Non tutte le interviste sono uguali, soprattutto se dall'altra parte del telefono c'è un'attrice del calibro di Milvia Marigliano, capace di spaziare, senza mai sbagliare, dal teatro al cinema. E che cinema, diremmo. Pensiamo alla splendida Coco Valori de La grazia di Paolo Sorrentino, una sorta di amica che "tutti vorremmo avere", giusto per citare le parole del regista.
Un ruolo che le ha permesso di vincere il Nastro d'Argento come miglior interprete femminile non protagonista. Partendo proprio dal concetto di grazia - tema oggi tutt'altro che banale - nella mezz'ora di confronto abbiamo parlato di intellettuali moderni "come Zerocalcare", e poi di Luca Ronconi, di libertà e di ossessioni. Appunto, non tutte le interviste sono uguali. Anzi.
La grazia secondo Milvia Marigliano
Vorrei partire dal film di Paolo Sorrentino, ma non tanto dal film in sé, quanto dal titolo, che trovo meraviglioso. La parola "grazia" rappresenta un valore che oggi abbiamo perso?
"Sicuramente sì. Non è un caso che un regista talentuoso, geniale e sensibile come Sorrentino abbia scelto proprio questo titolo. La grazia dell'anima, la grazia nel fare le cose, la grazia nel rapportarsi agli altri... oggi è tutto diventato più duro, siamo diventati tutti un po' dei "carri armati". A volte me ne rendo conto io stessa: sento di avere grazia nell'affrontare il mio lavoro, ma non basta. Bisognerebbe essere graziosi anche nella vita di tutti i giorni".
Per lei, invece, cos'è la grazia?
"Oggi è difficile pensare di affrontare le cose con grazia, un concetto che comprende la leggerezza, la pazienza, il saper rallentare di fronte alle decisioni e, come mostra Sorrentino nel film, il dubbio. Proviamo a dire: "Quel politico ha tanta grazia". Ma dove? Oppure pensiamo agli intellettuali, figure che oggi abbiamo quasi perso del tutto. Forse parlo così perché sono una donna matura e non voglio cadere nel classico "si stava meglio quando si stava peggio", ma certamente il Novecento ha espresso intelligenze e genialità che aiutavano noi comuni mortali a capire il mondo. Oggi non ci sono più figure come Pasolini. La grazia può contenere tutto questo: avere grazia per essere, in qualche modo, graziati da questa vita così terribile e complessa".
Zerocalcare e i nuovi intellettuali
Parla di intellettuali. Oggi tutto viaggia a una velocità impressionante e i salotti televisivi non hanno certo aiutato a elevare il livello del dibattito. Cosa ne pensa?
"Assolutamente. Tutto è velocissimo e mancano dei veri punti di riferimento. Siamo arrivati a chiederci se Zerocalcare possa essere considerato un nuovo intellettuale. A me lui piace tantissimo, intendiamoci, però non possiamo non paragonarlo ai giganti della storia. Al tempo stesso, per la sua generazione e per i tempi che cambiamo, Zerocalcare è un punto di riferimento reale. Dire che è il "nuovo Pasolini di Roma" potrebbe sembrare una bestemmia, anche perché parliamo di contesti e pubblicazioni totalmente differenti, però averne di persone come Zero, in giro, oggi!".
Chi le manca?
"Io non sono un'intellettuale, faccio un altro mestiere, ma mi rendo conto che figure come Raffaele La Capria, che hanno accompagnato intere generazioni, oggi mancano. E non è solo una questione culturale, ma anche politica: mancano i dirigenti di una volta. Ricordo che da ragazzina guardavo le tribune politiche; al di là delle bandiere e delle ideologie, i politici dell'epoca parlavo come docenti università di storia. Avevano il peso della storia sulle spalle, non l'ignoranza del passato che si vede oggi".
Pensiamo troppo al passato?
"Sorrentino nelle sue interviste dice una cosa giusta: non fa bene vivere di sola nostalgia. Chi ha vissuto il passato se lo porta dentro come una radice, ma poi basta. Il mondo è cambiato e bisogna lasciare il passo a quello che fanno i giovani, senza stare sempre a fare paragoni. Mancano delle cose? Forse sì, ma ne arriveranno altre. Chi vivrà, vedrà".
