SpongeBob SquarePants è una spugna di mare, e dopo 25 anni, fa ancora quello che fanno le spugne: assorbe, filtra e purifica. È nato come un semplice personaggio animato, ma non come un prodotto pensato esclusivamente per l'infanzia. Piuttosto, come un'idea porosa, elastica, capace di assorbire linguaggi, generi, ironie e malinconie, restituendoli sotto forma di una comicità apparentemente ingenua ma sorprendentemente sofisticata.
Guardarlo oggi significa affacciarsi su un ecosistema narrativo che ha attraversato più di venticinque anni di televisione, trasformandosi insieme al pubblico e alla società che lo circondava, senza mai perdere del tutto la sua natura originaria, che è un po' una metafora vivente: dell'entusiasmo come forma di resistenza, del lavoro come rituale assurdo, dell'amicizia come legame imperfetto, della solitudine mascherata da ottimismo. Raccontarne la storia significa raccontare quella di un autore atipico, di un canale televisivo in piena mutazione e di un'animazione che, sul finire degli anni Novanta, stava cercando nuovi modi per parlare a più livelli contemporaneamente.
Stephen Hillenburg: quando la scienza incontra i colori
Per comprendere davvero SpongeBob, bisogna partire da Stephen Hillenburg, una figura anomala nel panorama dell'animazione televisiva americana. Prima di essere autore, Hillenburg è stato biologo marino. Ha studiato l'oceano non come sfondo decorativo, ma come sistema complesso, fatto di organismi, interazioni, ritmi e ironie involontarie. Negli anni Ottanta insegnava biologia marina e, per rendere le lezioni più accessibili, aveva creato un fumetto educativo intitolato The Intertidal Zone, in cui comparivano già versioni embrionali di quelli che sarebbero diventati gli abitanti di Bikini Bottom.
L'origine scientifica non è un dettaglio curioso, ma una chiave interpretativa fondamentale. SpongeBob non vive in un mare generico: vive in un ecosistema coerente, dove le creature marine sono antropomorfizzate ma mantengono tracce della loro natura biologica. Patrick è una stella marina ingenua e staticamente felice, Squiddi è un cefalopode introverso e sensibile al rumore, Mr. Krabs è un crostaceo ossessionato dal denaro. Hillenburg osserva il mondo naturale e lo traduce in satira sociale, senza mai perdere il contatto con l'assurdo.
Quando Nickelodeon, alla fine degli anni Novanta, è alla ricerca di nuovi format capaci di replicare il successo di Rugrats e Hey Arnold!, Hillenburg propone qualcosa che sembra difficilmente classificabile: una sitcom animata ambientata sott'acqua, con un protagonista adulto nel corpo ma infantile nello spirito. Il canale accetta, forse senza immaginare che quella spugna quadrata avrebbe ridefinito il proprio immaginario per decenni.
SpongeBob SquarePants: un eroe anomalo per un mondo assurdo
SpongeBob debutta nel 1999 come un protagonista radicalmente diverso da quelli che lo avevano preceduto. Non è ribelle, non è cinico, non è sarcastico nel senso classico. È entusiasta. Lavora instancabilmente al Krusty Krab, ama il suo capo avaro, si dedica con devozione quasi religiosa alla preparazione dei Krabby Patty e affronta ogni giornata come se fosse un evento straordinario. In un panorama televisivo sempre più orientato verso l'ironia distaccata, SpongeBob è un personaggio che crede davvero in ciò che fa, e proprio per questo diventa comico.
La sua ingenuità, però, non è mai totale. SpongeBob è consapevole, a tratti, della crudeltà del mondo che lo circonda. Sa di essere respinto, ridicolizzato, sfruttato. Eppure sceglie di non indurirsi. Questa scelta lo rende una figura quasi tragica, mascherata da clown. La serie gioca spesso su questo doppio registro: gag visive esplosive convivono con momenti di malinconia sottile, soprattutto nel rapporto con Squiddi, personaggio speculare che incarna il fallimento delle aspirazioni artistiche e la frustrazione dell'età adulta.
