Susan Sarandon compie 80 anni. Sì, ottanta: abbiamo ricontrollato anche noi, perché a guardarla oggi è davvero difficile crederci. Non soltanto perché li porta magnificamente, ma perché conserva quella stessa energia, quell'aria irriverente e quella voglia di dire e fare esattamente ciò che pensa che l'hanno accompagnata per tutta la sua vita e della sua carriera.
Raccontarla significa attraversare mezzo secolo di cinema, tra generi diversissimi e personaggi che spesso hanno lasciato il segno. Musical diventati cult, road movie iconici, thriller, melodrammi, cinque candidature all'Oscar e una vittoria come migliore attrice protagonista.
Fuori dal set, poi, Sarandon è stata ed è tutt'oggi ancora più incisiva prendendo apertamente posizione su numerosi temi politici e sociali. Solo qualche giorno fa è stata arrestata a New York durante una manifestazione e a più riprese ha sottolineato come il suo appoggio alla causa palestinese continui a costarle opportunità professionali a Hollywood.
Questa dimensione pubblica è ormai parte della sua storia quanto i personaggi che interpreta. E forse non è un caso che molti dei suoi ruoli migliori siano donne poco disposte ad accettare il posto che qualcun altro ha scelto per loro. Per celebrarla, allora, ecco allora 5 film che spiegano bene perché Susan Sarandon sia diventata Susan Sarandon. Più un bonus da scorta di fazzoletti.
Thelma & Louise, un road movie femminista
Se c'è un'immagine veramente iconica è Louise Sawyer al volante accanto alla Thelma di Geena Davis. Ridley Scott parte da un viaggio e lo trasforma in un racconto di amicizia, rabbia e libertà che ribalta le regole del road movie classico per diventare mito. Sarandon rende la sua protagonista dura senza irrigidirla e vulnerabile senza indebolirla: il risultato è una donna complessa e indimenticabile.
Lei e Davis furono entrambe candidate all'Oscar, mentre Callie Khouri vinse per la sceneggiatura originale. Nel 2016 Thelma & Louise è entrato anche nel National Film Registry statunitense. Del resto, sono passati decenni e quell'ultima corsa continua a essere citata, imitata, discussa e reinterpretata. Pochi film degli anni Novanta possono dire altrettanto.
The Rocky Horror Picture Show, il musical più dissacrante
Nel 1975 Sarandon entra in The Rocky Horror Picture Show e con la sua Janet Weiss finisce dentro uno dei cult più longevi della storia del cinema. La fama cresce soprattutto dopo l'uscita, grazie alle proiezioni di mezzanotte, ai travestimenti e a un pubblico che partecipa alle proiezioni come a uno spettacolo nel film.
Janet comincia come la ragazza perbene capitata nel castello sbagliato e diventa uno dei motori del delirio che si consuma all'interno della magione del Frank-N-Furter di Tim Curry. Sarandon è buffa, spaesata ma man mano sempre più libera mentre attorno a lei saltano le convenzioni. E il film è oggi come allora un simbolo di trasgressione e autodeterminazione.
Il cliente: l'avvocata che sfida l'FBI
Nel 1994 Sarandon prende un legal thriller tratto da uno dei libri di maggior successo di John Grisham e ci regala una protagonista molto più interessante della semplice avvocata. In Il cliente è Reggie Love, chiamata a proteggere Mark, undicenne finito nella morsa dell'FBI, da un lato, e della mafia, dall'altro, dopo aver scoperto un segreto pericoloso.
Joel Schumacher punta tutto sulla tensione, ma lei aggiunge ironia, ostinazione e un'autorità che non ha bisogno di diventare aggressiva per bucare lo schermo. Reggie non è infallibile, ed è proprio questa imperfezione a renderla così convincente.
Il ruolo porta Sarandon a un'altra candidatura all'Oscar e, soprattutto, alla vittoria ai BAFTA come miglior attrice protagonista. È anche la prova di quanto sappia dominare una scena senza mai forzare il personaggio: spesso basta uno sguardo per cambiare i rapporti di forza.
Dead Man Walking: arriva l'Oscar per Susan Sarandon
Dopo quattro candidature, la statuetta arriva con Dead Man Walking, diretto da Tim Robbins - all'epoca suo compagno - e ispirato all'esperienza di suor Helen Prejean. Sarandon interpreta la religiosa che accompagna nel braccio della morte Matthew Poncelet, interpretato da Sean Penn, in un film sulla pena capitale che evita risposte facili.
Sarandon costruisce Helen lontano da qualsiasi idea di eroina impeccabile: è una donna che ascolta, si interroga, entra in crisi e continua comunque a restare accanto a un uomo condannato per un crimine terribile.
È proprio in questa tensione, tra compassione e responsabilità, che l'attrice trova la misura del personaggio e dà al film gran parte della sua forza emotiva. Nel 1996 l'Academy la premia come miglior attrice protagonista, consegnandole l'unico Oscar della sua carriera.
L'olio di Lorenzo, una madre contro l'impossibile
Nel film di George Miller del 1992, Sarandon e Nick Nolte sono Michaela e Augusto Odone, genitori che cercano una cura per la rarissima malattia del figlio Lorenzo. Il materiale potrebbe facilmente scivolare nel melodramma più ricattatorio, ma il film prende una strada più aspra: osserva due persone che studiano, sfidano medici e istituzioni e imparano una lingua scientifica pur di non restare ferme ad aspettare.
Sarandon dà a Michaela un'energia quasi febbrile, lasciando emergere anche stanchezza, paura e contraddizioni. La sua interpretazione le vale un'altra candidatura all'Oscar, mentre il film viene nominato anche per la sceneggiatura di Miller e Nick Enright. È forse il titolo meno popolare della cinquina, ma uno dei più chiari per capire il suo modo di recitare: emotivo e fisico, ma sempre molto aderente al personaggio.
Bonus: Nemiche amiche, il film che ci fa piangere ancora
Non potevamo parlare di Susan Sarandon senza citare Nemiche amiche, uno di quei film che hanno lasciato un segno fortissimo nel pubblico e che ancora oggi fa scendere più di una lacrima. Nel melodramma diretto da Chris Columbus nel 1998, Sarandon interpreta Jackie, madre divorziata e molto presente nella vita dei figli, costretta a fare i conti con Isabel, la nuova compagna dell'ex marito, interpretata da Julia Roberts.
All'inizio il rapporto tra le due è fatto di diffidenza, gelosie e piccoli scontri, ma la malattia di Jackie cambia la prospettiva. L'attrice è bravissima nel tenere insieme orgoglio, paura e ironia senza trasformare il personaggio in una figura banalmente tragica. È proprio questo equilibrio a rendere il film ancora oggi così efficace: sai benissimo dove vuole portarti, sai che prima o poi arriveranno le lacrime, eppure ci caschi lo stesso.