"Non posso farcela a salire su quel palco, sarebbe come una menzogna. Come se mi stesse bene voltare pagina, e... e invece no: non mi sta bene". L'ultima impresa affrontata dai protagonisti di Stranger Things è, forse, la più difficile di tutte: voltare pagina. Sono passati ormai novanta minuti dall'inizio de Il mondo reale, ottavo e ultimo capitolo della quinta stagione della serie dei Duffer Brothers, nonché episodio conclusivo dell'intera opera: la missione di Mike Wheeler e dei suoi compagni ormai è compiuta, il Sottosopra è stato distrutto una volta per tutte e il mondo è salvo dalla minaccia del Mind Flayer, la malvagia entità intenzionata ad approdare sul nostro pianeta.
Il narratore continua a raccontare storie: storie ispirate dai suoi amici. Spera che un giorno le loro epiche avventure si diffondano nel mondo intero, così che tutti conoscano il loro grande coraggio.
Con Il mondo reale (in originale il più evocativo The Rightside Up), rilasciato da Netflix durante la notte di Capodanno, si chiude dunque un'avventura iniziata ben dieci anni fa, per la precisione il 15 luglio, data del debutto degli otto episodi della prima stagione di Stranger Things. Nel mondo della serie, in compenso, il tempo trascorso è quasi sei anni: la storia si apriva infatti la sera del 6 novembre 1983 a Hawkins, fittizia cittadina di provincia dell'Indiana, con la misteriosa sparizione del piccolo Will Byers (Noah Schnapp) dopo una lunga partita a Dungeons & Dragons a casa del suo migliore amico, Mike Wheeler (Finn Wolfhard); ed è su un'ultima sessione di Dungeons & Dragons che cala il sipario sui personaggi alla soglia dell'estate del 1989, quando per Mike, Will e gli altri membri del gruppo, Dustin Henderson (Gaten Matarazzo), Lucas Sinclair (Caleb McLaughlin) e Max Mayfield (Sadie Sink), è arrivato il momento di lasciare il liceo.
Dall'estate 2016 a oggi: dieci anni con Stranger Things
"Non mi sta bene", dichiara Will, subito prima della cerimonia dei diplomi: il riferimento è alla sorte dell'amata Undici (Millie Bobby Brown), che è scomparsa dalla sua vita in coincidenza con l'esplosione del Sottosopra, allontanando così le attenzioni dell'esercito da Hawkins e dai suoi abitanti. Ma la sua resistenza al "voltare pagina" può essere ricondotta, su un piano più ampio, all'intero universo di Stranger Things, e soprattutto alla fase dell'adolescenza attraversata dai personaggi per cinque stagioni lungo l'arco di un intero decennio. Un decennio durante il quale Will e i suoi compagni d'avventura sono cresciuti - letteralmente - davanti ai nostri occhi e, per certi versi, anche insieme a noi spettatori: i teenager che si trovano nella stessa fascia anagrafica dei protagonisti e coloro che invece, già in età adulta, tramite Stranger Things hanno rivissuto una parte dell'immaginario della propria adolescenza.
Nell'estate 2016, parlando (e scrivendo) del neonato fenomeno di Netflix, oltre a impegnarsi a cogliere il vasto corredo di citazioni provenienti dal cinema e dalla cultura pop degli anni Ottanta, non si lesinavano i paragoni con l'ideale "padre putativo" dei creatori della serie, i fratelli gemelli Matt e Ross Duffer: Stephen King. Dall'immediata analogia fra i giovanissimi protagonisti di Stranger Things e il "club dei perdenti" del capolavoro It, la serie dei Duffer Brothers recuperava a piene mani temi e stilemi della narrativa dello scrittore del Maine, rielaborandoli secondo una formula in cui la suspense e i toni da horror sci-fi si intrecciavano con uno spirito ironico e scanzonato, vicino a titoli come I Goonies. Una formula che, a partire dal 2016, si sarebbe rivelata l'ingrediente principale del travolgente successo della serie, diventata allora lo show più popolare del catalogo di Netflix.
Dall'entusiasmo degli esordi allo scontro finale con Vecna
L'influenza di Stephen King, e nello specifico di It, ritorna proprio nell'ultimo episodio, con i personaggi riuniti per eliminare la malevola entità soprannaturale che si manifesta mediante la sinistra figura di Vecna, ma che durante la spettacolare battaglia finale assume le sembianze di una creatura mostruosa simile a un gigantesco ragno (altro richiamo all'epilogo di It). Vecna, nome ripreso da Dungeons & Dragons, è il super-villain introdotto nella quarta stagione di Stranger Things, assumendo un ruolo fondamentale nella mitologia della serie: una sorta di oscuro signore degli incubi, come in Nightmare, e con una suggestiva origin story legata al suo alter ego, Henry Creel (Jamie Campbell Bower), il cui tragico passato è legato a quello di Undici e di Kali Prasad (Linnea Berthelsen), l'altra ragazza sottoposta ad esperimenti segreti nel Laboratorio Nazionale di Hawkins.
