Tár, la recensione: dirigere l'autodistruzione

La recensione di Tar, il film presentato alla 79.esima Mostra del cinema di Venezia con Cate Blanchett è una discesa agli inferi della propria ambizione, dove la musica non è la medicina, ma il male scatenante.

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TÁR: Cate Blanchett in un'immagine del film

Eccola ergersi in tutto il suo piccolo splendore: la mano destra la impugna fino a elevarla a sesto dito; con fare deciso viene innalzata al cielo, e in un nano secondo ecco che la bacchetta prende e guida un'orchestra intera, suoni diversi eppure armonici, parti integranti di uno stesso costrutto pronti a creare un nuovo mondo fatto di armonie, note, emozioni. Come sottolineeremo in questa recensione di Tár, la bacchetta impugnata dalla protagonista del nuovo film di Todd Field si fa insieme elemento costruttivo e fattore deteriorante di una vita vissuta come una prestigiatrice della musica classica. Non più apprendista stregone di grandi maestri, Lydia Tár è ora lei stessa parte integrante di quel podio su cui innalzarsi e tutto prendere e conquistare, gesto dopo gesto, bacchetta dopo bacchetta. Un'assimilazione tra palco ed essenza interiore talmente profonda, che la stessa protagonista si slega della propria personalità per vivere del proprio alter-ego professionale. Ma basta un errore di distrazione che la sfera personale fa di colpo capolino, ed ecco che la bolla di vetro in cui si era rintanata presenta piccole crepe che la getteranno fuori dalla propria comfort zone, tra le vie di un inferno che la inghiottiranno vomitandola nei meandri più bui della propria realtà, lontana da armonie cullanti, e circondata da urla mefistofeliche.

TÁR: LA TRAMA

Lydia Tár (Cate Blanchett) non è una donna come le altre. Lydia Tarr ancor prima di definirsi donna, si definisce direttrice d'orchestra. E come lei non c'è nessuno. Rinomata, premiata, osannata, ammirata e orgogliosamente lesbica, Lydia Tár è anche una donna dotata di innumerevoli difetti. Diva e capricciosa, sarà proprio per questi slanci autoritari che la donna inizierà a minare la propria carriera mettendo a repentaglio il rapporto con la fedele assistente Francesca (Noémie Merlant) e dalla sua fidanzata e prima violinista (Nina Hoss). Direttrice dell'orchestra di Berlino, a causa di una scelta sbagliata compiuta ai danni della sua assistente, inizieranno per la donna una serie di delusioni, difficoltà ed errori che la porteranno a un collasso totale. E se la musica è la cura per tutto, per Tár è forse il suo primo male.

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DIRETTRICE DI ORCHESTRA, DISTRUTTRICE DI VITE

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Locandina di TAR

Non c'è confine tra palco e vita nel mondo di Lydia Tár. La sua è un'esistenza talmente devota al dio della musica, e al suo ruolo di direttrice di orchestra, da nascondersi dietro l'ombra della propria bacchetta. Un'unione perfetta che porta il regista a introdurla al cospetto dello spettatore, sotto e soltanto in questi abiti eleganti e professionali. Nei minuti dedicati canonicamente alla conoscenza del personaggio, Todd Field sfrutta il potere della sequenza introduttiva per privare lo spettatore di ogni dettaglio attraverso cui costruire una mappa caratteriale di Lydia, con l'intento di concentrarsi solo e soltanto sulla sua sfera lavorativa. Perché nel microcosmo della donna non c'è spazio per l'essenza umana, ma solo musicale. Sottratto di ogni informazione basilare, lo spettatore non sa nulla della Tár donna, ma sa tutto della Tár professionista. L'imprinting del pubblico con la propria protagonista punta pertanto tutto su quella fiche, quella di un ruolo da cui tutto si dirama, si costruisce e si sviluppa fuori e dentro le porte di un auditorium. Incapace di distaccarsi dal proprio ruolo, Lydia ne è modellata, animata come un burattino dal suo creatore; sono fili invisibili quella che la legano al palco, ora diramatisi tra gli inframezzi della mente e tra le profondità dell'epidermide, fino a risultare quasi impossibile scindere le due identità. "Quasi" perché sarà nel momento in cui inizierà a farsi largo una frattura interiore, che la Lydia direttrice d'orchestra inizierà a distaccarsi da quella umana, dando il via a una caduta tra gli inferi che la ingloba, facendole perdere la sua bussola interiore e rigettarla in una bile interpersonale di cui la donna non era pronta, perché totalmente devota alla sua missione musicale tanto da dimenticarsi le regole basilari del gioco della vita.

