Napoleon, le 10 cose sull'Imperatore che Ridley Scott non ha detto

Nel suo biopic su Napoleone Ridley Scott ha evitato di prendere in analisi alcuni elementi della figura controversa e dibattuta dell'Imperatore: abbiamo voluto recuperare 10 di questi aspetti per raccontarvi alcuni elementi di Napoleone che spesso finiscono in sordina.

Napoleon, le 10 cose sull'Imperatore che Ridley Scott non ha detto

Ridley Scott ha proposto la propria versione di Napoleone, concretizzando un ritratto molto anglosassone di quella che è stata una figura controversa, ma che ha rappresentato un importante spartiacque per la società europea dell'Ottocento e a seguire. Napoleone è stato giurista, è stato comunicatore, è stato stratega, ma è stato anche un uomo dai tanti sogni sopiti e mai realizzati, per lacune a volte espresse e altre volte per mancanza dei mezzi necessari. Una figura talmente vasta che racchiuderla in circa 3 ore di film, in attesa di quella director's cut che arriverà su Apple TV e che dovrebbe superare abbondantemente le 4 ore di film, è difficile. Per questo oggi vogliamo fornirvi alcune informazioni su Napoleone rimaste fuori dalla narrazione di Scott (qui la recensione di Napoleon), sia per esigenze di tempi a disposizione che per rispettare quella visione anglosassone dell'Imperatore.

1. Il cognome di Napoleone

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Napoleon: lo sguardo bieco del condottiero di Joaquin Phoenix

Esistono fonti secondo le quali il cognome di Napoleone fosse in realtà Buonaparte, non Bonaparte. La famiglia di quello che sarebbe diventato l'Imperatore dei francesi era di origini italiane, della Toscana, trasferitasi in Corsica quando l'isola era già finita sotto il governo francese. Il padre di Napoleone, recitano alcuni atti, avrebbe sempre tenuto il cognome Buonaparte dopo il nome Carlo Maria. Lo stesso atto di nascita, del 27 marzo 1746, recitava la versione italianizzata che poi sarebbe diventata adattata in francese come Bonaparte. Lo stesso imperatore, quindi, sarebbe nato come Napoleone Buonaparte, salvo decidere di cambiare il proprio cognome, francesizzandolo, pochi giorni prima della partenza per la campagna d'Italia e, di conseguenza, del matrimonio con Josephine Beauharnais e poco dopo la morte del padre.

Lo avrebbe fatto per meglio identificarsi con il popolo che si preparava a governare, ma anche per arrivare in Italia con un cognome meno italiano di prima. Purtroppo la letteratura a riguardo è molto frammentata e recuperare una linea univoca non è facile: questo perché, nel frattempo, ad esempio, a Paolina e Luigi, entrambi fratelli minori, venne aggiunta anche la particella "de" prima del cognome Bonaparte, sintomo di discendenza nobiliare. Lo stesso atto di nascita di Napoleone, redatto ad Ajaccio, sembrava riportasse Bonaparte come cognome e non Buonaparte. Erano tempi in cui i documenti venivano redatti a mano e non sempre era facile trovare uniformità di espressione, per questo il caso del cognome di Napoleone rimarrà sempre aperto.

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2. Il mito di Pasquale Paoli

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Napoleon: Joaquin Phoenix durante l'iconica incoronazione dell'Imperatore

