Sheep in the Box, Hirokazu Kore-eda: "Ho fatto leggere la sceneggiatura a un'IA"

Dall'esito deludente di un test di scrittura con ChatGPT fino all'elogio della fallibilità come essenza della vita, Kore-eda firma un film toccante che usa la fantascienza per ricordarci che cosa ci renda davvero insostituibili di fronte alla freddezza delle macchine.

Una scena di Sheep in the Box

Dolore, lutto, morte, affetti e significato di famiglia. Tutto questo è racchiuso in Sheep in the Box, il lungometraggio del maestro del cinema giapponese Hirokazu Kore-eda dal 28 agosto finalmente al cinema dopo un passaggio al festival di Cannes. Attraverso la storia della famiglia Komoto, infatti, il cineasta utilizza il racconto delle nuove tecnologie per aprire una finestra sull'animo umano e su tematiche a lui estremamente care come l'affettività e il senso di appartenenza di persone che, pur non legate dal sangue, si scelgono e costruiscono un nucleo basato prima di tutto sull'amore e sulla vicinanza emotiva più che fisica.

Come raccontiamo nella nostra recensione, tutto questo è mostrato con incredibile delicatezza ed efficacia in uno dei film più intensi su cui l'autore abbia lavorato negli ultimi anni. In un incontro con la stampa italiana, quindi, Kore-eda ha avuto modo non solo di raccontare meglio questo progetto, ma di spiegare la sua visione riguardo ad argomenti estremamente attuali come l'IA e l'importanza dell'esperienza umana.

L'esperimento con ChatGPT e l'elogio dell'imperfezione

Come si pone un regista che ha fatto dell'indagine sui sentimenti il fulcro del suo cinema di fronte alla freddezza degli algoritmi? Il rapporto di Hirokazu Kore-eda con l'Intelligenza Artificiale viaggia su un doppio binario. Se nella vita quotidiana il cineasta ammette di utilizzare come tutti noi la praticità dei traduttori automatici, sul piano strettamente creativo il confronto si è rivelato un affascinante buco nell'acqua. Per testare le reali capacità di questa tecnologia, l'autore ha infatti tentato un esperimento inedito per la sua carriera: "In fase di scrittura ho fatto leggere la mia sceneggiatura a ChatGPT insieme al produttore, per chiederne un parere: l'analisi restituita è risultata del tutto banale", racconta piuttosto disincantato.

Sheep In The Box Immagine Film
La famiglia Komoto

Il motivo di questo fallimento, secondo Kore-eda, risiede proprio nell'assenza di un vissuto tangibile da parte di questi mezzi artificiali: "L'IA non ha hobby, non ha preferenze personali e non ha mai vissuto l'esperienza di un film che le ha cambiato la vita; le sue opinioni non possono risuonare nell'animo umano". Ed è proprio da questa constatazione che nasce una delle riflessioni filosofiche più potenti alla base del film.

Lungi dal temere una sterile sostituzione dell'uomo con la macchina, il regista individua la vera unicità umana non nell'intelletto, ma nella fallibilità. "Cosa distingue davvero l'uomo dall'AI?" si è domandato il regista. "Non solo l'immaginazione o la corporeità, ma l'ambiguità, la capacità di produrre inefficienza e lo spreco. L'IA persegue l'ottimizzazione, mentre l'essere umano è definito dalle sue imperfezioni". Una dichiarazione d'intenti che suona quasi come un manifesto.

Elaborare il lutto

In Sheep in the box, la figura dell'umanoide Kakeru non è il classico espediente fantascientifico volto a stupire lo spettatore. È, al contrario, un contenitore vuoto da riempire, uno specchio riflettente in cui i protagonisti proiettano le proprie questioni irrisolte. Più che esplorare la psicologia della macchina, a Kore-eda interessava la reazione degli esseri umani di fronte a un simulacro in grado di riportare in vita il passato. Kakeru diventa così lo strumento per una seduta psicanalitica a cielo aperto, in cui i genitori devono fare i conti con i propri sensi di colpa. "Nel ricordo del figlio scomparso, la madre era tormentata dal rimorso per le cose dette prima della tragedia, mentre il padre soffriva per ciò che non era riuscito a dire", spiega Kore-eda, svelando il cuore emotivo dell'opera. "Accogliendo questo essere artificiale, la coppia riattiva e rielabora la relazione genitoriale".

Sheep In The Box Scena Film
Una scena di Sheep in the Box

Questa dinamica terapeutica si inserisce perfettamente nell'evoluzione della poetica di Kore-eda. Non esistono legami immobili, ma solo fasi di transizione: "Oggi vedo la famiglia come un ciclo dinamico e fluido", confessa il maestro giapponese. "Non è una struttura statica, ma un flusso continuo in cui le persone cambiano ruolo nel tempo: da figli a genitori, fino a rimanere di nuovo da soli".

La fiducia di Kore-eda nelle nuove generazioni

Nonostante l'immersione nei temi oscuri del lutto, della perdita e delle derive etiche legate alla manipolazione digitale, Sheep in the box non è un film pessimista. Al contrario, si chiude con un atto di fede radicale verso il domani. Una fiducia che non risiede nella tecnologia, ma nelle nuove generazioni: "Ormai ho 64 anni e appartengo a pieno titolo alla vecchia generazione", dice il regista con onestà. "Quando vedo i giovani impegnati a costruire il mondo verso cui dovremmo dirigerci, il mio unico desiderio è non essere d'intralcio. Non voglio assolutamente diventare il tipo di adulto che dice 'ai miei tempi si faceva diversamente'. Spero sinceramente che le nuove generazioni riescano a superare i nostri limiti".

In un'epoca in cui si teme che le macchine possano sostituirci, la vera lezione di Kore-eda, forse, è che il passaggio di consegne più importante non è quello tra uomo e intelligenza artificiale, ma tra chi ha già vissuto e chi ha ancora un lungo futuro da poter costruire.

Aggiungici come fonte preferita su Google