Split

2017, Thriller

Split: uno, nessuno e ventiquattro

Violento, teso e asfissiante, il nuovo thriller di M. Night Shyamalan sancisce l'agognato ritorno di un regista dato per disperso nella vecchia gloria de Il sesto senso. Grazie ad un James McAvoy mellifluo e ad una regia asciutta, l'autore si riscopre ispirato nel raccontare una storia torbida, dedicata ad un raro disturbo della personalità.

Split: James McAvoy in un momento del film

La notte nel nome, un cognome criptico e una filmografia densa di paura, orrore, alienazione, abitata dai misteri più oscuri. Aspettarsi qualcosa di rassicurante da M. Night Shyamalan sarebbe da poveri illusi, ma aspettarsi qualcosa di più era lecito, quasi doveroso. Quell'ispirato cineasta che aveva reso il grande schermo una zona grigia tra reale e sovrannaturale con Il sesto senso, Unbreakable - Il predestinato, Signs e The Village sembrava dato per disperso, come se il grande passo verso scintillanti produzioni hollywoodiane (L'ultimo dominatore dell'aria, After Earth) avesse messo troppo in luce una sensibilità che preferisce agire nell'ombra. Infatti è bastato tornare tra le mura di una casa inquietante per ritrovare un po' del vecchio brio. Succede due anni fa con un film piccolo ma efficace, scarno e tagliente, ovvero quel The Visit che ha riscritto in chiave moderna la già disturbante fiaba di Hänsel e Gretel. Shyamalan appare più grande quando tutto è più piccolo, sembra dare di più avendo meno.

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Split: James McAvoy in una scena del film

E se The Visit vale come un indizio, il suo nuovo Split assume la forma di una prova. Anzi, di forme ne assume persino 24. Tante sono le personalità che convivono dentro Kevin, uomo dilaniato da un disturbo dissociativo dell'identità. Perché Kevin è anche Dennis, Hedwig, Jade, Barry, Patricia; conviventi tenuti insieme da un unico corpo cangiante, persone imprigionate che riemergono all'improvviso assieme alle proprie passioni, emozioni, vizi, frustrazioni. Condannato al dolore, Kevin decide di punire la purezza altrui, di macchiare altre esistenze, così in un giorno qualsiasi, dentro un parcheggio qualsiasi, decide di irrompere nella vita di tre ragazze. Le rapisce, le segrega, le prepara a conoscere la 24esima personalità che gli scalpita dentro.

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La mente che mente

Split: James McAvoy in un'immagine tratta dal film

Ispirato alla tragica e incredibile storia vera del criminale americano Billy Milligan, Split ha fretta di partire per portarci al chiuso e nel buio delle stanze e delle persone. Senza inutili preamboli, Shyamalan torna a fare quello che gli riesce meglio, ovvero arginare personaggi e spettatori in spazi angusti, ad alzare muri per aprire la porta alla miglior tensione. Tagliente, spietato, violento, asfissiante, Split è un film senza ossigeno, dove non c'è aria. Negli scantinati e nemmeno nei boschi. Giocando in tutti modi possibili con la soggettiva, Shyamalan preferisce stare addosso ai suoi personaggi con una regia asciutta ed efficace, abile nel carpire i respiri famelici di uno straordinario James McAvoy e a rubare ogni battito di ciglio della "preda" Anya Taylor-Joy, perfettamente in bilico tra fragilità e robustezza.

Split: Anya Taylor-Joy in una scena del film

Split si specchia nella natura frammentata di Kevin e si infrange dentro più generi; alla sua solida base da thriller si aggiungono venature horror e toni drammatici, anche grazie al grande desiderio di verosimiglianza voluto da Shyamalan . Infatti, il disturbo psicologico di Kevin viene trattato con dovizia di particolari, supportato da tesi a cui è difficile credere, ma che Split ci butta subito in faccia. Lo fa tessendo attorno al pubblico una tela che lo angoscia con sussurri, espressioni malate, persone traviate da un passato oscuro. Ed è qui, ovvero nella (non) rappresentazione del male incombente, che Shyamalan torna a dare il meglio di sé. Proprio come ne Il sesto senso, Signs e The Village, il regista dichiara il suo fascino per un maligno sfuggente, inquietante perché invisibile, promesso di continuo e riluttante a mostrarsi davvero.

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Il dolore: condanna e maestro

Split: Betty Buckley e James McAvoy in una scena del film

Non c'è sempre bisogno di sangue per mostrare la sofferenza più lacerante. Senza schizzi, budella e laghi rosso scuro, Split non cede al fascino del gore e del facile spavento per mettere in scena una complessa rappresentazione del dolore. Il panorama umano delineato da Shyamalan è segnato da due categorie: cacciatori e prede, mostri umanissimi e persone rovinate. Eppure, se da una parte il dolore è inteso come condanna, come ferita destinata a sanguinare per sempre senza mai trovare pace in una cicatrice, dall'altra Split eleva il dolore a maestro di vita, capace di forgiare corazze e spiriti pronti ad affrontare un'esistenza poco morbida con tutti. Questa visione equivoca del penare è forse il merito maggiore di un film pieno di anime imbastardite, dove quel confine tra predatori e vittime di cui sopra si fa labile. Per questo lo stato ansiogeno di Split vincola corpi, ma soprattutto personalità imprigionate, condannate per sempre per colpa di qualcun altro. Ancora una volta l'essere straordinari e dotati di abilità fuori dal comune (la bestia dentro Kevin è sovrumana) non eleva i personaggi di Shyamalan, ma li sotterra. Per fortuna, per la carriera del suo autore, Split vale esattamente il contrario. Shyamalan si risolleva, si scrolla di dosso perplessità legittime e ritorna a fare quello che gli riesce meglio: far duellare la realtà con la percezione della realtà. Un braccio di ferro lungo, estenuante, forse eterno.

Split: uno, nessuno e ventiquattro
Giuseppe Grossi
Redattore
3.5 3.5

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