Piazza Vittorio

2017, Documentario

Recensione Piazza Vittorio: immigrazione e integrazione secondo Abel Ferrara

La recensione di Piazza Vittorio: Per quanto godibile e interessante, il film di Abel Ferrara fatica ad indagare a fondo un contesto sociale variegato e complesso.

Piazza Vittorio: un momento del documentario di Abel Ferrara

In questi ultimi mesi il dibattito pubblico italiano è dominato dal tema dell'immigrazione, argomento sempre più divisivo nel nostro paese, il più delle volte affrontato da politici e media con estrema superficialità e mancanza di conoscenza, oltre che prospettiva, storica.
In un contesto del genere, in cui nella società i valori dell'integrazione stanno progressivamente perdendo forza, non appare affatto casuale la scelta di distribuire al cinema Piazza Vittorio di Abel Ferrara, a ben un anno di distanza dalla presentazione fuori concorso in anteprima mondiale alla 74a edizione del Festival di Venezia.

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Piazza Vittorio: un'immagine del documentario

Piazza Vittorio, oggi

Il film documentario del sessantasettenne regista italo-americano, infatti, si concentra sulle vite che animano quotidianamente la storica piazza romana di stile umbertino realizzata sul finire dell'Ottocento, divenuta negli anni un luogo simbolico per come rappresenta plasticamente la possibilità, per quanto senz'altro complessa, di un'integrazione tra culture e tradizioni differenti, tra italiani e immigrati africani, sudamericani, asiatici e dell'Est Europa.

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Nato nel Bronx da padre di origini campane e madre di origini irlandesi, Abel Ferrara vive da circa quattro anni con la moglie moldava Cristina e la figlia piccola proprio nei pressi di Piazza Vittorio, a Colle Oppio, e ha deciso così di mettersi in gioco in prima persona in questo progetto che sin dall'inizio si propone come esplicitamente personale. Accompagnato da una troupe ridotta ai minimi termini in quello che è una sorta di video-diario della sua esperienza quotidiana, Ferrara tenta di restituire uno spaccato di vita genuino e privo di edulcorazioni, all'insegna dell'immediatezza e della spontaneità (le riprese sono realizzate con telecamere digitali "povere" e, in alcuni casi, persino con il cellulare), andando per strada alla ricerca di testimonianze e racconti di vita.

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Un documentario che rimane in superficie

Piazza Vittorio: un primo piano del documentario

Pur alternando con discreta efficacia numerose interviste a materiali d'archivio dell'Istituto Luce e facendo uso di alcuni interessanti inserti musicali (in primis la canzone folk Do Re Mi di Woody Guthrie che riflette sulla migrazione degli americani verso la California negli anni Trenta, ma anche la malinconica canzone popolare italiana Chitarra romana), Piazza Vittorio però non fa emergere quasi mai con forza l'umanità, i pensieri, le speranze e le preoccupazioni delle numerose persone comuni intervistate. Paradossalmente, vista la natura del progetto, a risultare più incisivi sono gli incontri "illustri" con Matteo Garrone e Willem Dafoe, i quali raccontano con passione la loro esperienza e visione della più estesa piazza capitolina, nonché dei quartieri limitrofi dell'Esquilino.

Per quanto godibile e non privo di motivi di interesse, soprattutto per coloro che sono ignari della peculiare realtà multiculturale di Piazza Vittorio e dintorni, il documentario di Abel Ferrara nel complesso si rivela dunque una galleria di personaggi piuttosto superficiale, incapace di indagare a fondo un contesto sociale variegato e complesso.

Recensione Piazza Vittorio: immigrazione e...
Luca Ottocento
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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