Nel film c'è la figura umana dietro quella politica. Ma, guardando alla realtà, non crede che viviamo in una dimensione in cui il potere si disinteressa totalmente dell'umanità, avendo perso ogni contatto con il popolo?
"È esattamente il motivo per cui una certa sinistra sta perdendo terreno. Il vero pericolo oggi è che figure come Donald Trump riescono a parlare direttamente alle persone comuni. Il peggio della politica, purtroppo, riesce a intercettare i bisogni del popolo più profondo, di chi è ancora più "comune" di noi. Quando mancano gli ideali, gli intellettuali e i leader di livello, il popolo si attacca alla qualunque".
Ossia?
"Ci si attacca a un salvatore qualunque, che sia nella politica o nelle classifiche dei libri più venduti. Attualmente in teatro interpreto Il marziano a Roma di Ennio Flaiano. È un testo splendido, scritto nel 1954 ma incredibilmente contemporaneo: arriva questo marziano e tutti - dagli intellettuali ai borgatari - lo accolgono come un salvatore. Poi, appena fa o non fa qualcosa, lo buttano nella discarica. C'è questo delirio collettivo, questo sfacelo dovuto alla mancanza di una profondità culturale. C'è poca grazia in giro, e quando le persone non hanno gli strumenti per comprendere, si aggrappano a chiunque, anche a chi poi scatena le guerre".
Essere un'attrice, oggi
Spostandoci sul suo percorso, cosa significa fare l'attrice oggi in Italia?
"Faccio questo mestiere da una vita e vengo dal teatro. Fortunatamente faccio parte di quel circuito del teatro "buono", quello dei teatri nazionali come l'Argentina a Roma, delle grandi produzioni che scambiano gli spettacoli. Lavoro con i registi migliori di oggi e mi considero fortunata, perché anche il sistema teatrale è malato, e chi si trova fuori da questo circuito virtuoso fatica e si arrabbia giustamente. Anche in teatro i metodi sono cambiati. Un tempo Luca Ronconi faceva spettacoli di sette ore e se ne infischiava del tempo, perché c'era un pubblico disposto a farsi nutrire da quel minutaggio; lo stesso valeva per Giorgio Strehler".
Cosa è cambiato?
"Oggi anche i registi più bravi devono calcolare i tempi, perché sanno che il pubblico, specialmente quello giovane, non regge certe lunghezze. Inoltre, i direttori artistici un tempo erano figure puramente culturali, mentre oggi spesso le nomine sono di natura politica".
E il cinema?
"Noi donne di una certa età avvertiamo spesso la paura che i ruoli svaniscano. A me fa rabbia non aver fatto più cinema da giovane, perché sento di aver perso dei ruoli che oggi non posso più interpretare. Oggi per i giovani ci sono molte più opportunità grazie alle piattaforme e alle serie TV. Ai miei tempi c'erano gli sceneggiati, ma la situazione era diversa. Oggi un giovane può non riuscire a entrare nelle accademie storiche, va a Roma, si fa due foto, trova un agente e magari si ritrova protagonista di una fiction, diventando ricco e famoso, anche senza una solida preparazione. Però le serie sono una risorsa importante per tutti: persino i grandissimi attori internazionali ormai le fanno. Anche io a breve uscirò nella serie Nemesis di Piero Messina. È lavoro, ed è un bene che ci sia".
Le nuove generazioni
A questo proposito, cosa pensa nello specifico di questa nuova generazione di attrici?
"Devo fare una premessa: quando sono libera, vado moltissimo al cinema e a teatro, ma guardo soprattutto cinema straniero. Adoro attrici come Emma Stone, che lavorano sulla verità profonda del personaggio. Per quanto riguarda le giovani attrici italiane, spesso le conosco sul campo, a tavolino durante le prove, come mi sta accadendo per uno spettacolo con la regia di Valerio Binasco".
C'è qualcuna molto giovane che stima?
"Se devo fare dei nomi legati al cinema italiano, faccio fatica. Ad esempio, so che Matilda De Angelis ha vinto premi importanti ed è molto stimata, ma purtroppo non ho ancora avuto modo di vedere i suoi lavori cinematografici o la sua serie su Netflix. Ho visto Le assaggiatrici di Silvio Soldini e le interpreti sono bravissime. Però mi piace molto Tecla Insolia. Ecco, lei mi sembra un'attrice molto interessante, con un approccio concreto e vero. Per le donne i ruoli sono sempre più complessi rispetto ai colleghi maschi. Spesso, se sei una giovane "super figona", ti prendono solo per quello, altrimenti la strada è sempre in salita, a qualsiasi età".
