Tra silenzi e resistenza quotidiana, Storie di donne, uomini e comunità nasce da un cammino lungo.
Tra territori del nostro paese, un viaggio che è sia fisico che politico e racconta luoghi segnati dall'abbandono, dalla crisi e dalla marginalità, geografica che sociale.
Luoghi in cui, però, qualcosa nasce e cresce, in cui nuove forme di collaborazione e cura del territorio si incontrano e provano a innescare il cambiamento.
Dopo il debutto del 13 aprile a Roma, il film prosegue il suo cammino nelle sale per incontrare il pubblico e continuare a costruire, come le storie che racconta, una connessione.
Dall'Anteo di Milano il 14 aprile al Cinema Arsenale di Pisa il 17 e Monticchiello in provincia di Siena il giorno successivo. Un modello distributivo che sta diventando sempre più consolidato e funzionale e far conoscere progetti e storie.
Ne abbiamo parlato con i registi, Paola Traverso e Vincenzo Franceschini, per farci spiegare come nasce il progetto, come hanno individuato le storie da raccontare e che Italia hanno scoperto.
Come nasce il cammino del film
Parto dall'inizio: come è nato questo progetto? Ricordate qual è il momento o l'evento che ha dato il via al percorso verso questo film?
Paola Traverso: Ricordo molte bene il momento in cui sono nati i primi bagliori del progetto, era fine febbraio 2020, a due passi dall'esplosione della pandemia. L'idea è arrivata da una suggestione: venire a conoscenza delle cooperative di comunità, realtà diffuse sul territorio italiano ma ancora poco visibili, e per noi del tutto nuove.
La parola comunità mi risuonava, richiamava domande, ideali di vita, un senso di collettività, questioni e interrogativi molto interessanti. E nel corso del tempo il tema si rivelava sempre più attuale e urgente, in una curiosa e opposta risonanza con la sospensione della vita sociale che stavamo vivendo. Risultava straordinario proprio in quel periodo interrogarsi sul senso di comunità, su come si possa intendere e declinare una comunità oggi. E ci siamo avvicinati guardando alla comunità non come a una forma chiusa, ma come a un organismo vivo e in continuo divenire.
Vincenzo Franceschini: È nato più da un'esigenza che da un'idea di racconto. Durante la pandemia mi sono reso conto che nei lavori che portavo avanti mancava qualcosa di essenziale: la relazione, il contatto reale. L'isolamento ha reso questa distanza molto evidente, e anche difficile da sopportare. Da lì è nato un bisogno opposto, quasi fisico: tornare fuori, rimettere i piedi per terra, riaprirmi all'imprevedibilità degli incontri.
Quando si è aperta la possibilità di lavorare su queste realtà, ho capito che era il terreno giusto. Non avevamo una storia compiuta fin dall'inizio, ma uno spazio in cui stare, muoversi, esplorare.
Le storie da esplorare e raccontare
Luoghi e individui differenti tra loro, anche distanti fisicamente: come li avete individuati e selezionati per costruire la storia?
Paola Traverso: Il lavoro è cominciato con Legacoop e in particolare Paolo Scaramuccia, che ci ha aperto a un panorama molto ampio di cooperative, supportandoci nell'individuare quelle che poi avremmo incontrato e con le quali progressivamente si è costruito il percorso per arrivare al racconto. La distanza geografica è stato un dato interessante e un elemento significativo: si è delineata quasi naturalmente la forma di un on the road, un viaggio non solo fisico, geografico dal sud al nord, ma anche un attraversamento fatto di incontri, conoscenza, scoperte.
La selezione è avvenuta in modo molto intuitivo. Ci siamo lasciati guidare dalle sensazioni emerse dalla lettura dei materiali, dalla visione di foto, e dalle prime videochiamate con un gruppo numeroso di persone. Quei primi scambi, i tanti volti apparsi nei collegamenti, hanno lasciato la traccia di un mosaico di volti appunto, che non a caso oggi è diventato anche la nostra immagine grafica.
La scelta è nata quindi da risonanze, dialoghi, suggestioni. È stato un processo che ha richiesto di immaginare i luoghi prima ancora di vederli davvero, attraverso racconti, fotografie e conversazioni. Solo in un secondo momento c'è stato l'incontro diretto.
