La valle dell'Eden è una questione di famiglia, se ti chiami Kazan. Nel 1955 fu il regista premio Oscar Elia Kazan a portare sul grande schermo il capolavoro di John Steinbeck. Trasformata la saga familiare dei Trask e degli Hamilton in un melodramma hollywoodiano costruito soprattutto intorno al rapporto tra Adam e i suoi figli, con un James Dean destinato a diventare immediatamente iconico nei panni di Cal, il film non ha reso affatto giustizia al monumentale romanzo pubblicato appena 3 anni prima.
Più di settant'anni dopo, è la nipote del grande regista, Zoe Kazan, qui showrunner, a tornare su quella stessa storia, questa volta sul piccolo schermo di Netflix (dove è in catalogo dal 1° ottobre), con sette episodi a disposizione per provare a restituire almeno una parte della complessità che il film del nonno aveva sacrificato.
È un'eredità piuttosto ingombrante, ma anche un'occasione straordinaria. E Zoe Kazan la affronta con rispetto, ambizione e una certa libertà, costruendo la sua "Valle dell'Eden", che non può certo contenere tutto Steinbeck, ma che riesce spesso a comprendere perché il romanzo sia ancora così potente.
Il risultato è una serie sontuosa. Le scenografie, i costumi, la fotografia, i paesaggi neozelandesi utilizzati per ricreare la California e l'America di fine Ottocento compongono un mondo visivamente ricchissimo, quasi sospeso tra il grande cinema classico americano e una sensibilità più contemporanea. Non è semplice decorazione: La valle dell'Eden ha bisogno di quella dimensione spettacolare perché Steinbeck racconta una vicenda familiare che vuole essere contemporaneamente qualcosa di molto più grande, quasi una nuova Genesi.
E infatti la serie parte da lì: da Caino e Abele, dalla colpa, dalla rivalità tra fratelli, dal rapporto complicato tra padri e figli e dalla possibilità, o meno, che gli esseri umani siano condannati dalla propria natura.
Una saga familiare attraverso tre generazioni
La serie comincia molto prima che Cal e Aron Trask vengano al mondo. Zoe Kazan ci porta nel Connecticut della seconda metà dell'Ottocento, dove i fratellastri Adam e Charles crescono sotto l'autorità di Cyrus Trask, un padre severo che ha trasformato la propria esperienza nella Guerra Civile in una disciplina familiare.
Adam è mite, idealista, ingenuamente buono, Charles è più ruvido, istintivo, tormentato da quella stessa fame di riconoscimento paterno che alimenta la loro rivalità.
"Quello tra fratelli è stato l'unico amore che abbiano conosciuto", come Cathy racconterà, ma è un rapporto sempre basato su un equilibrio precario. Su cui si impone Cathy Ames, una donna giovane e misteriosa che si presenta alla porta dei Trask apparentemente in fin di vita.
Adam se ne innamora immediatamente, vedendo in lei tutto ciò che desidera, Charles intuisce fin da subito quell'oscurità che li porterà alla rovina. Da quel momento la storia si sposta verso la California, nella Salinas Valley, dove Adam immagina di poter finalmente costruire il suo Eden familiare.
È qui che entrano in scena Samuel Hamilton, interpretato da un ottimo Ciarán Hinds, e soprattutto Lee, il domestico cinese che Hoon Lee trasforma progressivamente in uno dei personaggi centrali della serie.
Adam e Cathy avranno due figli, i gemelli Caleb e Aron, e la storia comincerà a ripetersi: la rivalità tra i due ragazzi diventa la nuova incarnazione del conflitto tra Caino e Abele, mentre il passato dei loro genitori continua a pesare sul loro presente.
Zoe Kazan segue sostanzialmente l'architettura del romanzo, ma non può conservarne tutta l'ampiezza. La famiglia Hamilton, così importante nella costruzione autobiografica e storica di Steinbeck, viene ridotta a una presenza molto più marginale e quasi sempre fuori scena.