Nel corso delle prime stagioni, SpongeBob è costruito come un equilibrio fragile tra entusiasmo e vulnerabilità. È un personaggio che sbaglia, che fallisce, che viene punito, ma che non perde mai la capacità di ricominciare. Questo lo rende profondamente vero, una spugna che assorbe filtra la quotidianità umana.
Nickelodeon e l'età dell'oro dell'animazione televisiva
Il successo di SpongeBob coincide con un momento cruciale per Nickelodeon, che tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila vive una vera età dell'oro creativa. Il canale investe su autori con visioni forti, lasciando spazio a sperimentazioni stilistiche e narrative. SpongeBob si inserisce perfettamente in questo contesto, ma ne diventa rapidamente il centro gravitazionale.
A differenza di altri prodotti coevi, la serie riesce a parlare a pubblici diversi senza mai dichiararlo apertamente. I bambini ridono per le gag slapstick, per i rumori, per le espressioni deformate. Gli adulti colgono la satira del lavoro alienante, del capitalismo grottesco, delle relazioni tossiche. Questa stratificazione è uno dei motivi per cui SpongeBob resiste nel tempo, mentre molti suoi contemporanei restano legati a una generazione specifica.
Nickelodeon, dal canto suo, trasforma SpongeBob in un brand onnipresente: film, speciali, videogiochi, merchandising. Questo processo, inevitabile, porta anche a una tensione creativa. Hillenburg, pur rimanendo coinvolto, sceglie a un certo punto di fare un passo indietro, soprattutto dopo il primo film del 2004, concepito inizialmente come una possibile conclusione del percorso narrativo.
Il passaggio al cinema: SpongeBob sul grande schermo
Il primo vero spartiacque nella storia di SpongeBob SquarePants arriva nel 2004, con The SpongeBob SquarePants Movie, un film che Stephen Hillenburg concepisce non come semplice estensione commerciale, ma come un possibile punto di arrivo. Non è un caso che la struttura narrativa del film abbia un respiro diverso rispetto alla serie: più epica, più lineare, quasi iniziatica. SpongeBob affronta per la prima volta un viaggio che lo costringe a uscire dal microcosmo rassicurante di Bikini Bottom, mettendo in discussione il suo ruolo, la sua immaturità percepita, la sua idea stessa di eroismo.
Il film lavora su un paradosso centrale: SpongeBob viene considerato "non pronto", troppo infantile per assumersi responsabilità, ma proprio quella sua presunta inadeguatezza diventa la chiave della vittoria. Hillenburg utilizza il linguaggio del road movie e dell'avventura fantasy per ribadire una tesi che attraversa tutta la serie: crescere non significa perdere entusiasmo, ma imparare a difenderlo. Visivamente, il film sperimenta con stili diversi, includendo sequenze in animazione mista e una comicità più fisica, quasi da slapstick classico, che dialoga apertamente con l'amore di Hillenburg per l'animazione vintage e il cinema surreale.
Dopo questo primo capitolo cinematografico, Hillenburg decide di allontanarsi dal controllo creativo diretto della serie, convinto di aver raccontato ciò che voleva raccontare. I film successivi, Sponge Out of Water (2015) e Sponge on the Run (2020), nascono in un contesto industriale completamente diverso, segnato dalla convergenza tra cinema, streaming e brand globali. Pur mantenendo momenti di brillantezza visiva e intuizioni interessanti, questi film riflettono un SpongeBob ormai mitizzato, meno fragile, più consapevole del proprio status iconico. È un personaggio che non cerca più di diventare adulto, ma di restare riconoscibile in un mondo che cambia come dimostra l'ultimo lungometraggio SpongeBob - Un'avventura da pirati.
Evoluzione e mutazioni: chi è diventato SpongeBob nel tempo
Dopo il film del 2004, SpongeBob cambia. Non in modo improvviso, ma progressivo. Le stagioni successive accentuano alcuni tratti del personaggio: l'iperattività, l'espressività facciale estrema, una comicità più rumorosa e visiva. È un'evoluzione che divide il pubblico. Alcuni parlano di semplificazione, altri di adattamento a nuovi linguaggi comici, più rapidi e frammentati, in sintonia con l'era dei meme e dei social media.