La storia di conseguenza, è il frutto di un percorso, perché non cercavamo una tesi da dimostrare, ma l'incontro, l'apertura alla conoscenza di persone e realtà diverse. Per questo oggi ho la sensazione che il film sia attraversato da uno sguardo aperto, quasi un primo sguardo sul mondo, che resta in ascolto e cerca di farsi attraversare da quello che guarda e che racconta.
Vincenzo Franceschini: Il lavoro di Legacoop è stato fondamentale: ci ha dato un primo accesso, una mappa possibile dentro un mondo che per noi era quasi del tutto sconosciuto. E non è un passaggio scontato, soprattutto per un'opera prima: implica una forma di fiducia, anche un rischio condiviso. Da lì in poi il processo è diventato molto più aperto. Abbiamo iniziato a muoverci tra sopralluoghi, incontri, videochiamate, alcune anche caotiche e divertenti, con tante persone collegate da regioni diverse, e piano piano le relazioni hanno preso il sopravvento sulla selezione.
Non cercavamo casi da raccontare, ma situazioni in cui fermarci, restare, capire se lì poteva nascere qualcosa. Quello che è entrato nel film è solo una parte di questo attraversamento, ma quella sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di inatteso, fatto di relazioni, conflitti, tentativi, è rimasta nello sguardo.
Il bisogno di connessione in Storie di donne, uomini e comunità
Costruire legami è qualcosa di prezioso da comunicare e l'ho visto emergere anche in opere di natura molto diversa. È il tema del mondo di oggi, l'essere interconnessi ma soli?
Paola Traverso: È un tema di cui si parla, molto, ma penso che facilmente si rischia di ridurlo e semplificarlo. Più che essere semplicemente "connessi ma soli", mi sembra che siamo attraversati da una spinta, fragile ma ostinata, a cercare l'altro. Non è solo una forma di resistenza: è una necessità più profonda, quella di creare qualcosa che da soli non potrebbe esistere. Nel film questa tensione è centrale. La comunità non viene mai trattata come un concetto sociologico o come un modello ideale, ma come un organismo vivo, instabile, fatto di tentativi, di gesti, di presenze. Ci interessava abitare proprio quello spazio: il momento in cui il legame non è ancora dato, ma sta accadendo.
In un'epoca satura di immagini e relazioni apparentemente continue, forse il vero problema non è la mancanza di connessione, ma la difficoltà di immaginare insieme. Per questo abbiamo lavorato sull'arte della presenza: restare, ascoltare, lasciare che siano i corpi, i luoghi e le voci a costruire una forma condivisa. Più che raccontare la solitudine, quindi, il film cerca di intercettare quelle possibilità di comunità che esistono già, anche se in modo fragile, marginale, spesso invisibile. È lì che, secondo me, si gioca qualcosa di profondamente contemporaneo.
Vincenzo Franceschini: È un tema che torna spesso, ma ho l'impressione che si semplifichi troppo. L'interconnessione, in realtà, esiste sempre, e la solitudine non è mai così semplice come sembra, lo diceva anche il Caligola di Camus. La domanda è piuttosto su cosa si fondano, che tipo di relazioni si costruiscono, nell'interconnessione ma anche nella solitudine, con i nostri ricordi, con il futuro, con i nostri desideri.
Quello che abbiamo incontrato nel film non è semplicemente un "essere insieme", ma un tentativo più complesso: condividere visioni, bisogni, a volte anche fragilità, tentativi, fallimenti. Non tanto occupare uno spazio comune, quanto provare a costruire un senso comune. Per questo credo che la questione non sia tanto se siamo connessi o soli, ma che tipo di legami siamo disposti a costruire, su quali valori vogliamo fondarli, e quanto siamo disposti a metterci dentro, anche andando controcorrente.
L'Italia del film e la voglia di operare per il cambiamento
Non aspettare i cambiamenti, ma operarsi perché avvengano: è un sentimento che avete percepito sempre più forte e definito facendo questo viaggio?