LE LUCI ACCECANTI DELLA RIBALTA

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TÁR: Cate Blanchett in una scena del film

TAR non è un film favolistico, o tradizionale in termini di happy-ending. Non ha nulla di evolutivo, ma solo distruttivo. La bacchetta si fa machete di una vita che da perfetta si disintegra in collage confusionario e incompleto. Le tessere si perdono e ogni barlume di luce si indebolisce fino a oscurarsi. È un film, Tár, costruito sulla forza del proprio personaggio; è un pianeta di celluloide che ruota attorno alla forza gravitazionale della sua anti-eroina. Con fare naturale, l'opera è istintivamente attratta dalla forza dell'ambizione della donna; rimane accecata dal suo egocentrismo, si fa sua serva narrante, tanto da lasciarsi trascinare insieme a lei verso un buco nero perfettamente reale in termini fotografici da luci della ribalta sempre più investite da aliti di ombre che tutto prendono e tutto avvolgono. Nessuna stella fulgida accecata dal bagliore del successo, adesso, ma scarti della mente imprigionati in terre buie e desolate, le stesse che attraversa Lydia e che la avvolgono, sostituendosi a un mondo brillante che non esiste più. La caduta della protagonista non viene pertanto mai edulcorata, ma enfatizzata, sottolineata, fino a cambiare pelle a tutto ciò che era stato prima, soffocando e distruggendo l'anima precedente di un film solo apparentemente consolatorio, così da lasciar spazio a una natura disorientante e perturbante. Essere privata del proprio leggio, e della propria bacchetta, diventa per la donna uno strappo dell'anima, la perdita di se stessa. Inizia un vagare per l'inferno del mondo reale. È la caduta dell'idolo dal piedistallo, la sua rottura in mille frammenti difficile da recuperare e ricostruire. Uno scarto emotivo reso ancora più esplicitò e impattante da una performance ineccepibile e mai caricaturale a opera di una Cate Blanchett talmente in parte da prendere per mano uno spettatore più o meno avvezzo al linguaggio musicale, e renderlo partecipe e curioso di ogni singolo passaggio. La sua non è solo una lezione di composizione, ma anche di recitazione. Lo sguardo dell'attrice si fa creta da modellare a proprio piacimento, un ponte diretto su un'interiorità complessa e complessata, mentre il suo corpo è una marionetta manipolata da umori invisibili ora resi tangibili da un gesto, un'espressione, un tono della voce. Poco importa se non si è a conoscenza di cosa sia un ritmo atonale, o si ignori completamente la produzione mahleriana: basta una performance così convincente e potente come quella della Blanchett che ogni lacuna viene illusoriamente colmata. Il trucco sta infatti nello spostare l'attenzione dello spettatore da quel mondo che ha dominato la protagonista, rendendola schiava del suo ruolo, per condurlo nella sua selva oscura e interiore, in quella personalità nascosta con fatica sotto strati di esibizioni e applausi, e ora liberata da un'interprete che oscura se stessa per lasciar spazio a un'identità fittizia ora resa così reale perché imperfetta, fragile e diabolica.

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MUSICA DI DUE ANIME

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TÁR: Cate Blanchett in un primo piano

Vive di due parti, Tár. Due momenti tanto dicotomici, quanto interscambiabili, proiezioni filmiche di un passato di gloria che lascia spazio a un presente di delusioni nello scarto di una vendetta. Bastano delle email inoltrate da parte dell'assistente che tutto crolla nell'universo di Lydia, Crolla perché ora più che mai è chiamata a mostrarsi per quella che è principalmente, donna imperfetta prima ancora che direttrice impeccabile. Un passaggio tra i due momenti che deve sentirsi, mostrarsi, così da inserirsi ancor più nettamente nella mente dello spettatore, e a cui Todd Field affida tutta la potenza camaleontica della propria regia. Se a immortalare la Lydia Tár amata e apprezzata per la sua professione sono diapositive di un successo restituite nella forma di inquadrature fisse e frontali, capaci di cogliere ed esaltare la figura della donna, a seguire il suo declino è una commistione di riprese fortemente angolate, alternate a inquadrature inclinate: sono sguardi ambiziosi, dinamici, sostenuti da ritmi sincopati (memori di quelli di Mahler) elevati a lasciti filmici di colpi assestati al precario equilibrio di una donna soffocata dall'ambizione e schiacciata dal peso dell'idea di fare sempre meglio, sempre perfettamente, sempre alla stregua dei grandi.

Non si deve essere degli esperti per capire cosa voglia dirci la musica; è un linguaggio universale, un movimento, un'onda che ci culla ma che può anche coglierci inaspettati lasciandoci affogare nelle proprie lacrime o nella propria sofferenza. O semplicemente, sotto il peso schiacciante del nostro reale essere.

Conclusioni

Concludiamo questa recensione di Tár sottolineando come l'ultima fatica di Cate Blanchett sfrutti appieno la profondità dell'ambizione e l'unione totale con il proprio ruolo professionale da sprigionare tutto quel malessere misto a frustrazione nascosto sotto strati di successi e applausi. Da non perdere.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
4.6/5

Perché ci piace

  • La performance di Cate Blanchett.
  • La regia camaleontica che si piega alle due fasi della protagonista.
  • Il concetto di far sottostare l'essere donna all'essere principalmente il proprio lavoro.

Cosa non va

  • La durata forse troppo eccessiva.