Rebecca: da Hitchcock al film Netflix, il finale che visse due volte

Rebecca, il film Netflix dal romanzo di Daphne du Maurier, propone un finale diverso rispetto al capolavoro di Hitchcock: analizziamo le ragioni di queste differenze.

APPROFONDIMENTO di 25/10/2020

È Rebecca che giace morta in terra, nella cabina. E ora, puoi guardarmi negli occhi e dirmi che mi ami?

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Rebecca, la prima moglie: Joan Fontaine e Judith Anderson in una scena

Nella climax di Rebecca, il momento che corrisponde all'immagine più iconica di questo tenebroso racconto, la protagonista si affaccia sul vuoto, attratta dall'idea di lasciarsi inghiottire dall'abisso; dietro di lei, le frasi maligne della signora Danvers la esortano a compiere quel fatidico passo, cercando nel suicidio una via di fuga dai propri tormenti. È allora che, all'improvviso, si verifica il colpo di scena destinato a modificare il corso della storia: il ritrovamento di una piccola imbarcazione affondata lungo la costa, al cui interno viene fatta una raccapricciante scoperta. "In terra, sul pavimento della cabina, c'era un corpo umano. Era in dissoluzione, si capisce, non aveva più carne. Ma era un corpo umano, con la testa e le membra intatte...".

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Rebecca: Kristin Scott Thomas e Lily James

L'elemento orrorifico irrompe con forza nell'universo di Manderley. Mentre la signora de Winter vagheggia l'idea di togliersi la vita, ecco che la morte le si manifesta in tutta la sua macabra concretezza. E le sembianze della morte corrispondono ai resti scheletrici di un'altra signora de Winter: Rebecca, il personaggio-fantasma che dà il titolo al romanzo pubblicato nel 1938 dalla scrittrice inglese Daphne du Maurier. Un libro dal quale, due anni più tardi, Alfred Hitchcock avrebbe tratto uno dei suoi capolavori, e che nel 2020 è stato riadattato per lo schermo nell'omonimo film di Netflix, diretto dal regista Ben Wheatley.

Dal romanzo di Daphne du Maurier ai film di Alfred Hitchcock e Ben Wheatley

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Rebecca, la prima moglie: Joan Fontaine e Laurence Olivier in una scena

Sia Rebecca, la prima moglie di Alfred Hitchcock che il Rebecca approdato su Netflix riprendono con notevole fedeltà la propria fonte letteraria. Nel caso di Hitchcock, tale fedeltà era legata alle convenzioni della Hollywood classica e alle direttive del produttore David O. Selznick, determinato a non scontentare in alcun modo le aspettative dei lettori del romanzo. Il Rebecca di Ben Wheatley, frutto di una sceneggiatura a sei mani, risulta in compenso ancora più prossimo all'opera di Daphne du Maurier, recuperando pure qualche dettaglio eliminato invece nel film del 1940 (per esempio la visita alla nonna di Maxim de Winter). Purtroppo, la scelta di un'aderenza quasi filologica al libro non va troppo a vantaggio di questa nuova trasposizione, specialmente alla luce di un confronto insostenibile con l'originale hitchcockiano.

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Rebecca, la prima moglie: un'immagine di Joan Fontaine e Laurence Olivier
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Rebecca: Armie Hammer, Lily James in una foto del fim

Eppure, esiste una fondamentale divergenza fra la pellicola del 1940 e quella del 2020: la chiave del mistero della morte di Rebecca. Nel film di Hitchcock, il Maxim de Winter di Laurence Olivier rivelava alla moglie Joan Fontaine che Rebecca era rimasta vittima di una caduta dall'esito fatale; l'uomo, consapevole del rischio di essere incolpato ingiustamente, aveva deciso pertanto di occultarne il cadavere, per poi far seppellire la salma di un'altra persona. Ben differente la versione fornita dal Maxim di Armie Hammer al personaggio interpretato da Lily James, poco dopo il rinvenimento del panfilo: Maxim, ossessionato dall'odio per Rebecca e seguendo l'invito della donna, le aveva sparato un colpo di pistola. Nel primo caso, un tragico incidente; nel secondo, un omicidio.

