Perché Pupi Avati ha sentito il bisogno di raccontare una storia di caduta e redenzione ambientata nel mondo della televisione italiana? L'impressione è che il regista identifichi i corridoi delle reti televisive con un luogo di perdizione, nel senso letterale del termine: entrando nel mondo dello spettacolo alla ricerca spasmodica del successo 'perdi' te stesso.
Ed è ciò che accade al protagonista, Gianni Riccio, interpretato da un Massimo Ghini che si sforza di entrare in sintonia con un personaggio troppo patetico per risultare piacevole. Nonostante i tentativi di fornire giustificazioni psicologiche ai comportamenti dei personaggi, la prima parte di Nel tepore del ballo sembra voler filtrare il mondo della tv attraverso una lente deforme, adagiandosi su toni grotteschi. Riccio è un conduttore popolare e molto amato dagli spettatori che però, dietro le quinte, sembra essersi fatto parecchi nemici, come lascerebbe pensare un burrascoso incontro con la stampa che si conclude a male parole, preludio dell'arrivo della finanza nello studio di Porta a Porta per arrestare l'incredulo presentatore.
La tv? Un "covo di vipere": la critica di Pupi Avati al mondo dello spettacolo
Curiosamente, l'incipit di Nel tepore del ballo presenta numerosi elementi in comune con Portobello, la serie HBO Max di Marco Bellocchio che ricostruisce l'errore giudiziario ai danni di Enzo Tortora. Solo che qui non vi sono errori. Quando viene prelevato dalle forze dell'ordine, Riccio sa di essere colpevole per via di certe collusioni (involontarie, come viene frettolosamente precisato) con personaggi loschi. E sa anche che l'arresto sancisce la fine della sua carriera. Da qui scaturisce il suo dramma.
La lunga frequentazione del mondo dello spettacolo dovrebbe aver fornito a Pupi Avati gli elementi per giustificare la scelta di collocare il suo nuovo dramma nell'ambiente televisivo, ma l'immagine che ne viene data risulta piuttosto superficiale e stereotipata.
Prevedibile scoprire come, di fronte ai guai giudiziari di Riccio, tutti i colleghi gli voltino le spalle a eccezione de "La Morta", virago del dolore incredibilmente simile a Barbara D'Urso a cui presta il volto una gigantesca Giuliana De Sio, tutta boccoli, botox e minigonne. Priva di scrupoli, la conduttrice fiuta lo scoop e vi si getta sopra a capofitto, come un avvoltoio. Un copione già visto soprattutto se contrapposto agli abitanti del paesello da cui Riccio proviene (Jesolo, nello specifico, che ha contribuito a finanziare il film), che risultano più genuini, sinceri e dotati di empatia.
Un film a tesi che sfrutta i cliché per raccontare la crisi personale e professionale
Man mano che la narrazione avanza, Pupi Avati si sforza di far emergere il dramma personale di un uomo che ha sacrificato gli affetti per il successo e la cui incapacità di stabilire relazioni umane durature affonda nella perdita prematura dei genitori. Tutto risulta, però, innaturale e "telefonato", dalla sbruffoneria del padre (un Raoul Bova sprezzante e anaffettivo) al pacato affetto dell'ex moglie, interpretata da una Isabella Ferrari dimessa e remissiva. Perfino Jerry Calà, che compare in un breve cameo nei panni di se stesso, contribuisce a questo senso di deja-vu che ci attanaglia.
Questa visione piuttosto didascalica del mondo della televisione sembra preparare il terreno alla seconda parte del film, quando entrano in scena sentimenti "veri" in concomitanza col forzato ritorno al passato di Gianni Riccio. Il regista sembra voler amplificare a dismisura i cliché proprio per creare un contrasto con le persone reali, quelle che appartengono alla vita del conduttore lontano dai riflettori e che sono estranee al suo lavoro.
Man mano che Riccio riprende contatto col mondo a cui apparteneva, riaffiora il Pupi Avati più intimista e sentimentale, ma sono per lo più sprazzi. La volontà del regista di produrre un'opera a tesi lo spinge a omettere informazioni (come è morto il padre di Riccio? Perché lui e la moglie si sono separati? Chi è il personaggio che gestiva i suoi investimenti?), infondendo nello spettatore un senso di confusione e smarrimento, amplificato dall'atmosfera tetra e cinica del film.
Conclusioni
Ha il sapore amaro e malinconico della sconfitta il nuovo film di Pupi Avati, che racconta una storia umana di caduta e redenzione ambientandola nel mondo della televisione italiana. Ampio uso di cliché per descrivere l'universo amorale contrapponendolo, con una grossolana semplificazione, alla genuinità delle persone 'reali'.
Perché ci piace
- La scelta di spostare il punto di vista per raccontare il mondo della televisione dall'interno.
- L'impegno di Massimo Ghini e la feroce interpretazione di Giuliana De Sio.
- La mano di Pupi Avati, che emerge nei momenti di intimità e tenerezza.
Cosa non va
- La lente grottesca che descrive il mondo della tv dall'interno.
- Le interpretazioni di alcuni personaggi secondari, che risultano forzate e innaturali.
- La prevedibilità di molte scelte narrative e l'eccessiva semplificazione.