La libertà non deve morire in mare

2018, Documentario

Recensione La libertà non deve morire in mare: un film che dovrebbe essere visto

La recensione di La libertà non deve morire in mare: il film di Alfredo Lo Piero racconta le vite dietro i numeri dell'immigrazione di cui non conosciamo i volti.

"La libertà non deve morire in mare. Anche se la mia era già morta in terra, la libertà non deve morire comunque": queste parole chiudono lo straziante docufilm prodotto e diretto da Alfredo Lo Piero. Parole forti, che la maggior parte di noi per sua fortuna e non per suo merito non sa cosa significhino davvero. Le immagini iniziali sono invece sott'acqua: vengono mostrati dei pesci, il relitto di una nave, e poi quei riflessi in superficie che descrivono il mare come una creatura accogliente, nonostante tutto.

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Le interviste ai testimoni e ai sopravvissuti

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Ai filmati presi dall'archivio della Guardia Costiera, della Guardia di Finanza e di Medici Senza Frontiere si alternano le interviste di alcuni sopravvissuti al naufragio e di alcuni testimoni, abitanti di Lampedusa, che non hanno esitato a intervenire quando quelle che sembravano grida di gabbiani si sono rivelate grida umane, e quelle che sembravano forme indistinte hanno alzato la braccia per chiedere aiuto. Un soccorritore ricorda che un uomo lo ha abbracciato e gli ha baciato la nuca per dimostrare la sua gratitudine. Ma non c'era tempo per la gratitudine: bisognava stabilire chi salvare e chi no, mentre corpi anche infantili galleggiavano sull'acqua. Chi era riuscito a salire a bordo invece era nudo, sporco di petrolio e si vergognava. Una testimone ha regalato a un ragazzino la sua sciarpetta rosa, per coprirsi le parti intime e cancellare almeno quell'imbarazzo.
Un sopravvissuto racconta di come alcuni, per la stanchezza, alla fine si arrendano e affoghino, ma lui abbia lottato pensando alla propria famiglia. C'è chi scappa dall'Africa per motivi religiosi, chi per la guerra, chi per il proprio orientamento sessuale. "Prima chiedetevi perché è in Italia e poi fatevi un'opinione". Perché tutti, appena arrivano a Lampedusa, chiedono ingenuamente dove sia il treno. Quel terribile percorso in mare lo vivono come la parte necessaria di un viaggio ancora lungo, che alla fine li porterà a migliorare la propria vita, o semplicemente a preservarla. C'è anche chi non ne vede più il motivo, come forse la donna che è stata ripetutamente violentata e ha perso tutta la sua famiglia. E poi c'è chi dedica la propria esistenza a una causa: il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, che legge con rabbia intristita una lettera piena di insulti e odio razziale; o il giovane medico che ad Aleppo cura ventiquattr'ore su ventiquattro feriti gravissimi, che vediamo piangere nel trambusto tipico delle emergenze. Quello che per fortuna probabilmente non abbiamo mai vissuto.

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Un docufilm per imparare le storie dietro i numeri

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C'è chi definisce "crociera" quella orrenda traversata in mare, o "pacchia" il tentativo di ricostruirsi da noi una misera quotidianità. Per questo un film del genere, che intreccia filmati a interviste di un'umanità varia, ma sempre a stretto contatto con il problema dell'immigrazione, andrebbe visto da tutti: il bambino che prende in giro e quello che include, l'adolescente che s'interroga e quello che non si pone domande, l'adulto che si commuove e quello che ha paura. Ognuno non saprebbe, così, solo le cifre che ci vengono consegnate dai telegiornali, ma vedrebbe i volti di chi canta sulla nave perché sente di essere finalmente in salvo, o i disegni che reinterpretano fantasiosamente quella nave come un luogo di speranza. Sentirebbe la voce commossa di chi ha prestato soccorso ad alcuni e avrebbe voluto salvare tutti, o del soccorritore contattato a ogni Pasqua da un musulmano, per gli auguri dettati non dalla fede bensì dalla riconoscenza. Vedrebbe quelle lapidi in cui le epigrafi, generiche ma compassionevoli, non distinguono per credo, età o etnia: semplicemente erano tutti vivi, e adesso sono tutti morti. Sentirebbe la voce di chi è stato obbligato a diventare scafista, altrimenti sarebbe stato ucciso e gettato in mare. E magari si formerebbe un'opinione diversa, o anche solo più completa: perché dietro ai dati ci sono storie, e quelle scegliamo il più delle volte di ignorarle.

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Il regista e il distributore

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Distribuzione Indipendente si occupa spesso di film di impegno politico. Giovanni Costantino, che ne è il presidente, racconta come "negli ultimi anni Distribuzione Indipendente sia riuscita a sopravvivere in un mondo di assoluta crisi e sia riuscita a crescere sempre un tassello di più, mentre vedeva altre attività che via via chiudevano. Abbiamo trovato nella stampa quasi una mamma adottiva: la prima linea di comunicazione e di pubblicità".
La conferenza stampa che segue la visione del film viene moderata con sensibilità e competenza da Emiliano Rubbi, scrittore e opinionista, che fa notare come il discorso "il popolo è stanco" in genere venga fatto da chi non intrattiene rapporti diretti con le questioni di cui parla. Il popolo di Lampedusa non è stanco, bensì vota i politici più accoglienti in fatto di immigrazione.
Il regista Alfredo Lo Piero racconta la genesi del film. "Tutto è nato perché al mare mia figlia un giorno si era rifiutata di entrare in acqua: c'era un fratello africano che si stava facendo il bagno, e la sua presenza la turbava perché la zia le aveva creato la fobia dell'uomo nero. Pensai che occorreva subito fare qualcosa, dare un messaggio forte. A Lampedusa, mentre stavo lavorando a un altro progetto, io e il mio amico e direttore della fotografia Giuseppe Bennica ci trovammo improvvisamente coinvolti in una tragedia immane: a poche centinaia di metri dalla costa, motovedette della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza erano impegnate nel recupero di oltre trecento migranti provenienti dall'Africa. Quella che era un'attrezzatura improvvisata si trovò così a dover immortalare ogni attimo: demmo l'avvio al primo ciak, e da lì la mia vita è cambiata".