Paola Traverso: Sì, ed è stato qualcosa che abbiamo scoperto strada facendo, più che una posizione da cui siamo partiti. All'inizio c'era soprattutto un'urgenza di guardare, di capire, di stare dentro ai luoghi, a contatto con le persone, senza imporre una direzione. Poi, attraversando queste realtà, è emerso con sempre più forza un sentimento condiviso: la consapevolezza che il cambiamento non è qualcosa che arriva dall'esterno, ma qualcosa che si pratica, giorno per giorno, spesso in modo silenzioso.
Quello che mi ha colpito è che questo slancio non si manifesta mai come gesto eroico o dichiarazione ideologica, ma come una forma di determinazione quotidiana. Nei contesti che abbiamo incontrato, il cambiamento prende forma in gesti minimi, ma profondamente concreti: restare, prendersi cura, immaginare insieme anche quando tutto sembra andare nella direzione opposta.
In questo senso il film ha trasformato anche il nostro sguardo. Ci ha spostato da una posizione più osservativa a una più coinvolta, quasi responsabile. Perché quando riconosci che esistono già delle pratiche di possibilità, anche fragili, non puoi più limitarti ad aspettare: in qualche modo sei chiamato a prenderne parte, o almeno a vederle, conoscerle e in questo caso raccontarle. È qualcosa che abbiamo sentito accadere davanti a noi. E forse il film prova proprio a restituire questo: non un'idea astratta di cambiamento, ma il suo farsi, imperfetto e necessario, dentro le vite delle persone.
Vincenzo Franceschini: Sì, ma forse non nel modo più immediato. Quello che abbiamo incontrato non è solo un'idea di cambiamento legata al "fare", ma qualcosa di più complesso: un lavoro continuo di costruzione, spesso anche conflittuale, per tenere insieme visioni diverse e provare a farle convergere.
C'è sicuramente operosità, ma non è solo pratica. È anche tempo speso a discutere, a confrontarsi, a stare dentro le differenze. In molte di queste realtà l'assemblea è un luogo centrale, e non è un passaggio formale: è parte del processo. Quindi sì, c'è un agire, ma è un agire che passa anche attraverso la parola, il dubbio, la possibilità di cambiare posizione.
Che Italia viene fuori dalle storie che raccontate?
Paola Traverso: Quella che emerge è un'Italia poco visibile, che raramente trova spazio nel racconto dominante. Non è un'Italia compatta, né facilmente definibile: è frammentata, contraddittoria, a tratti ferita. Ma proprio per questo è anche profondamente viva.
Attraversando questi luoghi ho avuto la sensazione di entrare in una geografia nascosta, fatta di comunità che esistono ai margini, geografici, sociali, simbolici, e che proprio lì stanno tentando, ogni giorno, di reinventare un modo di stare insieme. E la geografia dei luoghi ci rimanda l'immagine di un Paese ricco di differenze, come è ben noto, che fanno la sua bellezza e anche l'estrema complessità di tenere insieme le molte radici ed essenze che lo attraversano.
In Toscana, a Monticchiello, abbiamo incontrato l'arte della lotta come rappresentazione tipica di questa terra, dove il teatro e la vita si fondono. In Liguria e a Genova, lo spirito anarchico e combattivo di quei territori. L'Emilia ci ha restituito la radice Cooperativa, la storia specifica di quella regione, che Bertolucci ha immortalato in Novecento e che oggi cerca nuove forme di mutualismo.
Abbiamo visto da vicino il misticismo e il senso del miracolo delle terre campane, dove il sacro e il profano convivono. E infine la sperimentazione sociale della Puglia, che negli ultimi trent'anni è diventata un laboratorio a cielo aperto di creatività, tecnologia e dialogo tra generazioni. Emerge così un Paese che non si arrende, ma che continua, ostinatamente, a cercare forme di legame, di rinascita collettiva.
Non è un'Italia "risolta", è un'Italia che abita una crisi, a volte profonda, che è anche crisi dello sguardo, della capacità di immaginarsi insieme. E questa vitalità non passa attraverso grandi narrazioni o gesti eclatanti, ma attraverso pratiche quotidiane, a volte minime. Un paese che non si racconta da solo, ma che chiede di essere ascoltato, attraversato con attenzione. Forse il film prova proprio a restituire questo: non un'immagine definitiva del nostro Paese, ma una costellazione di possibilità. Fragili, certo, ma reali.