Napoleone nacque ad Ajaccio un anno dopo il tanto discusso trattato di Versailles, col quale la Francia riuscì a sottrarre la Corsica alla Repubblica di Genova e, di conseguenza, a rendere quell'atollo francese e non più italiano. Il secondogenito della famiglia Buonaparte nasce quindi da francese, ma in un contesto che si sentiva fortemente italiano, tant'è che all'età di 18 anni scriverà una missiva molto aggressiva nei confronti dei transalpini, non paghi di aver portato via tutto ai corsi, persino i costumi. Questa lettera venne inviata a Pasquale Paoli, primo generale della nazione corsa dal 1755 al 1769. Paoli aveva lottato per l'indipendenza della Corsica, che riuscì a dotarsi di una propria costituzione nonché di un sistema giudiziario proprio: riuscì a togliere l'isola dalle mani della Repubblica di Genova, ma nel 1769 la perse in battaglia contro il conte de Vaux, che rimise la bandiera francese sulla Corsica. La sua fu una ardua lotta al dispotismo, ai tempi celebrato anche negli Stati Uniti, nonché da Vittorio Alfieri in Italia. Napoleone crebbe nel mito di Pasquale Paoli, entrambi corsi ed entrambi legati a quello che era il sostrato italiano dell'isola: quel mito, volle il destino, fu talmente forte che nonostante le scelte di vita diverse, li vide entrambi morire in esilio, entrambi in terre anglosassoni, entrambi a confrontarsi con la sconfitta e il fallimento del proprio progetto. Nel nome di una Corsica italiana.

3. Il motivo della morte

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Napoleon: un momento del film

Carlo Maria Buonaparte, come anticipato, morì il 24 febbraio 1785 a Montpellier. Non poté vedere suo figlio sposarsi, tantomeno incoronarsi Imperatore. La morte prematura fu causata da un tumore allo stomaco, che rappresentò un importante avvisaglia per la condizione del figlio. Napoleone iniziò in età molto giovane a soffrire di forti dolori allo stomaco, che finirono per acuirsi nel clima inospitale dell'isola di Sant'Elena, dove le assistenze non erano sufficienti e il regime impostogli, da esiliato e sconfitto, non era di supporto. Esistono svariate teorie sulla morte di Napoleone, scomparso all'età di 51 anni, e la più famosa è quella di avvelenamento da arsenico: una teoria che è figlia di ciò che veniva raccontato nei diari di Louis Marchand, cameriere di Napoleone, che negli ultimi mesi di vita avrebbe somministrato il veleno in piccole quantità, nascondendolo in maniera più che abile. L'Inghilterra sosteneva che i costi di mantenimento dell'Imperatore fossero alti e quindi pretese che venisse eliminato prima del tempo, così da evitare il rischio di doverlo sostenere economicamente per chissà quanti altri anni. Un'altra teoria a riguardo è che sarebbero stati gli stessi medici di Napoleone a causarne la morte nel tentativo di alleviare i suoi dolori, causati dal tumore allo stomaco: somministrando dei farmaci che stimolavano il vomito, lo avrebbero lentamente portato alla privazione del potassio e quindi a una forte tachicardia che lo avrebbe così stroncato. Come già detto, l'autopsia confermò il tumore allo stomaco e a fronte della morte del padre, nel caso in cui qualcuno volesse confutare tale notizia, restano poche alternative, se non quelle fantasiose e pittoresche.

4. La mano nel gilet

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Napoleon: Joaquin Phoenix in una foto del film

Napoleone soffriva di dolori di stomaco, come abbiamo capito, ma la mano destra all'interno del gilet non era per tamponare i fastidi, tutt'altro. Nel 1700 quella posa era riconosciuta essere una posizione massonica, posando la mano sul cuore: una metafora per quello che è lo strumento principale dell'uomo volto a difendere i nobili ideali. Il ritratto che gli fece Jacques-Louis David passò alla storia, ma prima di lui erano in tanti a tenere questa posa. Si pensi a Eschine, retore greco che aveva spiegato che tenere una mano all'interno del chitone fosse segno di grande rispetto nei confronti di chi stava parlando ed esprimeva un senso di profonda attenzione al discorso. George Washington e Wolfgang Amadeus Mozart venivano spesso ritratti con la mano nel gilet, così come - sempre ai tempi di Napoleone - fece Gilbert du Motier de La Fayette, indiscusso protagonista della Rivoluzione francese e al quale venne concesso il rimpatrio in Francia proprio grazie a Bonaparte. Nessun dolore, quindi: solo un'usanza dei tempi.

