista infatti racconta di aver vissuto The Accompanist quasi come un'ossessione. Per lui la necessità creativa è una cosa molto concreta, per non dire fisiologica. "Qualcuno, non ricordo chi, ha detto che fare un film deve essere un'urgenza, come quando ti scappa la pipì: se non la fai potrebbe succedere qualcosa di terribile. Se senti quell'urgenza, il film lo devi fare. Andare al cinema è un modo per confortarci a vicenda delle nostre mancanze.Per me i film sono questo: storie che ti restano nel petto e accorciano le distanze tra le persone".
Il dolore condiviso
Ed a proposito di solitudini, Sylvia e la piccola Emily si riconoscono nella solitudine, si accompagnano nel dolore e, a loro modo, si salvano a vicenda. Che siano proprio le nostre ferite a renderci più capaci di aiutare gli altri?. "Credo che rendano più facile creare un legame, perché ti permettono di riconoscere nell'altro le battaglie che stai combattendo anche tu" commenta Sarandon che sul suo personaggio aggiunge: "Sylvia è terrorizzata dall'idea di creare un nuovo legame dopo quello che considera il suo fallimento come madre. Ma riconoscere le ferite degli altri può essere il modo per arrivare a un legame profondo".
Il film non racconta solo un amore che guarisce. Mette in luce anche tante forme di sofferenza diverse, come l'impossibile elaborazione del lutto per una madre che ha perso la figlia. È proprio qui che il cinema trova la sua funzione secondo Woods: "Quando si ha il cuore spezzato ci si sente più soli e isolati che mai. Eppure la sofferenza, la vergogna, il sentirsi inadeguati sono sentimenti universali. Il dono del cinema è farti capire che non sei solo. Qualcuno ha detto che un dolore condiviso è un dolore dimezzato e una gioia condivisa è una gioia raddoppiata. Il cinema fa esattamente questo". Sarandon, accanto a lui, si arrende con un sorriso: "Dopo una risposta così, di meglio non posso fare".
Il prezzo della libertà
Il Womenland Award non celebra solo la carriera ma la libertà di un'artista e attivista come Susan Sarandon. Quanto le è costato esercitare questa libertà e come è cambiata la percezione del suo lavoro dagli inizi ad oggi? Sarandon ricorda di aver sempre cercato di usare la propria visibilità per dare voce a chi non ne aveva. Poi torna a uno degli episodi più noti della sua carriera, la notte degli Oscar del 1993, quando dal palco denunciò la detenzione a Guantanamo di rifugiati haitiani sieropositivi.
"Si è scatenata un'ondata di odio e sono stata tenuta lontana dall'Academy per diversi anni. Qualcosa di simile è successo quando ho parlato contro la guerra in Iraq. Ma per me tacere, non puntare la torcia su informazioni importanti, è molto più pericoloso. L'autenticità e la gentilezza sono le cose che contano di più". Ha compiuto 80 anni da pochi giorni e oggi si guarda indietro con una certa tenerezza. "Quando rivedo i miei vecchi film mi chiedo perché non riuscissi a essere più presente e perché non capissi quanto ero bella. Adesso sento una responsabilità ancora più grande verso i miei figli, perché capiscono cosa succede, e questo mi rende più vulnerabile". E non rinuncia a strappare una risata: "Comunque, quando io dico 80 anni, voi dovreste rispondere: ma no, non li dimostri affatto!, non è possibile" dice lei stessa in italiano.
Contro la normalizzazione dell'orrore
Si ricorda a Susan Sarandon quel Dead Man Walking che le è valso l'Oscar nel 1995 e che negli ultimi giorni è tornato dannatamente attuale, data la proposta di trasmettere in streaming l'esecuzione del condannato a morte Nidal Hasan. L'attualità americana entra inevitabilmente nella conversazione e Sarandon non usa mezzi termini. "È la dimostrazione di quanto sia profonda l'infezione nel governo degli Stati Uniti in questo momento: mancanza totale di moralità e di sensibilità, e una mascolinità tossica. L'unica cosa positiva è che si è riaperto il dibattito sulla pena di morte. Trasmettere dal vivo l'uccisione a sangue freddo di una persona che non può difendersi rovinerà anche la vita di chi la esegue. Richiama i tempi della schiavitù e delle impiccagioni". Lo stesso discorso vale per Gaza. Quello che le è accaduto per aver preso posizione, sottolinea, non ha alcuna importanza.
"Conta che si continua a morire nonostante il cessate il fuoco, a Gaza come in Libano, e che ci sono bambini colpiti dai cecchini. Non possiamo permettere che diventi la normalità". La sua speranza sta nei più giovani: "Stiamo lasciando loro un mondo in un gran casino, ma sono istruiti, coraggiosi e arrabbiati". E nei festival come Alice nella Città, che danno spazio ai film piccoli. "I grandi film delle major trovano la strada da soli. Quelli piccoli, che sfidano lo status quo, hanno bisogno dei festival e dei giornalisti perché la gente possa vederli, discuterne e magari litigarci a cena".