La scena di apertura è di quelle che non si dimenticano. Ci troviamo alla stazione di Shinjuku, nel cuore di Tokyo. Cinquantaquattro studentesse in'uniforme scolastica si allineano sul bordo della banchina della metropolitana, con la tranquillità di chi attende il treno ogni giorno. Fino a quando non si prendono per mano, sorpassano lentamente la linea gialla e, dopo un breve contro alla rovescia, si gettano sui binari all'arrivo del convoglio. Tutte quante, in perfetta sincronia e con i sorrisi ancora stampati sui loro volti.
In quei primissimi minuti, girati con un budget complessivo esiguo e senza alcuna autorizzazione formale dalla Tokyo Metro, che in seguito si è pubblicamente lamentata per il potenziale danno d'immagine, Sion Sono ha compiuto un'operazione cinematografica che andava ben oltre la provocazione gratuita. Ha dato vita a un qualcosa di unico e scioccante, pronto a radicarsi nello sguardo e nella mente dello spettatore, incipit di un film che è assunto al rango di cult e che arriva per la prima volta al cinema in Italia.
Suicide Club e le origini
Questa scena che appartiene già alla memoria collettiva cinefila, non soltanto del pubblico prettamente asianofilo, è una sorta di lucida rivisitazione dei topoi j-horror, riletti in chiave esistenzialista. D'altronde il Giappone e il suicidio hanno un rapporto antico, stratificato e legato in modo inestricabile alla cultura, alla religione, all'economia e all'identità nazionale, che nessuna altra cinematografia al mondo avrebbe forse osato affrontare così di petto.
Suicide Club è il punto d'ingresso obbligato per chiunque voglia capire cosa sia il cinema del regista, ma è anche qualcosa di più: un documento cinico, onesto e perturbante su un fenomeno tragicamente reale che ha segnato il Sol Levante negli ultimi trent'anni, e che ha radici molto più profonde di quelle che il semplice dato statistico potrebbe far supporre. In quest'articolo più che sul film in sé, del quale potete trovare decine e decine di recensioni in giro per il web, ci concentreremo sul rapporto tra il Paese nipponico e il suo lato oscuro.
L'onore sopra tutto: seppuku o harakiri?
Per comprendere al meglio Suicide Club - e il suo "film gemello" Noriko's Dinner Table (2005), che speriamo prima o poi di vedere anch'esso distribuito da noi - occorre fare un passo indietro di diversi secoli. Il suicidio nel Giappone tradizionale non è infatti mai stato un tabù come lo è rimasto per secoli in Occidente. Mentre il cristianesimo lo condannava come peccato mortale, lo shintoismo e il buddhismo lo accoglievano in una prospettiva radicalmente diversa: la morte non è una fine ma un passaggio, e come tale può essere scelta da chi ne riconosce la necessità. Questa differenza di fondo ha prodotto conseguenze culturali concrete, arrivate fino ai giorni nostri.
Basti pensare al seppuku o harakiri - il suicidio rituale praticato dai samurai e raccontato in numerose rivisitazioni storiche e non - che nel suo contesto non era soltanto accettato. ma valorizzato come la forma più alta di dignità che era concessa al guerriero sconfitto - sul tema consigliamo la visione del grande classico Harakiri (1962) di Masaki Kobayashi. Era la risposta alla vergogna, il gesto che ristabiliva l'onore laddove la sconfitta aveva gettato l'individuo nell'ignominia. Il codice del bushido prevedeva la morte come ultima e più nobile risorsa. Arrendersi al nemico, essere catturati, subire il disonore pubblico: tutto ciò era infinitamente peggiore del togliersi la vita per propria scelta.
Nomi eccellenti hanno raccontato il tema
Nel 1970 Yukio Mishima, lo scrittore che molti considerano il più significativo autore giapponese del Novecento, candidato ripetutamente al Nobel, portò a termine il suo piano suicida con una meticolosità che aveva in sé qualcosa di teatrale e di assoluto - per chi volesse saperne di più, obbligatorio vedere Mishima (1985) di Paul Schrader.