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Le ONG e la Guardia di Finanza

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Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty International Italia, sottolinea come esista "un problema di accesso all'informazione in questo Paese. È già raro che durante le emergenze veniamo chiamati noi, Associazioni che si occupano di diritti umani, e in particolare di quelli dei migranti e dei rifugiati; ma ciò che davvero manca nell'informazione sono le ragioni degli immigrati, la loro storia, le guerre da cui fuggono. E quindi a prevalere sono la falsa notizia, l'allarme; è un problema non solo italiano. È in opera una fabbrica della paura che produce ansia, e su quell'ansia si vincono le elezioni. Sarebbe bello se questo film si aprisse a un pubblico generale, convinto che la parola libertà non sia recintabile. Se il film di Lo Piero dovesse avere molti spettatori, potrà contribuire a ripristinare almeno un pareggio nella comunicazione. Certo, dal 2016-7, quando è stato realizzato, i tempi sono cambiati: non occorrono più soltanto empatia e solidarietà; è necessaria una pressione in Europa che cambi le cose, a partire dal regolamento di Dublino, e un'organizzazione tecnologica che contrasti le fake news. Questo rimane un film molto attuale: sull'immigrazione adesso non si fa che fornire cifre. Ma è da ricordare che, se c'è un settantacinque per cento di arrivi in meno, c'è un settantacinque per cento di sofferenza in più dall'altra parte del Mediterraneo. L'Italia è stata l'artefice della bellissima operazione Mare nostrum, di cui andavo molto fiero: un lavoro straordinario di salvataggio di centinaia di vite umane, che prevedeva arrivi controllati, misure sanitarie prese a bordo. Adesso si è preferito pagare chi in Libia un giorno indossa la tuta mimetica, un altro il completo giacca e cravatta, per cercare di controllare un fenomeno che va avanti da venti secoli e che non si fermerà certo pagando a destra e a manca, né versando denaro a guardie costiere di altri paesi affidando loro il compito di bloccare i migranti, o chiudendo gli occhi perché il cuore non dolga, che è diventato il motto della politica europea".

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Il colonnello Paolo Emilio Recchia, il Capo di stato maggiore del comando operativo aeronavale della Guardia di Finanza, dichiara come il mare purtroppo sembri "una grande autostrada, e un crocevia di loschi traffici. La Guardia di Finanza ha sempre lavorato in mare, e ha stabilito di perseguire chi lucra su questi traffici. Noi dobbiamo distinguere quello che è un dovere istituzionale e umano, come il soccorso, e quello che è un dovere giuridico, che esige che arriviamo a chi ordisce questo traffico. Il grosso interrogativo per noi militari non è il soccorso, che è un obbligo; il problema verte su cosa fare dopo: sull'accoglienza e su come disciplinarla. L'Italia sotto un certo punto di vista ha già degli strumenti legislativi moderni e adeguati; purtroppo spesso si sbaglia a chi dare le risorse da gestire. Poi noi siamo molto concentrati sull'immigrazione proveniente dal nord Africa, ma vi posso testimoniare che ogni notte arrivano uno yacht e una barca a vela con bandiera americana (fittizia e di comodo) condotti da equipaggi di ucraini che apparentemente sono dei turisti, invece sotto coperta nascondono venti-trenta persone che hanno ben pagato un passaggio in Italia. E noi ogni notte contrastiamo questo fenomeno, di cui non parla nessuno".

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Secondo Gabriele Eminente, il Direttore Generale di Medici senza Frontiere Italia, "la prima parte del film riguarda la narrazione plurale di una tragedia, e ci ricorda anche la complessità delle attività di soccorso, che sono state portate avanti negli ultimi anni. L'operazione Mare nostrum cessò nel 2014, e nel 2015 le Associazioni non governative decisero di assumere un ruolo doveroso per il salvataggio di vite umane. Abbiamo vissuto un quinquennio in cui, con vari attori che si sono alternati, esisteva un dispositivo del soccorso in mare efficiente, sempre e comunque guidato dalla Guardia Costiera. Questo dispositivo oggi è stato smantellato; possiamo illuderci che non ce ne sia più bisogno, che sia diminuito il numero delle partenze. È una pura illusione: nessuno di noi sa quante centinaia di migliaia di persone in questo esatto momento stanno subendo situazioni del tutto inaccettabili, violenze gravissime, torture di qualunque natura in centri di detenzione in Libia; e sappiamo anche che le cause della fuga non sono affatto terminate. Pensiamo agli ultimi sviluppi della guerra in Siria e a quanto questi possano generare una nuova ondata di sofferenze, di partenze da quel paese. L'unica cosa che l'Europa è stata in grado di fare è delegare alla Turchia per quanto riguarda la Siria e alla Libia per quanto riguarda l'Africa la gestione dei flussi migratori".
Il regista ammette che per realizzare questo film ha attinto dai fondi che aveva messo da parte per i suoi figli. "Non so se riuscirò un giorno a perdonarmelo, ma sono certo che i miei figli un domani sapranno farlo". Di certo noi gli siamo grati, perché La libertà non deve morire in mare è un passo verso l'approfondimento e la solidarietà, doverosi per tutti.

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