Sabrina

2018, Horror

Recensione Sabrina: una nuova Annabelle nell’horror indonesiano targato Netflix

La recensione di Sabrina: film horror del cineasta indonesiano Rocky Soraya, nuovamente dedicato ad una bambola maledetta, disponibile da poco su Netflix.

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Sabrina è l'ultima opera del cineasta indonesiano Rocky Soraya, che scrive (insieme a Riheam Junianti e Fajar Umbara), dirige e produce questo sequel dei suoi The Doll e The Doll 2. Il film, da poco disponibile su Netflix, è un chiaro esempio di come Soraya ammiri il cinema horror occidentale più recente, in particolare il mondo di The Conjuring creato da James Wan. In questa recensione di Sabrina vedremo però come non sempre è facile ispirarsi al cinema altrui, in questo caso trasportandolo in un contesto culturale completamente diverso, riuscendo comunque a caratterizzare il proprio film in modo originale.

Da decenni, come pubblico "occidentale", siamo stati abituati all'operazione contraria: il cinema americano prende horror orientali (giapponesi, coreani, ecc.) di successo e li fa propri, il più delle volte però con scarsi risultati. Nel caso di Sabrina, pur non trattandosi di un reboot ma di una sceneggiatura comunque originale, la sensazione che abbiamo è la stessa: il film risulta poco coerente e contestualizzato e, anche se si cercano di inserire elementi del folklore indonesiano, manca di un'identità personale. Sono proprio queste componenti più personali che ci sarebbe interessato approfondire e che forse avrebbero reso il film decisamente più coinvolgente e particolare.

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Un film che ci pare di aver già visto più volte

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Maira (Luna Maya) e il produttore di giocattoli Aiden (Christian Sugiono) sono una coppia di novelli sposi molto innamorati che decidono di adottare la piccola Vanya (Richelle Georgette Stornicki), figlia del defunto fratello di lui. In occasione del compleanno di Vanya, lo zio le regala Sabrina, una bambola di grande successo prodotta nella sua fabbrica: Sabrina, dotata di lunghi capelli scuri e profondi (e decisamente inquietanti) occhi azzurri, diventa subito la migliore amica della piccola orfana. Vanya, che non riesce ad accettare la morte dei genitori, decide di comunicare con la madre attraverso un gioco (Charlie Charlie) simile a quello della tavola Ouija: non sono però i genitori a rispondere alla chiamata della bambina, ma qualcosa di ben più diabolico e sinistro che decide di servirsi di Sabrina per terrorizzare lei e i membri della sua nuova famiglia. Maira e Aiden saranno così costretti a ricorre all'aiuto di Lars (Sara Wijayanto) e di suo marito Raynard (Jeremy Thomas), una coppia di sensitivi che ha già affrontato in passato una situazione molto simile a quella in cui si trovano.

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Da una trama come questa saltano subito all'occhio le similitudini con i film della saga L'Evocazione - The Conjuring (in particolare quelli dedicati alla bambola Annabelle) ma anche con Ouija e Ouija - L'origine del male. Anche in Sabrina abbiamo una bambola che fa da veicolo a forze demoniache ed una coppia di investigatori del paranormale che tentano di salvare la famiglia di malcapitati che ne diviene vittima (Lars e Raynard sono chiaramente la versione indonesiana dei coniugi Warren). Come in Ouija- L'origine del male, inoltre, è ancora la necessità di comunicare con un genitore defunto a richiamare sui protagonisti un male incontrollabile e sconosciuto.

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Spunti interessanti che si perdono in un finale confuso

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La parte iniziale di questo Sabrina è senza alcun dubbio quella meglio riuscita del film: Soraya concentra l'attenzione sulla bambola, costruendo sapientemente la tensione attorno alla sua inquietante presenza nelle diverse inquadrature. Peccato però che, più il film si avvicina alla sua conclusione, più l'importanza della bambola scemi, lasciando spazio ad una storia di possessione più tradizionale (e banale). Verso il finale si esauriscono i pochi spunti originali che avevano reso il film inizialmente interessante e Sabrina si limita a spaventare lo spettatore con i soliti, già visti e sovradosati, jump scares. I protagonisti, che in un primo momento si era cercato di approfondire, diventano sempre più caricaturali e meno naturali nelle reazioni: gli interpreti stessi pare si impegnino sempre meno, limitandosi ad una recitazione forzata, esagerata e poco realistica.

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Il punto di forza del film, una bambola così sinistra ed inquietante come Sabrina, viene messo da parte, limitandola ad una presenza in scena non proprio giustificata: il suo legame con i fatti e con la terribile presenza demoniaca che perseguita Lars e gli altri personaggi non viene mai approfondito, alla fine lo spettatore si chiede infatti se la bambola che dovrebbe essere la protagonista del film sia o meno fondamentale per lo svolgersi della trama. Ciò che ci rimane di quest'horror è quindi una sceneggiatura che andava costruita meglio, concentrandosi di più su Sabrina e definendo il suo ruolo nella vicenda: Soraya fallisce nel ricreare una nuova Annabelle, dandocene una versione decisamente meno di impatto e di cui difficilmente ci ricorderemo.

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Recensione Sabrina: una nuova Annabelle...
Carlotta Deiana
Redattore
2.0 2.0
Cinecittà World
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