Una figura simbolo, rimasta nell'immaginario collettivo del dopoguerra giapponese: un uomo che scelse la morte come opera d'arte, come manifesto politico, come completamento estetico di una vita vissuta all'insegna dell'eccesso formale.
Mishima era, fra l'altro, un'icona della cultura pop del suo tempo: aveva recitato in diversi film, scritto libri, posato come culturista, costruito intorno a sé una mitologia personale che includeva la bellezza fisica come valore spirituale. La sua morte è stato l'ultimo e più spettacolare capitolo di un'esistenza piena, per quanto controversa.
Il luogo dell'ultimo addio: una foresta magica
In molti avranno poi sentito parlare della foresta di Aokigahara: ai piedi del Monte Fuji, nella prefettura di Yamanashi, si estende per circa 35 chilometri quadrati questa enorme zone boschiva sviluppatasi sulla lava solidificata dopo la grande eruzione dell'864. I giapponesi la chiamano Jukai, il mare di alberi, e molte pellicole - anche occidentali, come l'horror Jukai - La foresta dei suicidi (2016) o il drammatico La foresta dei sogni (2015) di Gus Van Sant - la hanno portata su schermo. Lì gli alberi crescono così fitti che il vento non riesce a penetrarli, e la foresta è silenziosa in modo quasi innaturale; è facile perdervisi e ancor più difficile uscirne.
Nelle leggende shintoiste la foresta era abitata dagli yūrei, i fantasmi inquieti dei morti senza sepoltura, delle vittime di abbandono e di violenza che non riescono a trovare pace. Si dice che un tempo vi fosse praticata l'ubasute, la tradizione, poi scomparsa, di abbandonare gli anziani o i malati in luoghi remoti a morire di stenti - recuperare sull'argomento La ballata di Narayama (1983), Palma d'Oro a Cannes.
Ma nell'epoca moderna Aokigahara è divenuto luogo prediletto del suicidio dopo il 1961, anno in cui Seichō Matsumoto, maestro del romanzo poliziesco, pubblicò Il nero mare di alberi, incentrato su due amanti impossibilitati a stare insieme che scelgono la foresta come teatro del loro ultimo atto. Il libro fu un enorme successo e la foresta cominciò a riempirsi di anime in cerca della presunta pace eterna.
La questione relativa ad Aokigahara è simile alla domanda che Sion Sono pone in Suicide Club: come funziona il meccanismo culturale per cui un luogo, un gesto, una canzone o un'idea diventano palcoscenici o veicoli per la morte? E chi ne beneficia?
Numeri drammatici
Suicide Club viene girato e presentato nel 2001, tre anni dopo uno dei punti di svolta più drammatici nella storia statistica del suicidio giapponese. Tra il 1997 e il 1998, in seguito al crollo finanziario della bolla speculativa e alla crisi bancaria asiatica, il numero di suicidi in Giappone era passato da circa 24.000 a oltre 32.000 in un solo anno: un aumento del 34,7% che non aveva precedenti nella storia moderna del Paese. Per oltre un decennio i suicidi in Giappone rimasero sopra la soglia dei 30.000 all'anno, raggiungendo il picco di 34.427 nel 2003. Il suicidio divenne la prima causa di morte per gli uomini tra i 20 e i 44 anni.
Parallelamente, nasceva in quegli anni un altro fenomeno specificamente giapponese, ovvero l'"hikikomori", il ritiro volontario dalla vita sociale, soprattutto da parte dei giovani che smettevano di frequentare la scuola, il lavoro, gli spazi pubblici, rinchiudendosi nelle proprie stanze per mesi o anni, facendosi lasciare il cibo davanti alla porta.
Non un semplice disagio psichiatrico ma qualcosa di più complesso: una risposta al senso di inadeguatezza in una società che non tollerava il fallimento. È in questo preciso contesto sociale e culturare che Sion Sono gira Suicide Club, non soltanto horror ma rivisitazione grottesca e amaramente dei mali intrinsechi di un Paese che dietro manga e anime nasconde una profonda inquietudine di fondo, con le ombre che molto spesso ne oscurano le luci.