Roberto Benigni: perché il suo Leone d'Oro alla carriera accende le polemiche

Alla prossima Biennale di Venezia, Roberto Benigni riceverà il Leone alla carriera: ma perché già infuriano le polemiche e perché non tutti amano l'attore e regista de La vita è bella?

APPROFONDIMENTO di 15/04/2021

La notizia del Leone d'Oro alla carriera che verrà conferito a Roberto Benigni durante la Biennale d'Arte cinematografica a Venezia 2021, è sicuramente la notizia del giorno, farà discutere e dividerà il pubblico e la stampa italiani. L'artista toscano, è del resto uno dei più divisivi da diversi anni, ha avuto un percorso umano ed artistico molto particolare, che ne ha fatto un simbolo ma contemporaneamente un bersaglio. Per comprendere il perché di tali opposti atteggiamenti e sentimenti nei suoi confronti, sicuramente è utile gettare uno sguardo sulla sua carriera ed il suo percorso, che sovente dal culturale, si è intrecciato anche con l'impegno politico. Allo stesso tempo, occorre prendere atto del fatto che il fenomeno Benigni, ha una declinazione ed è visto in modo molto diverso in Italia e all'estero. Il che poi può fornire anche un'utile indicazione sui perché di una scelta così particolare da parte del Cda della Biennale.

Il giovane artista irriverente e di rottura

Massimo Troisi
Troisi, Arbore, Benigni, Nichetti, Lello Arena, Verdone sul set di su set di Morto Troisi, viva Troisi!

Roberto Benigni una cosa la può sicuramente rivendicare: di essere stato uno degli artisti di maggior rottura con ciò che era l'Italia del palcoscenico, del teatro, negli anni 70. La sua irriverenza, la sua incredibile espressività fisica, il suo saper coniugare un linguaggio sovente "basso" (qualche severo critico dell'epoca usò la parola plebeo) con una sorta di meraviglia infantile e giocosa, decretarono in breve il suo successo d'artista, tanto più grande quanto condizionato anche dai fortunati incontri con personalità quali Marco Messeri, Carlo Monni, Giuseppe Bertolucci e Lucia Poli. Assieme a loro, Benigni portò una ventata di sano rinnovamento, in cui la faceva da padrone, quella dimensione contadina toscaneggiante un po' anarchica e giullaresca, che poi tanti anni dopo gli sarebbe stata rinfacciata senza mezzi termini dal mitico Stanis La Rochelle di Boris. Sì perché è indubbio che Benigni abbia aperto anche quella porta, quella dei tanti comici toscani, artisti con la "c" aspirata ormai in odio a tanti. Benigni fu celebrato per i successi che aveva colto con il suo Cioni, per quel Berlinguer ti voglio bene che è un piccolo scrigno dentro cui è possibile trovare un ritratto di quell'Italia che attorno a Benigni si strinse fedelmente, in quanto simbolo di uno spirito del tempo. Il film fu molto osteggiato e criticato dai canali ufficiali, eppure proprio quell'ostilità, decretò la fortuna di Benigni, il suo venire riconosciuto come ribelle, simbolo di un nuovo modo di stare sul palco, fare cinema, fare arte, sorprendere e abbattere il perbenismo che perdurava nell'Italia di quel tempo.

Roberto Benigni: le apparizioni in TV più folli

La consacrazione cinematografica e televisiva

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Roberto Benigni in una scena de Il Mostro

Il Benigni che dissacra Papi e pudore dal palco di Sanremo, che gira l'Italia con il suo TuttoBenigni facendo il tutto esaurito, che sul piccolo schermo continua imperterrito a dissacrare impudente le orecchie della critica più ostica, che con Arbore trova il successo sul grande schermo. Poi, nel 1983, con Tu mi Turbi, ecco il primo esperimento dietro la macchina da presa, a cui segue la vera consacrazione cinematografica, al fianco del grande Massimo Troisi: Non ci resta che piangere. Benigni trovò sicuramente in Troisi un alleato, con la sua volontà di dare centralità al dialetto, l'irriverenza totale, senza fermarsi di fronte a niente e a nessuno, neppure a Leonardo Da Vinci. Da questo momento, Benigni cessa di essere solamente l'istrionico irriverente destabilizzante, il ragazzo magro con gli occhiali che cambiò anche la dimensione della comunicatività politica prendendo in braccio Enrico Berlinguer. Da quel momento abbracciò una varietà di collaborazioni italiane ed anche straniere, lavorò con Jim Jarmusch, Blake Edwards, nel 1990 sbarcò definitivamente ai piani alti della settima arte, con La voce della luna di Fellini, che trovò sponsor importanti in Martin Scorsese e Woody Allen. Assieme a Vincenzo Cerami, sfondò ai botteghini con Il piccolo diavolo, Johnny Stecchino, Il mostro. Tutti e tre, ne fecero senza ombra di dubbio il simbolo di una resistenza alle spinte più disgreganti e volgari dell'Italia che dal guinzaglio craxiano, si trovava sedotta dal berlusconismo. L'epoca del consenso? Sì. Ma solo di una parte del paese. L'altra, quella che si stringeva attorno al Cavaliere di Arcore, non lo tollerò che a denti stretti, imitata in questo da chi invece lo giudicò artisticamente volgare, sopravvalutato, maschera grottesca ma vuota. E per questi ultimi, il successo ottenuto con La vita è bella fu un crimine grave.

