Recensione Litigi d'amore (2005)

Nonostante il fuorviante titolo italiano, siamo di fronte a una commedia intelligente, che punta principalmente sulla scrittura e sugli attori per raccontare una storia femminile di abbandono, scontri e incomprensioni vista dall'ottica di un uomo.

La rabbia che stimola

Iniziamo questa recensione con la solita polemica, vecchia e dal sapore un po' stantio, certo, ma ancora purtroppo (e ci piacerebbe davvero non fosse così), necessaria. Cosa spinge una casa di distribuzione a stravolgere completamente il titolo di un film, modificandone pesantemente l'impatto, l'attinenza con l'opera stessa, e, potenzialmente, i fruitori? In questa stagione abbiamo assistito alla vergogna dello stravolgimento di un titolo bello e "parlante" come Eternal Sunshine of the Spotless Mind in un fuorviante Se mi lasci ti cancello, ed ora assistiamo allo stesso fenomeno (fatte le debite proporzioni tra i due film, ovviamente), con questo The Upside of Anger, il cui bel titolo (altrettanto "significante" di quello del film di Michel Gondry) è stato eliminato a favore della scelta più insipida, banale e declassante per un film che, pur presentandosi come una commedia sentimentale, ha certo in sé molto di più di una serie di semplici, risaputi Litigi d'amore. Fatta questa debita premessa, per una scelta che ha certo le sue ragioni commerciali, ma che non possiamo che disapprovare con forza in quanto irrispettosa dell'opera (di cui il titolo è parte integrante) passiamo ad analizzare il film.

La storia è incentrata sul personaggio di Terry (interpretato da Joan Allen), donna quarantenne che è stata appena abbandonata dal marito, e che vive un rapporto conflittuale con le sue quattro figlie: una è al college e sembra aver come unico obiettivo quello di allontanarsi da casa, un'altra ha la passione della danza che la ossessiona e la spinge spesso a trascurare il cibo, la terza viene assunta presso uno studio televisivo e finisce per incastrarsi in una relazione con un uomo quarantenne, e la quarta, la più giovane, ha una cotta per un ragazzo che non può ricambiarla. La depressione e il ricorso sempre più frequente all'alcool per lenire i suoi dolori, si accompagna, per Terry, alla frequentazione di un uomo altrettanto sconfitto, anche lui con la passione per la bottiglia, anche lui bisognoso di una qualche ancora di salvataggio in quello che sembra un naufragio: si tratta di Denny (un invecchiato Kevin Costner), ex-campione di baseball e ora scontroso conduttore radiofonico in una trasmissione in cui mette un impegno prossimo allo zero. I due si appoggeranno l'uno all'altra, incerti sulle effettive motivazioni e sulla bontà della vicinanza reciproca, ma impossibilitati a un distacco che li restituirebbe a due esistenze che appaiono dissestate.

E' agrodolce, il tono di questo film di Mike Binder (di lui si ricordi l'inedito The search for John Gissing, vincitore del premio della critica al Sarasota Film Festival del 2002), costantemente in equilibrio tra commedia sentimentale e dramma familiare. Gli intenti del regista sono chiari già dal prologo, che mostra un funerale (senza far capire chi sia l'oggetto dell'evento) commentato dalla voce narrante di Popeye, la figlia più giovane: espediente, questo della voce fuori campo, che in questo caso assume un significato e una funzionalità narrativa precisi, visto che, nel finale, il personaggio della ragazza acquisterà un'importanza e uno spessore superiori a quelli che lo spettatore può sbrigativamente attribuirle nel resto del film. Lo script è incentrato sostanzialmente su una storia di donne, donne che sopravvivono, sperano, si scontrano, si demoralizzano e maledicono l'universo maschile: una storia raccontata dal punto di vista di un uomo che ha fatto il vuoto nella sua vita, e che inaspettatamente trova, in questo caotico "ring" femminile in cui viene catapultato, un nuovo stimolo, un modo per "riempire" la propria esistenza con situazioni di vita reali, difficili ma vissute. Una sceneggiatura che alterna in modo ottimale situazioni da commedia ad altre più prettamente drammatiche, quindi, senza far mai mancare l'elemento verosimiglianza e tratteggiando in modo convincente e credibile i caratteri dei protagonisti (oltre ai personaggi di Costner, della Allen e delle quattro figlie, è da ricordare il discografico Shep, interpretato dallo stesso regista, che genera un misto di repulsione, compassione e simpatia).

La regia di Binder è volutamente dimessa, priva di enfasi, mai urlata: per narrare vicende di vita quotidiana, semplici ma estremamente pregnanti, il regista sceglie di affidarsi quasi interamente ai suoi interpreti, che rispondono tutti ottimamente al compito loro affidato: l'interpretazione della Allen è davvero notevole, un concentrato di rabbia (il tema portante del film), rassegnzione e cinismo che contribuisce a rendere credibile il personaggio, e trova un ideale contraltare in un Costner ancora più disilluso e amareggiato, quasi nichilista; le quattro ragazze (Erika Christensen - già vista in Traffic di Steven Soderbergh, Evan Rachel Wood - canditata a un golden globe per il recente Thirteen, Keri Russell e Alicia Witt) appaiono altrettanto convincenti, e riescono a ritagliarsi ognuna il suo spazio in uno script comunque estremamente attento a non sottrarre spazio a nessun personaggio. La già citata prova del regista nei panni di Shep risulta divertente e altrettanto credibile, venata di una notevole autoironia.

Un "piccolo" film, dunque (passateci l'abusato aggettivo) che gioca le sue carte principalmente sulla scrittura e sugli attori, sicuramente da consigliare per l'intelligenza con cui affronta temi forse abusati, ma non per questo da mettere da parte a priori; una pellicola che riesce a divertire restando credibile, e tocca con leggerezza le vite dei suoi protagonisti (quasi sfiorandole, diremmo) riuscendo tuttavia a generare nello spettatore quell'empatia per i suoi personaggi che sancisce la riuscita o meno di opere di questo genere.

Movieplayer.it

3.0/5