Rebecca, la prima moglie: la storia d'amore e di fantasmi di Alfred Hitchcock

"Quando la uccisi, sorrideva ancora": il mistero di Rebecca

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Rebecca, la prima moglie: Joan Fontaine e Judith Anderson in una scena

Nel ventesimo capitolo di Rebecca, a quasi tre quarti del romanzo, nella solitudine della biblioteca di Manderley Maxim si abbandona a una lunga confessione alla protagonista: "Tu credevi che io amassi Rebecca? [...] E credi che l'abbia uccisa per amore? Ma io l'ho odiata, ti dico", sono le parole dell'uomo, prima di mettere a parte la moglie della reale natura del suo rapporto con Rebecca. Le pagine a seguire rievocano la memoria di un matrimonio trasformatosi in un gioco al massacro, del beffardo sadismo della donna e della furia repressa di Maxim, culminata in un uxoricidio. L'analessi sul delitto, nella sua vivida brutalità, è fra i passi più magistrali di tutto il libro: "Quando la uccisi, sorrideva ancora. La colpii al cuore. Non è caduta subito, però. Per un momento ha seguitato a guardarmi così, quel lento sorriso sulle labbra, gli occhi spalancati...".

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Rebecca: Armie Hammer e Lily James
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Rebecca: una scena del film con Armie Hammer, Lily James

Si tratta di una svolta cruciale, ma non soltanto dal punto di vista narrativo: in questo capitolo emerge per la prima volta, a chiare lettere, il lato oscuro di Maxim, che come l'antieroe di una tragedia shakespeariana si stupisce al ricordo della bestialità delle proprie azioni ("avevo dimenticato che una persona colpita a morte perde tanto sangue"). E la protagonista, incarnazione di una virginale innocenza, è pronta a riconoscere ed accettare l'oscurità del marito; anzi, è desiderosa di farlo, rinfrancata dalla consapevolezza dell'odio di Maxim nei confronti della sua 'rivale'. Il giallo al cuore del romanzo è al contempo la storia di una perdita dell'innocenza: attraverso la vicenda di Rebecca, la seconda signora de Winter entra per la prima volta in contatto con la perversione, la violenza, il male.

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Una diabolica donna-fantasma

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Rebecca: Armie Hammer, Lily James in una scena del film

Il film di Ben Wheatley si attiene al ventesimo capitolo del libro, sintetizzandolo in un rapido dialogo e provando ad attenuare l'orrore del gesto di Maxim, indotto dalla stessa Rebecca a premere il grilletto contro di lei; il problema è che il ritratto fornito da Armie Hammer non riesce a restituire appieno l'ambiguità morale di questo "marito perfetto" dal torbido passato. Entrambe le trasposizioni riprenderanno, nel finale, l'ulteriore colpo di scena ideato dalla du Maurier (la malattia incurabile di Rebecca, artefice del proprio omicidio), ma resta il fatto che il Maxim del classico di Alfred Hitchcock non sia, a conti fatti, un assassino, quanto l'ignara vittima del complotto ordito dalla sua prima moglie affinché tutti lo ritengano colpevole di averla uccisa (non a caso Rebecca costituisce il principale modello di riferimento de L'amore bugiardo di David Fincher).

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Rebecca, la prima moglie: Joan Fontaine e Judith Anderson
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Rebecca, la prima moglie: Joan Fontaine nel ruolo della signora de Winter

Per il maestro del brivido, si trattò di una scelta obbligata: nel 1934, il giro di vite legato al Codice Hays aveva sancito una lunga serie di tabù che tutte le produzioni hollywoodiane avrebbero dovuto accuratamente evitare. Fra questi, la necessità di 'punire' i personaggi che si macchiassero di azioni criminali, soprattutto se della gravità di un omicidio; pertanto, il parziale lieto fine del racconto imponeva che Maxim non potesse essere l'autore materiale di un delitto. Hitchcock fu costretto dunque ad attenuare la duplicità del signor de Winter; così facendo, però, mise in risalto l'essenza diabolica di Rebecca, spettrale avversaria tornata dall'inferno per infrangere la felicità dei due coniugi. Nel romanzo di Daphne du Maurier, Rebecca rappresenta il 'doppio' luciferino di una protagonista emblematicamente senza nome; un assunto valido anche per il film di Hitchcock, dove tuttavia questa straordinaria donna-fantasma ci appare, in qualche modo, ancor più mostruosa e implacabile.

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