Alcune digressioni scompaiono e altri personaggi vengono compressi o eliminati. Al contrario, la serie sceglie di dare un peso enorme alla Cathy di Florence Pugh (qui anche produttrice esecutiva), dedicandole intere porzioni della narrazione e ricostruendo anche il suo passato prima dell'incontro con i Trask (eliminado però il racconto fondamentale dei suoi 10 anni).
È una scelta che rende il racconto più compatto e permette di seguire con maggiore attenzione la donna che diventerà il motore di gran parte delle tragedie della famiglia, ma ha anche un effetto collaterale: la vastità del romanzo rimane inevitabilmente fuori campo. Sette episodi non possono concedersi lo stesso lusso.
I salti temporali sono quindi inevitabili e, in alcuni momenti, anche piuttosto bruschi. La serie riesce a collegare le diverse generazioni, ma non sempre riesce a far percepire pienamente il tempo che passa tra loro. Alcuni passaggi sembrano più funzionali alla necessità di arrivare al capitolo successivo che frutto di una vera continuità narrativa.
È il compromesso principale di questa La valle dell'Eden. Eppure, proprio nelle scelte che compie per rendere possibile questa riduzione, la serie trova parte della propria identità.
Cathy è il grande cambiamento dell'adattamento
E poi c'è Cathy. Qui Zoe Kazan non si limita a scegliere cosa tagliare. Sceglie di discutere con l'autore. Nel romanzo Cathy Ames è una figura radicale, quasi metafisica. Steinbeck la presenta come una donna malvagia fin dall'inizio, priva di empatia e di senso di colpa, una creatura che osserva gli altri con freddezza e che utilizza le debolezze altrui per ottenere ciò che vuole. Non è particolarmente interessato a trovare una spiegazione psicologica alla sua malvagità. Cathy è, in un certo senso, il male.
È una scelta narrativa impossibile da accettare, per Zoe Kazan. La sua Cathy, una straordinaria Florence Pugh, ha un passato traumatico che permette di leggere il personaggio in maniera diversa. La violenza subita durante l'infanzia, il rapporto con il padre e l'ambiente nel quale cresce diventano elementi attraverso i quali la serie suggerisce una possibile origine traumatica della donna che Cathy diventerà. Significa spiegarla, ma anche in parte assolverla.
Nelle pagine di Steinbeck la natura luciferina di Cathy non ha una spiegazione, è l'elemento perturbante della storia. La serie invece compie un'operazione molto contemporanea: cerca il trauma all'origine del mostro, trasformando progressivamente Cathy da incarnazione del male a personaggio che può essere letto anche come vittima delle circostanze.
È una scelta interessante, ma anche profondamente ingiusta, per certi versi, nei confronti del materiale originale. La scelta di sfumare il personaggio di Florence Pugh pare aggiungere possibilità di lettura ma, nella pratica, è una semplificazione perchè elimina dal racconto gli estremi di quella linea morale: il male e il bene, in termini assoluti.
La valle dell'Eden parla continuamente di libertà e di possibilità di scelta. Il concetto fondamentale è quello di "timshel", il "tu puoi" attraverso il quale Steinbeck interpreta la storia di Caino: l'essere umano non è necessariamente condannato dalla propria natura, può scegliere cosa fare di sé.
Nel romanzo Cathy è proprio l'eccezione più inquietante a questa idea. È il personaggio che sembra essere stato escluso dalla possibilità di redenzione. Zoe Kazan prova invece a riportarla dentro quella stessa possibilità. È come se volesse dire che anche Cathy, prima di diventare il mostro di Steinbeck, è stata una persona sulla quale il mondo ha esercitato la propria violenza.
È una lettura legittima. Ma modifica profondamente il personaggio. E soprattutto elimina qualcosa della sua misteriosa e bruciante cattiveria: spiegandoci perché è diventata oscura, la serie edulcora l'orrore del romanzo.
La magnifica e inquietante interpretazione di Florence Pugh
Se questa scelta di adattamento può lasciare qualche perplessità, Florence Pugh impedisce che Cathy perda la sua forza. La sua è una performance notevole perché non la intende come una semplice vittima che si trasforma in carnefice. Al contrario, conserva nel personaggio una freddezza, un'intelligenza e una capacità di manipolazione che continuano a renderla profondamente inquietante.