5. Charles-Maurice de Talleyrand

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Napoleon: una scena di battaglia vista dall'alto

Nel film di Ridley Scott si nota un uomo con un andatura complicata, accompagnata da un supporto sulla gamba sinistra. L'uomo si aggira guardingo tra varie case di gioco d'azzardo, cercando informazioni e di carpire quanti più dettagli possibili. Si tratta del duca di Talleyrand, ministro degli Affari Esteri del governo di Napoleone, passato alla storia per esser stato uno dei primi esponenti del camaleontismo politico. Utile sin da subito alla salita al potere dell'Imperatore, non mancherà di tradirlo nel momento in cui verrà a conoscenza delle mire espansionistiche di Napoleone, pronto, in tarda epoca napoleonica, a dichiarare guerra alla Russia. Quando nel 1814, infatti, l'Imperatore si appresta a vedere finire il proprio glorioso regno, Talleyrand lo tradirà cercando una pace parallela con lo zar Alessandro e con Metternich, spiegando loro quale sarebbe stata la strada più semplice e immediata per prendere Parigi. Catturata la capitale francese grazie al suo intervento, Talleyrand guidò un governo post-napoleonico, creando le fondamenta per l'ascesa al trono di Luigi XVIII, che lo rimise al suo posto di Ministro degli Affari Esteri. Alla sua morte, parecchi anni dopo Napoleone, lo scrittore Renan, famoso per il suo discorso sulla nazione, disse: "È riuscito a ingannare la terra e il cielo".

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6. L'altezza di Napoleone

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Napoleon: Joaquin Phoenix in una scena del film

Quando pensiamo all'Imperatore una delle prime affermazioni che siamo sicuri di poter fare è che fosse basso. In realtà Napoleone era alto un metro e 68: sicuramente non un adone, ma nemmeno un "nanerottolo". La diceria sulla sua bassa statura era nata da quelle che erano le notizie diffuse dagli inglesi con l'unico scopo di screditarlo. Winston Churchill era alto quanto lui, così come anche Benito Mussolini. Stalin e Lenin erano più bassi, Francisco Franco era di un metro e 63. Soltanto Adolf Hitler svettava su tutti loro, arrivando a 175 centimetri. L'altezza media di un francese dell'epoca, inoltre, era di un metro e 64 centimetri, il che portava Napoleone a svettare tra i suoi pari. In Inghilterra i tentativi di screditare quello che era il loro peggior avversario erano svariati e quella di ironizzare sulla sua statura era la preferita, soprattutto perché appellarlo come "il piccolo governatore" era molto facile. Tutto partì da una caricatura di James Gillray che rappresentò Napoleone sul palmo della mano di Giorgio III, sovrano d'Inghilterra fino al 1820, per poi proseguire con quella che è diventata oggi la Sindrome di Napoleone, ossia la giustificazione sul fatto che le persone basse tendono a essere più aggressive a causa della loro bassa statura. Insomma, bufale costruite a regola d'arte.

7. Napoleone giurista del popolo

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Napoleon: una scena del film

In Francia l'attuale codice civile è il Codice Napoleonico, dal quale trae ampio spunto anche il codice civile italiano. Si tratta di un codice voluto da Napoleone e redatto da una commissione che l'imperatore andò a creare nel 1800: 4 anni di lavoro, durante i quali vi furono numerose riscritture e modifiche, con l'obiettivo di andare a introdurre delle norme giuridiche che fossero comprensibili e accessibili a chiunque. Napoleone, che non era un giurista, pretese la riscrittura di numerose norme finché non fossero comprensibili persino a lui, che era un militare. Non fu la prima codificazione in Francia, perché nel 1791 era nato il codice penale francese, ma il Codice Napoleonico fece scuola per tutta la giurisprudenza successiva, ispirando numerosi paesi europei. L'Imperatore non era un giurista, ma un uomo che anelava una condizione migliore generale del suo popolo e anche di chi sarebbe venuto dopo di lui.

