Pink Floyd in mostra al Macro di Roma: l'illusionismo sperimentale tra musica e cinema

La mostra inaugurata al Macro di Roma il 19 gennaio è l'occasione per ripercorrere lo stretto rapporto tra la band e la settima arte.

Al via al Macro di Roma The Pink Floyds Exibition: Their Mortal Remains. L'Italia ha l'onore di accogliere - primo paese al mondo dopo l'Inghilterra - la spettacolare raccolta di cimeli dedicata alla band che più di ogni altra ha segnato l'evoluzione della musica rock, della cultura e dell'innovazione tecnologica. La parola d'ordine dei Pink Floyd, in cinquant'anni di carriera, è stata sperimentazione. La band inglese ha precorso i tempi con il suo afflato visionario infrangendo le barriere che separano le varie arti e creando un unicum tra musica, fotografia, design, letteratura e cinema.

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Dopo l'accoglienza straordinaria di Londra, dove ha segnato oltre 400.000 presenze, The Pink Floys Exibition: Their Mortal Remains sarà ospitata dal Macro di Via Nizza fino al 1° luglio. La mostra, curata dal collaboratore storico dei Pink Floyd Aubrey Powell che, con la sua Hipgnosis, ha creato le celebri cover degli LP della band, è una tappa obbligatoria per i fan, ma anche un'occasione unica per chi, per motivi anagrafici, non ha avuto occasione di approfondire la conoscenza del gruppo inglese.

Pink Floyd: Roger Waters e Nick Mason a Roma all'inaugurazione della mostra al Macro

Roger Waters e Nick Mason hanno presenziato al lancio ufficiale della mostra il cui titolo è stato suggerito dallo stesso Waters. I Pink Floyd sono estremamente protettivi nei confronti della loro arte così quando Aubrey Powell spiega di aver avuto carta bianca nel concept della mostra ammette che si è trattato di "un miracolo". "La mostra è una celebrazione dei Pink Floyd ed è bello vedervi tutti qui oggi, è qualcosa che non mi aspettavo, ma mi interessa fino a un certo punto" commenta Roger Waters, l'ideologo del gruppo. "Sono preoccupato per le giovani generazioni. Visitare la mostra mi ha fatto ripensare al passato, sono orgoglioso di ciò che abbiamo realizzato. È stato un viaggio politico ed emotivo della mia vita, ma questo viaggio prosegue. L'umanità è un treno espresso verso l'estinzione. Ci sono cose più importanti che guardare al passato al passato, come ciò che stanno vivendo le popolazioni di Ecuador e Palestina. Ciò che mi interessa davvero è comunicare. Se alzassimo per un minuto la testa dai telefonini, forse ci accorgeremmo di ciò che ci accade intorno".

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La mostra: in cammino verso la leggenda

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A dare il via al percorso espositivo al Macro è una gigantografia di Syd Barrett di fronte a un furgone. A Barrett, genio maledetto dei Pink Floyd costretto ad abbandonare la band per via del consumo di allucinogeni sfociato in malattia mentale, è dedicata l'apertura della mostra, concepita secondo un rigoroso ordine cronologico. Accompagnati dai suoni, voce e da brani diffusi dalle cuffie Sennheiser in dotazione al visitatore per tutto il percorso, si esplorano i primi passi dei Pink Floyd nella Londra psichedelica 1967/70. A seguire le sezioni tematiche legate ai singoli LP, a epoche o ad ambiti ben precisi. Così, superata la vetrina dedicata a Pink Floyd: Live at Pompeii, si incontra la sperimentazione di Atom Hearth Mother, si rimane ipnotizzati dal prisma rotante di The Great Gig in the Sky e si apprendono i retroscena della realizzazione delle spettacolari immagini concepite da Aubrey Powell per la cover di Wish You Were.

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Le stanze più spettacolari sono quelle dedicate a The Wall ed Animals, sormontate dai celebri gonfiabili introdotti dai Pink Floyd nei loro show live, e a The Division Bell, dove i profili giganti dei due volti metallici che si sfidano sono illuminati da uno strobo. Dopo Endless River, la stanza tributo al pianista Richard Wright, scomparso nel 2008, il visitatore viene invitato a togliersi le cuffiette per entrare nella Performance Zone e godere della visione dell'ultima esibizione dei Pink Floyd al completo, al Live 8 del 2005, valorizzata dalla tecnologia AMBEO 3D. Tra le varie sezioni, ve n'è una interamente dedicata al rapporto tra la band e il cinema.

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Sul grande schermo tra esplosioni, psichedelia e poeti (maledetti)

More. Di più, ancora di più: i protagonisti in una scena

L'incontro tra i Pink Floyd e la settima arte avviene molto presto. Nel 1966 i Pink Floyd sono il primo gruppo britannico a servirsi di proiezioni psichedeliche sul palco e i light show divengono ben presto parte integrante delle loro performance. Nel 1969 il gruppo pubblica Soundtrack from the film More, terzo album in studio (primo senza Syd Barrett) che raccoglie le musiche composte per More. Di più, ancora di più, esordio lisergico di Barbet Schroeder in cui si racconta di un'allucinata storia d'amore tra due giovani a Ibiza, meta prediletta per i soggiorni a scopo psichedelico. Il finale tragico ben si sposa con le musiche ipnotiche dei Pink Floyd, chiamati dal regista a musicare il film. Due dei brani presenti nella pellicola, Seabirds di Roger Waters e la strumentale Hollywood di David Gilmour, non hanno trovato spazio nel disco e sono reperibili solo in bootleg.