Cathy sa osservare, sa capire cosa gli altri vogliono sentirsi dire, sa diventare esattamente la persona che gli altri si aspettano di vedere. E Pugh è superba in entrambe le versioni: quando Cathy aggiunge il colore e la menzogna di una persona che esiste solo nella sua recita, quando elimina ogni sorriso, ogni pianto e ogni espressione nei rari momenti in cui Cathy racconta, forse, la verità.
Dolce, vulnerabile, seducente o terrificante cambiando apparentemente pochissimo. L'espressività di Florence Pugh è particolarmente adatta a un personaggio che vive di maschere. E la serie le concede molto spazio, tanto che La valle dell'Eden è veramente a fuoco solo quando la sua Cathy è sullo schermo.
Hoon Lee è la sorpresa di un cast (quasi sempre) straordinario
La vera rivelazione, però, è Hoon Lee. Il suo Lee era già uno dei personaggi più interessanti del romanzo e la serie sceglie intelligentemente di valorizzarlo. Non è soltanto il domestico della famiglia Trask, ma una figura fondamentale per comprendere la storia, un uomo costretto a costruirsi una maschera per sopravvivere agli stereotipi degli altri e che finisce per diventare il vero custode morale della famiglia.
Le sue scene sono tra le migliori dell'intera serie, soprattutto quando il racconto si allontana dal melodramma e torna alle domande centrali di Steinbeck: quanto siamo liberi? Quanto possiamo scegliere? Quanto del nostro destino appartiene a noi e quanto alle persone che ci hanno preceduto?
È significativo che uno dei momenti più importanti della serie non sia una grande scena romantica o una tragedia familiare, ma una conversazione sulla parola ebraica timshel. È lì che La valle dell'Eden di Zoe Kazan si riavvicina al cuore del romanzo.
Florence Pugh e Hoon Lee sono certamente le punte di diamante di un cast che riesce a splendere anche nei piccoli ruoli. Mike Faist dà a Charles una presenza inquieta e imprevedibile sicuramente più lontana da quella più "rozza" del romanzo. Ciarán Hinds porta con il suo Samuel Hamilton una vitalità che serve a controbilanciare la cupezza di Adam, Martha Plimpton, nel ruolo di Faye, sfrutta al massimo uno spazio relativamente piccolo, regalando alla serie una delle sue parentesi più umoristiche e malinconiche.
Si complica la vita invece Christopher Abbott, portando in scena un Adam Trask volutamente dimesso, depresso, quasi incapace di reagire alla propria vita, con un'interpretazione che rimane spesso monocorde.
Conclusioni
La valle dell’Eden di Netflix non è John Steinbeck, e non prova a esserlo. È una rilettura ambiziosa e spesso riuscita, capace di restituire alla storia dei Trask quella dimensione familiare e universale che una trasposizione cinematografica non poteva contenere.
Il suo unico vero punto debole è anche la scelta più coraggiosa: una Cathy Ames più umana, meno assoluta e meno radicalmente malefica di quella del romanzo. È una modifica che può dividere, ma non cancella i meriti di un adattamento che trova in Florence Pugh e Hoon Lee due interpreti straordinari, e in una messa in scena sontuosa la forza necessaria per sostenere una storia così grande. Con qualche limite strutturale, La valle dell’Eden rimane un adattamento ricco, intelligente e visivamente magnifico: non restituisce tutto Steinbeck, ma ne conserva abbastanza da ricordarci perché quel romanzo continui a essere un classico difficile da afferrare e da dimenticare.
Perché ci piace
- La resa visiva e scenografica
- Le interpretazioni di Florence Pugh e Hoon Lee, che danno profondità e forza ai due personaggi più riusciti
- La capacità di restituire la dimensione corale e generazionale del romanzo
Cosa non va
- I salti temporali e alcuni raccordi narrativi
- La reinterpretazione di Cathy, "umanizzata" attraverso il trauma ma meno radicale e inquietante rispetto al personaggio originale