La toccata e fuga di Manuel Agnelli al FIPILI Horror Festival non è passata inosservata. Giacca di pelle, capelli sciolti, stivaletti da motociclista, il leader degli Afterhours ha intrattenuto la platea della kermesse livornese con un incontro a metà tra musica e cinema.
Lo sguardo, naturalmente, è puntato al tour europeo del 2027, che celebrerà i 25 anni di Quello che non c'è e i 40 anni degli Afterhours.
David di Donatello nel 2022 con il brano La profondità degli abissi, scritto per il film Diabolik dei Manetti Bros (che al FIPILI sono ormai di casa), Agnelli inaugura l'incontro rivelando il film che gli ha fatto più paura, La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati ("un punto di riferimento della paura per la mia generazione").
Il discorso si estende, poi, alla musica mentre ricorda i brividi provocati dalla storica copertina del primo disco dei Black Sabbath che ritraeva uno spettro femminile: "Da ragazzino ascoltavo le canzoni rovesciando la copertina. La musica di oggi? Mi fa paura tutto quello che ascolto".
L'intelligenza artificiale è più pericolosa della tv, ecco perché
Dal passato al presente. Per Manuel Agnelli i film horror di oggi sono "più sfumati di quelli di Dario Argento" e l'artista ammette di faticare ad avere paura al cinema. "Forse perché ne ho troppa nella vita reale", aggiunge. L'aver sconfitto una delle sue fobie ha, però, trasformato il cantautore milanese in una star del piccolo schermo, facendolo conoscere a un pubblico assai più ampio di quello che frequenta i suoi live.
"Andare in televisione è stato uno spartiacque" confessa. "Mi sono sentito finalmente libero di fare ciò che volevo nella vita. Quando ho visto Johnny Rotten dei Sex Pistols nel pubblico di un proto-talent inglese noiosissimo della BBC del 1979 è scattata la molla. Lui era se stesso, bollava quella musica come 'merda' davanti a mezza Inghilterra. Dopo averlo visto mi si è aperto un mondo. La prima volta avevo detto no a X Factor. Quando ho accettato sono riuscito a essere me stesso senza nessun compromesso, e in più mi hanno pagato un sacco di soldi"_.
Ben più negativa è l'opinione di Agnelli sull'intelligenza artificiale, soprattutto applicata alla musica: "Internet prima e l'AI poi dovevano unirci e invece siamo più divisi che mai. Siamo a casa a schiacciare bottoncini illudendoci di partecipare alla vita sociale. Per fortuna i giovani l'hanno capito e stanno tornando a riunirsi. Ma perché dovrebbe interessarmi un prodotto artistico privo della mano umana? Non ha esperienza, conoscenza, non c'è un vissuto, è solo una sensazione. Togliere all'uomo la parte autoriale delle emozioni è l'aspetto più pericoloso dell'AI".
"La produzione musicale odierna? Obrobriosa"
E a proposito di anniversari, alla paura è dedicato l'LP più celebrato degli Afterhours, Hai paura del buio?, uscito nel 1997. L'album osannato dalla critica per quel mix punk/rock così rivoluzionario nasce da un "periodo particolare", come lo definisce Manuel Agnelli.
"Il 1996, l'anno della composizione, era un anno bisestile e mi era successo di tutto. Avevo perso il lavoro come restauratore di mobili antichi perché andavo troppo in giro a suonare. In più la mia fidanzata storica, con cui convivevo, mi aveva mollato per mettersi con un architetto. Mi sentivo perso, avevo paura di non riuscire a diventare niente. All'epoca se a trent'anni non eri realizzato per la società eri un fallito".
Agnelli non crede, però, nell'arte nata dalla sofferenza: "Quando si sta male si è troppo occupati a star male, chi sta male veramente è difficile che scriva" chiarisce. "I finti bohemien sono bugiardi. Scrivere di quando si sta bene o male lo si può fare solo dopo, quando hai avuto il tempo di rielaborare".
Mentre gli Afterhours si preparano a celebrare la propria longeva carriera, Agnelli ribadisce il suo criticismo nei confronti del panorama attuale. "La critica musicale è morta ed è per questo che la produzione musicale è obrobriosa, non ci sono più filtri" chiosa.
"Tutto è falsato da questo sogno di riscatto in cui nasci dal nulla e vai a suonare a San Siro. La verità è che le piattaforme non pagano niente. L'unico modo che gli artisti hanno per guadagnare sono i live. Il mio obiettivo è aiutare i ragazzi ad autoprodursi, a organizzare i propri spazi, a metter su festival musicali, a fargli perdere meno tempo perché noi, per sfondare, ci abbiamo impiegato un sacco".