In realtà, SpongeBob non perde completamente la sua complessità, ma la ridistribuisce. Le prime stagioni erano costruite come sitcom classiche, con tempi comici dilatati e conflitti quotidiani. Le stagioni successive sperimentano di più sul piano visivo, quasi surrealista, avvicinandosi a un'estetica da cartoon anni Trenta filtrata attraverso l'animazione digitale. Il personaggio diventa più elastico, meno ancorato alla verosimiglianza emotiva, più vicino a una maschera.
Questa trasformazione riflette anche un cambiamento generazionale del pubblico. SpongeBob smette di essere solo un personaggio televisivo e diventa un linguaggio condiviso, un repertorio di immagini e frasi che circolano indipendentemente dagli episodi. La sua identità si frammenta, ma non si dissolve.
Stephen Hillenburg: l'addio silenzioso di un autore controcorrente
La morte di Stephen Hillenburg nel 2018 segna un momento di cesura emotiva per la storia di SpongeBob, anche se la serie continua a essere prodotta. Hillenburg non è mai stato un autore incline all'autonarrazione pubblica o alla costruzione del mito personale. Il suo rapporto con SpongeBob è sempre rimasto profondamente artigianale, quasi protettivo. Non amava l'idea di spiegare troppo il suo personaggio, né di caricarlo di significati programmatici. Eppure, col tempo, è diventato evidente quanto SpongeBob fosse una proiezione indiretta della sua visione del mondo.
Hillenburg credeva nella curiosità come forma di sopravvivenza, nella gentilezza come atto rivoluzionario, nella comicità come strumento per parlare di solitudine, lavoro, fallimento. Anche quando la serie diventa un fenomeno globale, lui continua a difendere un'idea di animazione fatta di dettagli, ritmo, osservazione. La sua formazione scientifica non lo abbandona mai: SpongeBob osserva, sperimenta, insiste. Non domina l'ambiente, ci convive. In un panorama televisivo sempre più orientato verso l'aggressività e l'ironia cinica, Hillenburg resta fedele a un umorismo che non umilia mai davvero i suoi personaggi, nemmeno quando li mette in ridicolo.
Una riflessione sulla condizione umana
Dopo la sua scomparsa, SpongeBob entra in una fase delicata. Continuare senza il suo creatore significa confrontarsi con una domanda implicita: può un personaggio nato da una visione così specifica sopravvivere alla perdita del suo autore? La risposta, almeno finora, è sì, ma a un prezzo. SpongeBob diventa sempre più un simbolo collettivo, meno legato a una singola voce autoriale. E proprio in questo slittamento si avverte l'assenza di Hillenburg: non come mancanza creativa evidente, ma come perdita di una bussola etica sottile, di quel modo gentile e ostinato di guardare il mondo dal basso, letteralmente dal fondo dell'oceano.
Oggi SpongeBob SquarePants è qualcosa di più di una serie animata. È un simbolo pop, un archivio emotivo collettivo, una presenza costante nell'immaginario globale. La sua forza sta nell'aver incarnato un'idea di gentilezza non ingenua, di entusiasmo non stupido, di felicità come atto quasi politico in un mondo cinico.
Stephen Hillenburg, scomparso nel 2018, ha lasciato in eredità un personaggio che continua a vivere proprio perché non è mai stato completamente definito. SpongeBob cambia, si adatta, viene reinterpretato, ma conserva un nucleo essenziale: la capacità di guardare il mondo con occhi spalancati, anche quando il mondo non ricambia.
Raccontare la sua origine significa riconoscere che, a volte, le figure più assurde sono quelle che riescono a dire le cose più serie. E che, nel fondo dell'oceano, può nascondersi una delle più longeve e sincere riflessioni sulla condizione umana mai passate in televisione.