Uno dei migliori titoli visti a Venezia, sicuramente tra le miglior interpretazioni passate in concorso. Quasi il ruolo della vita, potremmo dire, pensando al talento in crescita esponenziale di Adriano Giannini che, proprio alla Mostra del Cinema, ha vinto il premio Pasinetti assegnato dai giornalisti cinematografici italiani. L'attore in Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis interpreta Mariano, uno dei tanti, troppi desaparecidos sequestrati e torturati durante la dittatura militare argentina. Trentatré anni dopo, e con il trauma mai sopito, ritorna in Argentina per testimoniare contro i suoi ex carcerieri.
Ritorno a Buenos Aires: intervista ad Adriano Giannini e Marco Bechis
Bechis, che nel 1977 è stato sequestrato e tenuto prigioniero per quattro mesi in un carcere clandestino, ha già raccontato il dramma dei desaparecidos in Garage Olimpo del 1999, soffermandosi ora sul concetto di testimonianza. "Mariano è un sopravvissuto, in quanto tale è sempre stato considerato fortunato", dice il regista a Movieplayer.
"Nessuno però considera il trauma che queste persone si portano dentro. Mi interessava ragionare su un sopravvissuto che diventa testimone. C'è una dualità, e questa è stata una sfida per Adriano. Raccontare con il silenzio un'intima contraddizione. C'è il carcere fisico ma anche quello mentale, instillato dai militari. Mariano alla fine riesce a riscattarsi con la testimonianza smascherando i criminali di guerra, che anche oggi ci sono".
A proposito di memoria, Adriano Giannini spiega che: "stiamo perdendo non solo la memoria ma anche la capacità di non addormentare le coscienze. Questo film parla della testimonianza, e ci mette davanti un'altra domanda: tutti noi siamo testimoni delle sofferenze disumane, tramite i nostri telefonini, magari alternando a contenuti più leggeri".
E prosegue: "Questo è un rischio: le nostre coscienze e il nostro approccio verso la verità così violenta diventa rarefatta, anche per difesa perché tutti dobbiamo andare avanti e adottiamo dei sistemi di difesa per arginare un'invasione di sofferenza. Qui si apre un discorso che ha a che fare con la coscienza personale, l'etica, il senso della verità e del giusto. Che cosa ne facciamo di questi messaggi? Come li organizziamo? Andiamo avanti, certo, ma non dobbiamo perdere l'empatia verso l'altro".
Il lavoro empatico
Giannini, sulla figura di Mariano, dice che: "è un personaggio che attraversa un mondo interiore colmo di conflitti, paure, vergogna, senso di colpa. C'era talmente tanto che non ho sentito assolutamente l'esigenza di dovermi preparare prima, di trovare una preparazione magari guardando testimonianze o studiando eccessivamente quello che è successo in quegli anni. Perché non riuscivo a razionalizzare, a dare una forma attraverso troppi ragionamenti. Avevo Marco a disposizione, e questa materia la conosce molto bene".
E poi racconta: "È successo qualcosa di particolare: un mese prima di iniziare le riprese siamo stati a Buenos Aires e Marco mi ha portato nei vari posti di detenzione e di tortura, quindi ho avuto la possibilità di visitarli con lui. Io non avevo assolutamente idea di come affrontare questo personaggio, avevo capito che razionalmente non funzionava. E quei giorni in quei luoghi, quello che ho cercato di prendere è stato attraverso lo sguardo di Marco, che ripercorreva, si ritrovava in quei luoghi. Quello che lui sentiva, vedeva e ricordava... in qualche modo i suoi occhi sono stati la mia porta di accesso al personaggio. Una costruzione che ha richiesto un impegno più istintivo e più empatico".