Ci sono autori che vengono scoperti tardi, almeno al di fuori del circuito ristretto di appassionati. Uno di questi è Hirokazu Koreeda, che è emerso dalla bolla cinefila soltanto nel 2013, quando ha portato a Cannes il suo Father and Son. Quel titolo ha fatto da apripista per i successivi, da Little Sister a Le buone stelle - Broker, ma era soltanto il none di una carriera iniziata quasi vent'anni prima, nel 1995, con Maborosi che finalmente vede la via per i nostri cinema grazie a BIM, che inaugura una rassegna dedicata all'autore giapponese che ci accompagnerà fino a luglio, dal titolo di Riflessi dell'invisibile.
Maborosi è l'esordio di Koreeda, ma non è l'opena ingenua di un autore alle prime armi, è un film che dimostra da subito le qualità di un regista che si sarebbe fatto notare anche fuori dal panorama nipponico, e che attinge al grande cinema per condensare quelle suggestioni in una propria visione personale. È un film malinconico e dolente, che parla di perdita e lutto, ma anche di rinascita e percorsi di consapevolezza.
Un viaggio nel mistero del dolore
La storia di Maborosi segue Yumiko, una donna di Osaka che ha un duplice trauma a segnarle la vita: la prima avvenuto in giovanissima età, quando la nonna ha abbandonato la famiglia per tornare a morire nella sua terra d'origine; il secondo da adulta, per il suicidio del marito Ikuo, che ha scelto misteriosamente di gettarsi sotto un treno. Giovane vedova e con un figlio da crescere, Yumiko si risposa con Tamio, a sua volta vedovo e con una bambina, trasferendosi nell'abitazione di lui in una località costiera della zona di Noto.
Nella nuova località, Yumiko sembra trovare la serenità anche grazie all'essere circondata da una comunità piacevole, ma quella felicità è solo apparente perché il ricordo del primo marito e il vuoto che ha lasciato si rivela impossibile da colmare, accompagnato dei dubbi sulla sua morte che non riesce a scrollarsi di dosso.
Le luci e ombre di Maborosi
Luci e ombre nel presente di Yumiko, a cui dà volto e spessore una bravissima Makiko Esumi, ma chiaroscuri anche nella bellissima messa in scena orchestrata da Hirokazu Koreeda. Non è un caso, infatti, che il film sia andato via dalla Mostra di Venezia con un premio Osella proprio per la fotografia, ma sarebbe riduttivo limitare a questo i pregi del lavoro d'esordio del regista giapponese, che dimostra da subito una grane consapevolezza nel gestire tempi e modi del racconto, i toni di un viaggio che affronta la perdita così come la rinascita. Il tocco del regista è delicato, lieve, capace di cogliere e trasmettere la sofferenza e le inquietudini dei suoi protagonisti, alternando inquadrature fisse e prolungate a sequenze in cui la camera si muove orizzontalmente per seguire il cammino delle figure in campo.
Un debutto che ha segnato il cinema giapponese
Il ritmo di Maborosi è contemplativo e il tocco di Koreeda richiama quelli di autori che l'hanno preceduto come Ozu, ma anche cineasti internazionali sia provenienti come lui dal contesto dell'estremo oriente, come Hou Hsiao-hsien, sia di matrice europea per come i temi della sofferenza e del lutto vengono affrontati, sviluppati e veicolati. Quel che colpisce, però, non sono tanto le influenze, a tratti evidenti, ma come Koreeda le faccia proprie, le assimili e le renda punto di partenza di uno stile personale che stava nascendo e che avremmo imparato ad amare negli anni successivi.
Conclusioni
Maborosi è un debutto di rara maturità, dove il rigore estetico incontra una sensibilità profondissima nel trattare il tema del lutto. Kore-eda firma un film visivamente splendido e spiritualmente denso, capace di assimilare la lezione dei grandi maestri (Ozu in primis) per restituire una voce propria, delicata e potente. Un tassello fondamentale del cinema contemporaneo che non risente del peso degli anni.
Perché ci piace
- Un esordio che rivela un autore già maturo.
- La fotografia e la gestione elle luci, fondamentali per la narrazione.
- La prova misurata di Makiko Esumi, capace di reggere il peso dei silenzi del film.
- Il modo in cui il dolore e la perdita sono trattati.
Cosa non va
- La lentezza del racconto possono essere ostiche per un pubblico che gradisce ritmi più serrati.