L'estate passata, la recensione: un quadro impressionista di ricordi universali

La recensione de L'estate passata, il film di Netflix che è un quadro impressionista di ricordi e vite vissute.

RECENSIONE di 10/07/2021
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L'estate passata: un'immagine del film

È una culla rigenerante il mare. Dalle sue acque rinasciamo, uscendone sempre uguali, eppure sempre diversi. Lungo le sue spiagge, in estate, le lancette si fermano lasciandoci in balia di momenti sospesi, irreali, prigionieri di una bolla fuori dal mondo nell'attesa di essere ricatapultati nell'odissea del quotidiano. A quelle acque affidiamo speranze e desideri, mentre le braccia nuotano e i corpi si abbronzano. Da giovani, poi, il mare e l'estate si ammantano di abiti nuovi, preziosi. Circondati da un'aura speciale e irripetibile nonostante il loro reiterarsi con cadenza perfetta ogni 12 mesi, le vacanze sono momenti di trepidante attesa, porte aperte su libertà agognate, abbracci sperati, baci salati. Come cercheremo di sottolineare in questa recensione di L'estate passata, il film diretto da Ozan Açiktan è un saggio sulla bellezza e unicità di questa stagione magica, rotta dal canto delle cicali, dalle urla in piscina, dalla musica nei locali e dalle risate sulla spiaggia. Una galleria di immagini, momenti scritti con la potenza di un linguaggio universale che tutti possono comprendere, capire, far propri e in cui ritrovarsi. La cotta del momento, l'amore estivo, il cuore che batte al ritmo delle onde che sbattono sulla scogliera sono gocce di memoria che bagnano i nostri ricordi passati e le esperienze future. Il tutto mentre i giorni passano e senza rendercene conto quello che è un presente da custodire per sempre, si tramuta in frammenti di un'estate passata.

L'ESTATE PASSATA: LA SINOSSI

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L'estate passata: un momento del film

La macchina del tempo si avvia e ci catapulta nella Turchia meridionale del 1996. Tra sole, vento, scogli e onde scroscianti, un gruppo di adolescenti si apre all'amore e alla vita, scoprendo anche il sapore amaro della tristezza. Come ogni estate, Deniz si trasferisce nella casa di vacanza dei genitori, ma quest'anno è diverso: ha compiuto 16 anni ed è deciso a scoprire i grandi segreti dell'amore. Mentre cerca di conquistare Asli, si accorge che anche Burak, uno dei ragazzi più contesi del quartiere, ha messo gli occhi sulla ragazza. Con lo sbocciare degli amori e il risveglio dei sensi adolescenziali non mancheranno anche i primi cuori infranti. 

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GIOVENTÙ BAGNATA DAL SOLE

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L'estate passata: un'immagine

"Com'era l'acqua? Bella, solo un po' agitata". Forse non c'è frase migliore di questa de L'estate passata per descrivere quel periodo così unico, turbolento, e colmo di emozioni che è la giovinezza. Un momento, questo, in cui l'essere umano è posto sulla rampa di lancio del destino, aperto alle possibilità, al desiderio e alla convinzione che tutto sia possibile. In L'estate passata, l'ingenuità di Lazzaro felice incontra i corpi e la fisicità sensuale di Chiamami col tuo nome, in una montagna russa fatta di sorrisi e lacrime, pugni e baci, abbracci e litigi. Uno specchio riflettente una quotidianità che non aspira a nient'altro che farsi portavoce di esperienze reali. Un cinema naturalista, quello di Ozan Açiktan, che vuole imprimere la vita nel suo farsi, riproducendo fedelmente il movimento della realtà, anche a costo di intessere la propria opera di dialoghi continui, vestendola di solo apparente verbosità. I confini tra immaginazione e realtà si fanno esili, separati da una membrana porosa soggetta a osmosi, che abbatte quella strana sensazione che nulla accada quando invece tutto sta accadendo. A farsi ponti che accompagnano lo scorrere dei diversi momenti sullo schermo sono dialoghi presi in prestito dal mondo reale, mentre gli sguardi, i gesti, i piccoli movimenti e le gambe che corrono veloci, diventano vettori di sentimenti e mutazioni interiori. L'apparente monotonia delle giornate non fa altro che donare all'opera un senso di realismo e verosimiglianza. Sono sprazzi di vita e di esistenze che non hanno nulla di speciale se non l'uscita con gli amici, i bagni in piscina, i cuori che battono e quelli spezzati. L'estate di Deniz è una somma di mattoncini di esperienze, desideri e prime volte che si accumulano come le torri di zucchero, o dei bicchierini per gli shots, che tende a ricreare nei momenti di massima tensione. Un giro di vite immortalate da inquadrature fisse che vanno perfettamente a cozzare con una tempesta interiore che non riesce a mostrarsi. E la regia si affianca a questo blocco espressivo, limitandosi a pochi accenni di movimento di camera, in concomitanza con un accenno di felicità, soddisfazione e leggera spensieratezza.