L'introduzione di Vecna, con la sua duplice natura umana e mostruosa (esplorata sia nei flashback, sia nelle scene ambientate nel Sottosopra) e il tentativo di impadronirsi di Max, che riusciva a sfuggirgli grazie alla musica di Kate Bush, ha costituito uno degli elementi di forza che, nel corso degli anni, hanno permesso alla serie di conservare i favori del pubblico, nonché di conquistarsi nuovi spettatori, nonostante un percorso narrativo non sempre impeccabile. Se infatti la prima stagione, anche sull'onda dell'effetto-novità, era stata accolta da un sostanziale plebiscito (e poteva considerarsi più o meno autoconclusiva), in seguito Stranger Things non è stato esente da critiche, a prescindere dalla sua immensa fanbase: dalla gestione talvolta discutibile di diversi subplot, in particolare quelli riguardanti i personaggi adulti, ad alcune dissonanze nel ritmo narrativo e alle varie forzature e incongruenze nella trama.
Un grande fenomeno collettivo dei nostri tempi
Senza annoverarsi fra i detrattori della serie, si possono comunque ammettere i punti deboli di un'opera che, al netto dei suoi difetti (occasionali o strutturali), è assurta comunque ad autentico, clamoroso fenomeno collettivo dell'ultimo decennio. Un fenomeno che ha fatto leva sulla diffusa fascinazione per gli anni Ottanta, contribuendo alla riscoperta di quel bagaglio culturale perfino nel campo della musica, tanto da aver reso Running Up That Hill di Kate Bush una rinnovata hit da classifica e la canzone più ascoltata dell'estate 2022; ma che ha pure saputo trasformarsi in una grande esperienza condivisa da rilanciare a distanza di ogni due o tre anni, attirando di volta in volta ulteriori legioni di fan fra chi, all'uscita di una nuova stagione, si stava affacciando alle porte dell'adolescenza, avendo dunque la stessa età di Will, Mike e compagni al principio della loro avventura.
Insomma, nessun'altra serie, in questo periodo, ha avuto un impatto altrettanto trasversale, con la parziale eccezione negli anni Dieci de Il trono di spade, rivolto però a un pubblico essenzialmente adulto. Altri titoli, che come Stranger Things battono la bandiera di Netflix, hanno segnato cifre record in termini di visualizzazioni: Mercoledì, prodotto confezionato però ad uso e consumo di una platea quasi esclusivamente di giovanissimi; e Squid Game, a cui tuttavia manca la capacità di far instaurare un prolungato legame emotivo con i suoi personaggi. È quest'ultimo ingrediente, al contrario, ad aver contraddistinto Stranger Things fin dalle origini, facendo leva sull'efficace caratterizzazione dei numerosi comprimari, incluse le new entry come Max o la vivace Robin Buckley di Maya Hawke; ed è anche in virtù di tale affetto se abbiamo deciso di fare ritorno a Hawkins, anno dopo anno, per rincontrare quegli stessi ragazzi, sempre un po' più grandi.
Un'ultima volta insieme
L'intelligenza dei Duffer Brothers risiede pure nel fatto di aver capito cosa abbia reso Stranger Things una serie speciale, per quanto magari imperfetta, e di aver saputo valorizzare tali aspetti in un finale bellissimo per varie ragioni. Al di là della dimensione epica e spettacolare dello scontro con Vecna e della distruzione del Sottosopra, e delle differenti opinioni che si potranno registrare in merito, gli ultimi quaranta minuti dell'episodio Un mondo reale, aperti dall'ineffabile malinconia delle note di Landslide dei Fleetwood Mac, fanno qualcosa di estremamente significativo: ci portano avanti di un anno e mezzo per raccontarci la fine di un'avventura che non ha niente a che fare con la fantascienza e il paranormale. È la semplice avventura quotidiana di personaggi le cui esistenze sono arrivate a una svolta, che si tratti della conclusione del liceo o della partenza per un'altra città.
Certe cose rimarranno uguali, ma non tutto resterà come prima: è una dicotomia che appartiene alla vita di ciascuno di noi, e che adesso si estende anche al mondo di Stranger Things. Dieci anni fa, la storia cominciava con una partita di Dungeons & Dragons; ora, al crepuscolo degli anni Ottanta, Mike e i suoi amici si ritrovano ancora una volta nello scantinato di casa Wheeler. Nulla sembrerebbe essere cambiato, ma è probabile che quella sarà l'ultima volta che giocheranno tutti insieme: al piano di sopra, una nuova generazione aspetta con ansia di prendere il loro posto davanti al tabellone. In questa consapevolezza è racchiuso il senso di un finale a cui non avremmo potuto chiedere di più, con il suo omaggio dolcissimo e struggente alle amicizie irripetibili dell'adolescenza. In fondo, un altro cult degli anni Ottanta ispirato a Stephen King ci ricordava proprio questo: "Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?".