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One Night in Miami, la recensione: grandi icone illuminate da una notte nera

La recensione di One Night in Miami: Regina King esordisce alla regia con un film incisivo, capace di raccontare un momento decisivo della lotta per i diritti civili degli afroamericani.

RECENSIONE di 08/09/2020
One Night In Miami
One Night in Miami: una scena del film

Alcuni film hanno un merito che va oltre il film stesso. Quel pregio è il tempismo. La capacità in-volontaria di intercettare un sentimento collettivo, di affrontare un tema delicato tornato alla ribalta e portarlo sul grande schermo con grande incisività. Apriamo la nostra recensione di One Night in Miami immaginando che per il suo esordio alla regia (al cinema) Regina King avrebbe fatto volentieri a meno della dote del tempismo. E invece la sua convincente e appassionata opera prima si conficca in una ferita appena riaperta. O meglio: una ferita che non si è mai chiusa davvero. Una piaga in bella vista sulla coscienza degli Stati Uniti, un Paese in cui la lotta per i diritti civili degli afroamericani sembra richiedere ancora sangue e sudore. Negli ultimi mesi il suprematismo bianco si è macchiato ancora una volta di macchie indelebili con gli omicidi di George Floyd e Breonna Taylor.

Eventi atroci che hanno fatto divampare una rabbia mai spenta, sempre latente, proprio come il razzismo americano. Ed è chiaro che il tempismo di One Night in Miami non è certo casuale, ma figlio di un'esigenza impellente. Un bisogno che permea tutta la storia di un film sincero, emozionante senza essere retorico. Regina King l'ha definito "una lettera d'amore" dedicata alle lotte degli uomini e delle donne di colore, ma è anche un lascito rivolto ai suoi figli, perché sappiano chi sono e da dove vengono. Ispirato a un mitico incontro realmente avvenuto, immaginato per la prima volta dall'omonima pièce teatrale di Kemp Powers, One Night in Miami ci ha immerso in una lunga notte decisiva. Una notte di parole, dilemmi e scontri. Una notte dove quattro icone prendono atto che è giunta l'ora di fare qualcosa diventando qualcuno.

All night long

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One Night in Miami: una scena

Sul ring c'era chi si volava come una farfalla e pungeva come un'ape. Nei rettangoli del football c'era chi si faceva strada a suon di poderose sportellate. Sui palcoscenici si udiva una voce incantevole. Nei comizi l'eco di parole illuminanti era già diventata guida, ispirazione, mito. Corpi e anime. Fisici possenti e parole importanti. One Night in Miami, presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2020, è la storia di quattro uomini complementari. Quattro icone pubbliche messe davanti a un crocevia. Siamo nell'America del 1964. Kennedy era stato ucciso da pochi mesi, la guerra in Vietnam era ancora in pieno corso, e Cassius Clay (che stava per diventare Muhammad Ali), Jim Brown, Sam Cooke e Malcom X avevano decisioni importanti da prendere. Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio di quell'anno, i quattro amici si incontrano in una stanza d'hotel per festeggiare un'importante vittoria del grande pugile. E questa è storia. Quello che si sono detti davvero dietro quella porta sorvegliata da due guardie del corpo non lo sapremo mai. Lo ha provato a immaginare (benissimo) Kemp Powers con uno spettacolo teatrale andato in scena per la prima volta nel 2013. Regina King deve aver gradito molto l'ispirato what if e compreso che il racconto meritava il grande schermo per diventare ancora più forte. Perché nonostante l'impostazione teatrale, One Night in Miami non rinuncia mai al potere evocativo del cinema grazie a un paio di sequenze davvero indimenticabili per carica emotiva e valore simbolico. Il grande merito di King è stato proprio l'equilibrio con il quale ha portato in scena un'opera tutta dedicata alle parole, allo scontro dialettico di quattro amici che, in quanto leali, non hanno paura dello scontro. Anzi, è proprio grazie al conflitto che tutti troveranno una nuova consapevolezza, capendo i doveri di quattro icone come loro.

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Icone, uomini, fratelli

One Night In Miami Recensione 1
One Night in Miami: Regina King sul set del film

Pazientare e poi affondare. Rimanere bilanciati per 110 minuti senza strafare mai e poi sferrare un gran bel gancio. King sembra aver imparato dai pesi massimi: ha i tempi della cineasta esperta e il tatto degli autori navigati. Senza mai cadere nel didascalico, nella retorica e soprattutto nella mitizzazione di figure già mitizzate, One Night in Miami scopre davvero il lato più umano e fallibile di quattro amici alle prese con le proprie responsabilità. Politica, spettacolo e sport sono terreni troppo esposti perché quattro afromericani non si diventino emblemi, rappresentanti di una comunità ancora troppo vessata. Attraversa bene il confine tra pubblico e privato, One Night in Miami riesce a restituire alla perfezione l'entusiasmo scoordinato di Ali, il dilemma di Cooke e soprattutto il peso sulle spalle di Malcom X. Un uomo stanco ma non ancora arreso, consapevole che il suo tempo stava per scadere e intenzionato a vivere nel futuro dei suoi fratelli. Così il politico diventa quasi lo spirito guida, il grande burattinaio che si affida ai suoi giovani amici per portare avanti le sue idee. Ideali che non vengono mai imboccati, ma rinegoziati insieme, compresi in coro durante una notte decisiva. Dopo un incipit che stenta a ingranare nel mettere insieme lo splendido quartetto, One Night in Miami avvolge, coinvolge, emoziona. Regina King non sceglie tra testa, pancia e cuore perché affonda ovunque. Proprio come facevano i pugni di Ali e le parole di Malcom X. Agli Oscar, forse, vedremo una nuova regina col cognome da re.

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Conclusioni

Nella nostra recensione di One Night in Miami abbiamo applaudito davanti al grande esordio alla regia di Regina King. Ispirato un mitico incontro da Malcom X, Jim Brown, Sam Cooke e Cassius Clay, il film immagina una notte decisiva in cui quattro icone scendono a patti con le proprie responsabilità in nome dei diritti civili degli afroamericani. Il tutto senza retorica, con grande equilibrio nella scrittura e nella messa in scena, e senza rinunciare a un paio di sequenze davvero emozionanti.

Movieplayer.it

4.5/5

Voto medio

2.5/5

Perché ci piace

  • La sincerità di una scrittura mai retorica o ruffiana ma estremamente sincera.
  • Le performance credibili di quattro attori alle prese con quattro icone complementari.
  • Regina King esordisce alla regia cinematografica dimostrando cuore, tatto e mestiere.
  • Una sequenza emozionante ed emblematica, capace di incarnare lo spirito di tutto il film.

Cosa non va

  • L'incipit stenta a decollare. Superato quello scoglio, è tutto in discesa.