8. La Gioconda

Gioconda Leonardo

Accanto a quella che è la bufala sull'altezza, troviamo un'altra notizia del tutto inventava e che riguarda il furto della Gioconda da parte di Napoleone. La bufala parte dal fatto che, secondo i più, l'Imperatore durante la campagna d'Italia avrebbe deciso di procedere con una spoliazione della nostra terra per arricchire la Francia. La Gioconda, in realtà, era al Louvre dal 1517, duecento e più anni prima dell'avvento di Bonaparte, e ci arrivò perché portata dallo stesso Leonardo. Francesco I decise di acquistarla insieme a tante altre opere e a confermarlo sarebbe il segretario del cardinale Luigi d'Aragona, che raccontò dell'incontro tra questi e Leonardo stesso. Napoleone era molto legato al dipinto, tant'è che decise, dopo esser diventato Imperatore, di trasferirlo dal Louvre nella propria camera da letto, come dono a Josephine. Nel 1804, a divorzio oramai compiuto, il dipinto tornò al Louvre, dove ancora oggi è preservato, nonostante le tante peripezie vissute nel tempo.

9. Josephine

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Napoleon: un'immagine del film

Sul punto di morte Napoleone pronunciò le tre famose parole che più avevano caratterizzato la sua vita: la Francia, l'esercito e Josephine. Giuseppina era l'unica donna che avesse mai amato e in più occasioni aveva avuto modo di spiegare che fosse l'unica donna, insieme a sua madre, a poter tenere testa all'Imperatore. Non ne era succube, ma morbosamente attaccato. Il rapporto raccontato da Ridley Scott è deviato da quella volontà di rendere grottesco il racconto e la relazione, ma c'è un fondo di verità. Bonaparte viveva un amore molto intenso e tempestava la moglie di lettere dal fronte, epistole alle quali Josephine spesso non sapeva come replicare dato il contenuto. Si sentiva venerata come una dea, ma non mancava di tradire il marito a causa della noia e del suo essere spesso sola, mentre Napoleone collezionava vittorie. La sua vita, fatta di inutili sfarzi, la portava ad accumulare anche ingenti debiti, dei quali l'Imperatore era all'oscuro. Quando riuscì a rendersi conto di quanto suo marito fosse importante per i francesi e per la Francia venne assalita da un forte senso di colpa e provò in tutti i modi a dargli un erede, nonostante la sua sterilità. Napoleone rimandò il suo divorzio non solo per amore, ma anche per affetto nei confronti dei due figli di Josephine, avuti in prime nozze. Il divorzio alla fine fu inevitabile e Giuseppina venne costretta a esiliarsi nel castello di Malmaison, vicino Parigi, lontana da tutti e da tutto, tranne che da Napoleone.

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10. L'errore di Waterloo

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Napoleon: una scena d'azione del film

Waterloo fu l'ultimo capitolo della grande storia di Napoleone, caduto per mano del Duca di Wellington. Per poter recuperare un'analisi abbastanza concreta e veritiera di quella grande battaglia, rappresentata anche da Ridley Scott, bisogna affidarsi a quelle che sono le analisi delle guerre napoleoniche realizzate da David Chandler, secondo il quale Wellington non avrebbe mai potuto avere la meglio su Napoleone senza l'intervento di Blucher, dell'esercito prussiano. La coalizione tra i due eserciti permise all'Europa di debellare l'armata francese, che nonostante fosse stata messa in piedi in poco tempo dopo il ritorno di Napoleone a Parigi, era guidata da uno stratega di gran lunga superiore ai suoi avversari. A penalizzarlo, in quella occasione, furono le mosse errate dei suoi generali Grouchy, Nel e Soult, come lo stesso Napoleone racconterà sul suo memoriale di Sant'Elena. Tutte le considerazioni a posteriori su quella battaglia che gli costò tutto vertevano su quanti errori aveva compiuto e quante occasioni aveva sprecato, in quella che fu una campagna lampo che lo allontanò per sempre dalla Francia e consegnò alla storia il Duca di Wellington.