La vallée: una scena del film

Il connubio felice tra l'iraniano Schroeder e i Pink Floyd si ripete tre anni dopo, nel 1972, quando la band compone le musiche per La vallée, viaggio di iniziazione in Nuova Guinea di una donna ricca e annoiata che entra in contatto con la filosofia hippie immergendovisi completamente fino a perdere il senso della realtà. I brani composti dai Pink Floyd, che nel film fanno una presenza fugace, sono raccolti nell'album Obscured by Clouds. Nel frattempo due suite psichedeliche (Interstellar Overdrive e Nick's Boogie) finiscono nel documentario di Peter Whitehead Tonite Let's All Make Love in London, dedicato alla Swinging London, mentre la band collabora con alcuni brani, quasi tutti improvvisati, alla score di The Committee, satira sperimentale indie del britannico Peter Skyes. Interstellar Overdrive darà vita a un altro documentario sperimentale, San Francisco di Anthony Stern, della durata di 15 minuti.

La locandina di Zabriskie Point

I Pink Floyd non compongono colonne sonore in modo classico. Non guardano il film identificando punti specifici, ma riflettono sulle tematiche per poi improvvisare idee sonore. È ciò che accade con Zabriskie Point, clou della loro esperienza cinematografica. Dopo aver cercato per mesi una band a cui affidare le musiche del film, Michelangelo Antonioni si innamora dell'LP Ummagumma, in particolare di Careful With That Axe, Eugene, affidando ai Pink Floyd la composizione della score. Dopo una lunga sessione di sedute notturne agli International Recording di Roma, il selettivo regista deciderà di usare nel film solo tre degli otto brani composti dalla band, ma l'iconico finale con l'organo di Wright che accompagna la spettacolare deflagrazione della villa nel deserto è una festa per occhi e orecchie. All'uscita in sala, però, il film si rivelerà un flop e ci vorranno anni per riabilitarlo dai giudizi taglienti della critica. Nel frattempo i Pink Floyd sono diventati sempre più protettivi nei confronti della loro musica. Colpisce, perciò, la scelta di concedere l'uso di Atom Earth Mother a un prezzo politico a David Grieco per il suo La macchinazione. Pare che a convincere la band sia stato l'amore per Pier Paolo Pasolini. Curiosamente molti anni prima Stanley Kubrick aveva ricevuto un sonoro rifiuto di fronte alla sua richiesta di usare la suite nella score di Arancia meccanica. Il regista ricambierà negando a Roger Waters la possibilità di usare la voce impersonale del computer Hal 9000 nel suo Amused to Death.

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Live in Pompeii, vuoto e lava bollente

Pink Floyd: Live at Pompeii, David Gilmour in un'immagine tratta dal documentario

Nel 1971 i Pink Floyd ricevono la proposta di girare un film-concerto a Pompei. Il risultato, Pink Floyd: Live at Pompeii, farà la storia. Il documentario musicale, concepito come un film anti-Woodstock, viene girato in un anfiteatro deserto, occupato quasi interamente dalla strumentazione della band - che nega la possibilità di qualsiasi uso del playback - con il Vesuvio alle spalle. Assente il pubblico, il regista Adrian Maben si concentra sull'eccezionale location e sui musicisti riprendendoli live mentre eseguono i loro brani. Tra questi spicca l'epica Echoes, rimontata in due parti per aprire e chiudere il film. Girato in soli quattro giorni nell'ottobre del 1971, Pink Floyd: live in Pompeii è un esperimento unico che alterna riprese diurne sotto il sole del sud a sessioni notturne. Careful with that Axe, Eugene e Set the Controls fot the Earth of the Sun vengono, infatti, registrati di notte, con l'ausilio di pochissime luci per rispettare i tempi strettissimi. Ad aprire il film sono le immagini della band che si aggira per la Solfatara di Pozzuoli, ma a creare il look straniante e ipnotico del film contribuisce la perdita casuale di alcune bobine che ha costretto il regista a curiose scelte di montaggio (le riprese insistite del batterista Nick Mason in One of This Days), rendendolo di fatto un prodotto unico.

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The Wall: come abbattere i muri dell'incomprensione

Pink Floyd The Wall: Bob Geldof in una scena del film

Concepita fin dalla genesi come album, film e spettacolo dal vivo, l'opera del 1979 è frutto della mente geniale di Roger Waters. Il muro esistenziale, metafora della barriera creatasi tra il gruppo e i fan a causa del successo crescente dei Pink Floyd, denuncia la solitudine e il bisogno di comunicazione dell'artista, ma in seguito si trasformerà in simbolo di pace e ribellione contro le dittature. Pink Floyd The Wall, diretto da Alan Parker e interpretato da Bob Geldof, esce in sala nel 1982 dopo il passaggio a Cannes. Il film surreale e disturbante, intriso di sesso e violenza, è una parabola esistenziale ispirata alla vita di Roger Waters (la perdita del padre, la ribellione adolescenziale) e di Syd Barrett (la dipendenza da droga e la malattia mentale) e contenente pochissimi dialoghi. A trainare la storia sono i brani dell'LP cuciti insieme dalle soluzioni visionarie di Alan Parker e impreziosito dalle sequenze animate di Gerald Scarfe. Divenuto ben presto un cult, a Cannes The Wall viene proiettato con l'ausilio di una strumentazione audio portata appositamente dagli studi di registrazione. La potenza del suono scrosta letteralmente le pareti del vecchio Palais tanto che alla fine della proiezione gli spettatori - tra questi uno stupito Steven Spielberg - si ritroveranno scossi dalla visione e con gli abiti ricoperti da una specie di forfora bianca.

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