Dal trionfo de La Vita è Bella al disimpegno politico

Benigni Oscar
Roberto Benigni vince l'Oscar

A ripensarci, il trionfo agli Oscar del 1999, il suo affermarsi definitivamente come divo planetario, adorato dagli States stregati dalla sua commedia (che poi commedia tanto non era) sull'Olocausto, non fu da noi apprezzato in modo unanime. Benigni, figlio di un ex deportato, "osò" scherzare sulla Shoah, si permise di mostrare un campo che veniva liberato non dai russi, ma dai carri americani, gli stessi americani che mandarono Sophia Loren a gridare il suo nome dal palco per dargli l'Oscar per il Miglior Film Straniero. Poi, fu il primo a sorprendersi per quello a Miglior Attore Protagonista. In quel momento, toccando il successo più alto, Benigni finì su una sorta di lista nera, in cui vi era sia la destra che lo vedeva come il giullare della sinistra, sia quella parte di mondo intellettuale, per il quale un Oscar con un film così, era la conferma del suo essere sempre stato più apparenza che sostanza. I tonfi di Pinocchio e de La tigre e la neve, furono accolti da una mai celata soddisfazione da parte di questi due estremi, a cui si unì una crescente fetta di opinione pubblica. Disinnamorati delle sue improvvisate televisive e del suo cinema? No. Casomai (ed è questo il punto fondamentale) irritati dalla sua trasformazione sul piano dell'impegno politico. Gli anni 2000, furono senza dubbio gli anni del secondo regno Berlusconiano, del Cavaliere di Arcore che si destreggiava tra gaffe dolorose all'estero, leggi ad personam, epurazioni di uomini come Enzo Biagi e Luttazzi, attacchi sistematici alla Costituzione. Di fronte a tutto questo, Benigni si mise a parlare d'amore, portò il suo Tutto Dante in giro per il mondo con grande successo, ma fu un silenzio che suonò di imborghesimento. La conferma arrivò dall'atteggiamento verso Renzi, con i ripensamenti sul referendum costituzionale (quella Costituzione di cui lui aveva tanto parlato anche nei suoi spettacoli). Lì, in quell'essere venuto meno al proprio percorso di artista e uomo di sinistra "contro", si nasconde il perché dell'ostilità che si manifesta nei suoi confronti.

La vita è bella: un viaggio nell'Olocausto tragicomico di Roberto Benigni lungo vent'anni

Un artista simbolo dell'Italia nel mondo

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Roberto Benigni è Pinocchio nell'omonimo film di Matteo Garrone

Il Pinocchio di Garrone, I Dieci Comandamenti, il ritorno con Dante, sono l'immagine fedele di un percorso artistico che oggi si è fatto più selettivo. La carriera di Benigni è stata, come ricordato oggi dal comunicato della Biennale, straordinaria, per varietà, innovazione e popolarità. La Vita è Bella, ormai oggetto di lapidazione sui social da noi, è uno dei film più amati di sempre al mondo. Lui, Roberto Benigni da Castiglion Fiorentino, un simbolo dell'Italia universalmente amato. Si può ipotizzare (come fa qualcuno in queste ore) che premiarlo a Venezia, sia anche un'ottima difesa contro probabili defezioni di divi internazionali causa emergenza sanitaria, così come il disarmare la critica che è stata mossa a Barbera in questi anni, di aver reso Venezia una sorta di colonia straniera, soprattutto americana. Ma sarebbe ingeneroso, sia verso la Mostra in se, che soprattutto verso Roberto, pensare che siano i soli motivi. Benigni ha avuto alcuni passi falsi da regista ma di certo non tali da obiettare il suo contributo artistico lungo cinquant'anni. Le eventuali antipatie sul piano politico, non devono e non possono trovare spazio in una valutazione che metta al centro l'arte. Non di fronte alla sua cinematografia e a ciò che ha portato nei nostri teatri e in televisione, non per la sua opera divulgativa, in un paese che continua inesorabilmente a scivolare culturalmente verso il basso.