Lei ha citato Emma Stone e il cinema internazionale. So che apprezza molto registi come Chloé Zhao e che ha amato Hamnet.
"Sono uscita dalla sala con la faccia devastata dalle lacrime. Per chi fa teatro, quel film è un capolavoro assoluto per come tratta l'arte e la messinscena. Se fossi stata giovane, avrei voluto fare io la parte della ragazza. Lì siamo di fronte a sceneggiature eccezionali, mai banali, retoriche o patetiche. Anche l'attrice che fa la figlia è bravissima. Un altro regista che ho amato follemente è Xavier Dolan, adoro le attrici che sceglie per i suoi film. Quando dichiarò che avrebbe smesso di fare cinema mi sono sentita male, per fortuna ora sembra sia tornato sui suoi passi. Vorrei scrivergli: "Caro Xavier, prendimi per fare la nonna o la zia!". Chiunque avrebbe voglia di lavorare su sceneggiature di quel livello".
Ora su cosa sta lavorando?
"Presto uscirà il film Fame d'aria con la regia di Giuseppe Bonito, un regista che adora gli attori di teatro. I protagonisti siamo io e Paolo Pierobon; veniamo dalla stessa scuola teatrale, condividiamo la stessa radice. È un film tostissimo, tratto da un romanzo, che racconta la storia di un padre e di un figlio autistico. Lo abbiamo girato in un borgo metafisico vicino a Tivoli, San Gregorio da Sassola. Sembra quasi l'Irlanda o la Scozia. È un film duro, vero, che ricorda un po' il cinema di Ken Loach. Giuseppe Bonito cura moltissimo la direzione degli attori e io sono da sempre affascinata dal lavoro dei registi e dei direttori della fotografia: nel cinema sono loro che fanno la differenza, insieme a un uso sapiente della luce. A fine agosto, inoltre, girerò un cortometraggio in Veneto. Ho voluto dare fiducia a un regista giovanissimo, diplomato in sceneggiatura alla Silvio D'Amico, che si chiama Ludovico Polignano".
Com'è nato questo incontro? Il regista è giovane.
"Quando è entrato a casa mia, mi è sembrato un bambino e mi sono chiesta cosa potessimo avere in comune. Invece, parlando di cinema, ho scoperto che avevamo esattamente le stesse idee e la stessa connessione cerebrale. Lui è molto interessato a lavorare con attori maturi e mi aveva vista in alcuni spettacoli teatrali di qualche tempo fa. Mi ha mandato il link di Another Year di Mike Leigh, un film con attori inglesi straordinari che conosco bene. Ha una sapienza, una profondità e un'umanità rare per la sua età, ed è stato un piacere confrontarsi con lui. Mi fa molto piacere sostenere i giovani talenti, anche perché saranno i registi del futuro".
L'ossessione e la perfezione
Milvia, lei ha definito questo lavoro un'ossessione. L'ossessione, tuttavia, può diventare pericolosa?
"Ho preso in prestito questo concetto da un libro di Michael Caine. Lui scrive che tutti ci chiedono della nostra "passione", ma che per noi attori la passione diventa spesso un'ossessione, perché stiamo veramente bene solo quando lavoriamo. La vita quotidiana è più pesante e complicata rispetto a quando siamo sul set o sul palco, specialmente se abbiamo la fortuna di fare cose belle e stimolanti".
Riesce a prendere distanza da questo mondo?
"Io ho molti amici al di fuori di questo ambiente: superata una certa età, prendi le distanze dalle finzioni del mondo dello spettacolo e hai solo voglia di stare con le persone care che non c'entrano nulla con il teatro. Però è inevitabile che io guardi le persone con una certa deformazione professionale: mi piace "rubare" i dettagli dalle persone normali, nutrirmi delle loro vite. Più umanità conosciamo e osserviamo, più umanità riusciamo a portare in scena. Per questo l'ossessione è tipicamente teatrale, e io le do un'accezione positiva, anche se ci porta a spaccare il capello in quattro su tutto. Spesso è per questo che le nostre relazioni private vanno a rotoli: siamo insopportabili perché aneliamo a una perfezione che, purtroppo o per fortuna, non ci sarà mai".