QUADRI IMPRESSIONISTI DI ESTATI PASSATE

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L'estate passata: un scena

Posto in perfetto equilibrio tra coming of age e dramma sentimentale baciato dal calore estivo, il film di Açiktan frequenta l'archetipo dei generi per poi distaccarsene e rendere lo scenario plausibile. Quella creata dal regista è una struttura solida, fondata su scelte registiche mai banali, ma orientate alla partecipazione spettatoriale e alla genesi empatica della narrazione. Le inquadrature sono ampie come una giornata d'estate, lunghe e pronte a cogliere nel bel mezzo del loro afoso abbraccio sogni e sguardi giovanili. Anche quando pronte a ritagliare un posto privilegiato sullo schermo da destinare a singoli personaggi, le riprese vivono di ampio respiro, così da inglobare i corpi dei ragazzi e l'ambiente che li circonda. Un ambiente anonimo, non facilmente riconoscibile, eppure imprescindibile alla costruzione di un momento pronto a svanire come castelli di sabbia sulla spiaggia. A dare vita a questo microuniverso delle emozioni, è una tavolozza di colori chiari, tendenti al pastello; sfumature di pennellate dolci, eleganti, di quadri impressionisti capaci di cogliere momenti pronti a svanire nel corso del tempo, ma non in quello dei ricordi. Il cielo fortemente esposto, quasi bruciato nella sua resa fotografica è un sole che batte irrorando il mondo circostante, accecando di desiderio e sentimenti impossibili da condividere ed esprimere. 


OMBRE REALI

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L'estate passata: una sequenza del film

Posti tra le mani del regista, gli interpreti non sono mai meri burattini da muovere sullo schermo, ma uomini, donne e ragazzi veri, reali, tangibili, con un cuore che batte e una bocca che respira. Grazie alla loro espressività trattenuta, minimale, ognuno di loro si eleva a ombra di un passato universalmente condivisibile. Sono fantasmi di estati passate che tutti in maniera più o meno divergente abbiamo vissuto. Anche per questo la barriera che ci separa da queste esistenze fatte di celluloide crolla inesorabilmente. Negli sguardi bassi per un amore che non fiorisce, per un abbraccio mancato, una bevuta di troppo, ritroviamo sprazzi di noi stessi, di quelli che eravamo e chissà, ancora siamo e saremo. Spinto da una performance naturalista, e mai macchinosa o forzata, il giovane Faith Sahin ricorda nell'ingenuità e nel desiderio di aprirsi alla vita e alle nuove esperienze, l'Amin di Mektoub, My Love: Canto Uno. Entrambi baciati dal sole, si lasciano trasportare sullo schermo dall'istinto giovanile e dall'attrazione per ragazze che forse non avranno mai se non per un attimo fuggente. Impossibile non stabilire un contatto con il protagonista e con il resto dei suoi amici, perché è proprio nella loro semplice ordinarietà che si ritrova il loro essere speciali: vivendo di esperienze ingabbiate nel normale, e non certo sballottolate fuori dall'ordinario, Deniz, Asli, Burak ed Ebru sono un po' tutti noi, e noi loro.

Conclusioni

Concludiamo questa recensione de L'estate passata sottolineando quanto il film di Netflix affondi la propria riuscita nella capacità di far emergere la bellezza e unicità di un periodo così irripetibile come quello della giovinezza nel contesto di una stagione come quella estiva.

Movieplayer.it

3.5/5

Voto medio

4.8/5

Perché ci piace

  • Le performance degli attori.
  • I colori che fanno del film un quadro impressionista.
  • La capacità di far riaffiorare ricordi personali delle nostre estati passate.

Cosa non va

  • Una sceneggiatura un po' troppo lineare e scevra di turning point.