Sofia

2018, Drammatico

Sofia, la recensione: l’amore a prima vista esiste solo nei film

La recensione di Sofia: la storia di una gravidanza fuori dal matrimonio in Marocco diventa qualcosa di universale, e un film di denuncia diventa qualcosa di più complesso.

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"L'amore a prima vista esiste solo nei film". Iniziamo con questa frase la recensione di Sofia, il film della regista marocchina Meryem Benm'Barek, premio per la miglior sceneggiatura a Un certain regard a Cannes, in uscita nelle sale italiane il 14 marzo, con una serie di anteprime in alcune città già dall'8 marzo. La frase pronunciata dalla protagonista, una ragazza di 20 anni che vive a Casablanca, in Marocco, con i genitori e scopre di essere incinta, non è pronunciata a caso. Nel film di Meryem Benm'Barek non c'è spazio per l'amore. Ma solo per una continua ricerca della soluzione più indolore per sopravvivere in una società arretrata e patriarcale e le sue leggi ingiuste.

La regista marocchina firma un'opera prima tesa e sorprendente, un film di denuncia con qualche ombra di thriller sulla scia di Farhadi e dei Fratelli Dardenne. Un film che, per una scelta precisa, in Italia verrà distribuito solo nella versione originale sottotitolata: è girato in due lingue, il francese e il marocchino, che si alternano continuamente, anche nelle battute di uno stesso personaggio, e doppiare solo una lingua, così come entrambe, sarebbe stato difficilissimo e avrebbe snaturato il film.

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La trama: vent'anni e incinta. In Marocco

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In Marocco l'articolo 490 del codice penale prevede da un mese a un anno di reclusione per le relazioni sessuali al di fuori del matrimonio. La trama di Sofia si apre con questa frase. Perché senza queste premessa non potremmo capire i comportamenti dei protagonisti del film. Sofia, vent'anni, durante un pranzo di famiglia, comincia ad accusare dei forti dolori allo stomaco. La cugina Lena, studentessa di medicina, capisce subito che è incinta. Nessuno, né i genitori né la stessa Sofia, lo sapevano. Lena porta Sofia all'ospedale dove partorisce. Ma ora ha un problema: deve sposarsi perché altrimenti è fuorilegge. E così comincia la ricerca del padre.

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Un film che non è quello che sembra

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Sono 150 le donne che, ogni giorno, in Marocco partoriscono al di fuori del matrimonio. È un dato impressionante. E la prima idea, guardando la prima parte del film, è quella di trovarci davanti ad una pellicola di denuncia di questa condizione, uno di quei film lineari, duri, e anche prevedibili. Ma il colpo di scena che arriva, quasi alla fine, mette tutto sotto un'altra luce. Ci racconta che, in questa società patriarcale, la frattura non è solo quella tra uomini e donne, ma anche tra chi è benestante e chi è meno abbiente, e che i meccanismi sociali si muovono tendendo conto non solo della prima, ma anche della seconda variabile. E, a un certo punto, la storia di Sofia non è più fatta di buoni e cattivi, ma di persone che devono fare delle scelte anche moralmente discutibili perché ne sono costrette. Perché, se il sistema ha delle regole che sono arretrate rispetto ai tempi correnti e al sentire delle persone, queste per forza di cose sono costrette a piegarsi, a diventare "storte" per adattarsi a vivere nonostante le imposizioni. Sofia ci racconta una società a guida maschile, dove però sono le donne a prendere certe decisioni; a fare scelte, anche difficili, per adattarsi e sopravvivere in un mondo che non è stato fatto per loro. Quel colpo di scena ci porta improvvisamente in un altro film, e non è assolutamente fine a se stesso: mette sotto un'altra luce i personaggi, li fa parlare, approfondire, amplia il discorso del film.

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La lezione di Asghar Farhadi e dei Fratelli Dardenne

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Sofia non è la solita vittima che potremmo aspettarci in un racconto del genere. E non lo è perché è questo sistema di potere che non le permette di farlo. Sofia è un film importante perché è sì uno spaccato del Marocco odierno, ma è anche qualcosa di universale: il racconto di quei rapporti di potere tra uomini e donne, tra chi detiene la ricchezza e chi è costretto a piegarsi in nome del denaro è qualcosa che ci riguarda tutti. Meryem Benm'Barek, marocchina che si è formata in Belgio, racconta tutto questo con un cinema che, per sua stessa ammissione, è debitore del cinema di Asghar Farhadi e di Cristian Mungiu, per l'uso del fuori campo, per la messa in scena mai ostentata, per quel senso di attesa e mistero di cui sono cariche certe sequenze. Ma anche del cinema realista dei Fratelli Dardenne, a cui ci rimandano l'uso della camera a spalla e il "pedinamento" dei personaggi.

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Gli attori presi dalla strada

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E da quel tipo di cinema vengono anche la scelta del cast di Sofia. Nei ruoli principali ci sono attori non professionisti. Maha Alemi, che interpreta Sofia con una bellezza un po' sgraziata e un po' scontrosa, è stata vista dalla regista in un film, che aveva interpretato per caso, e nella sua testa Sofia è stata sempre lei: ci sono voluti quattro mesi per ritrovarla e un mese per convincerla. Ora fa la commercialista. Sarah Perles, una bellezza elegante, doveva incarnare Lena, un personaggio che rappresentasse il Marocco più occidentale (nel film è figlia di una marocchina e di un francese), un personaggio il cui candore e la cui pietas finiscono per scontrarsi con un mondo spietato, ed è stata scelta tra 250 ragazze. Hamza Kafif, che è Omar, che ha un ruolo cruciale nella storia, è un artista ma non è un attore: fa musica rap, ed è stato scelto per il suo lato selvaggio. Ci sono anche questi tre attori, in un cast molto convincente, a fare di Sofia uno spaccato crudo del mondo di oggi. L'amore a prima vista esiste solo nei film. Ma non in questo.

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Maurizio Ermisino
Redattore
3.5 3.5
Cinecittà World
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