Mamma algerina, papà francese. Parla l'arabo, studia alla Sorbona, gioca - o meglio, giocava - a calcio e, in bacheca, ha il premio vinto a Cannes come miglior attrice protagonista. Quando incontriamo, via Zoom, Nadia Melliti, è avvolta dal fumo di una sigaretta. Talento cristallino, tra le promesse di un cinema europeo pronto per essere rinnovato. Classe 2002, Nadia è protagonista de La più piccola di Hafsia Herzi.
Tratto dal romanzo di Fatima Daas, il film segue il percorso di una giovane donna franco-algerina in bilico tra fede, identità e libertà personale. Un ruolo intimo e complesso. "Sì, il film ha stravolto la mia vita", spiega l'attrice rivelazione, "Fatima mi ha insegnato a gestire le emozioni e a sviluppare la pazienza, dote che prima non mi apparteneva".
La più piccola: l'incontro con l'attrice rivelazione Nadia Melliti
Nadia, La più piccola è stato vietato ai minori di 14 anni dalla Commissione Italiana con l'accusa di incitamento all'odio. Che ne pensi?
"È una decisione che trovo assolutamente assurda e, onestamente, mi ha sorpreso molto. Il film è stato proiettato in tantissime sale a livello internazionale, da Milano a Bari fino a Parigi, senza subire mai questo tipo di limitazioni o censure. È paradossale che venga accusato di "incitamento all'odio" un racconto che, al contrario, parla esclusivamente di amore, tolleranza, accettazione di sé ed emancipazione".
Come ti spieghi questa decisione?
"Nel contesto politico e sociale in cui viviamo oggi - segnato da guerre, razzismo, discriminazioni e violenza contro le donne - credo che questa storia sia necessaria. Il cinema ha il potere di cambiare le mentalità e spero che questo film lo faccia. Non c'è odio in queste immagini: vediamo un personaggio che evolve, che sboccia e che cerca faticosamente di essere riconosciuto per ciò che è. Accetto che ogni Paese segua le proprie linee, ma non posso dirmi né soddisfatta né d'accordo con questa visione".
Un film che punta al reale
Nel film emerge la dualità tra le radici tradizionali (la famiglia, la preghiera) e la modernità occidentale. Nella tua esperienza, quanto è doloroso per i giovani conciliare questi due mondi?
"Credo che la priorità assoluta debba essere il benessere e la felicità dell'essere umano. Amare qualcuno non potrà mai essere un crimine; l'amore è il sentimento più bello che esista e non tutti hanno la fortuna di incontrarlo. Purtroppo, molte famiglie conservatrici rendono questo percorso un calvario. Ricevo testimonianze sconvolgenti: una ragazza mi ha raccontato di aver aspettato la morte del padre per rivelare la propria identità, vivendo ora un "doppio lutto" fatto di perdita e rimorso per non avergli mai potuto parlare sinceramente. È devastante".
Ti sei confrontata con chi ha avuto esperienza simili?
"Al Festival di Montréal una psicologa musulmana praticante, che indossava il velo, si è alzata davanti a tutta la sala in lacrime. Ha detto che, dopo aver visto il trailer del film, ha trovato il coraggio di fare coming out con la sua famiglia. Anche se poi le hanno voltato le spalle, lei si sentiva finalmente orgogliosa e libera. In quel momento, l'intera sala si è alzata per applaudirla. Questo è il messaggio: il cinema deve dare voce a chi non è rappresentato, come la comunità lesbica e omosessuale nel cinema francese. Vivere insieme non significa escludere chi è diverso per gusti, vestiti o classe sociale. Significa includere esseri umani che hanno i nostri stessi sogni e ambizioni".
Quanto c'è di te in Fatima? Ti sei ispirata alla tua vita per interpretare questo ruolo così complesso?
"Moltissimo. Abbiamo radici simili: vengo da una famiglia di immigrati algerini, ho fratelli e molte sorelle, e sto vivendo lo stesso percorso universitario del personaggio. Ma il punto di contatto più profondo è l'emancipazione attraverso lo sport. Sono stata una sportiva per tutta la vita e conosco bene i valori della determinazione e della resilienza.
Fin da quando ero piccola e giocavo a calcio, la gente mi diceva che era "uno sport da uomini" e che, in quanto ragazzina, non avrei mai avuto il livello necessario. Ho lottato contro quelle norme sociali e quell'ideologia per forgiarmi un carattere".
È il tuo primo ruolo, sembra scritto apposta per te.
"Ho scelto di interpretare Fatima perché è un personaggio scomodo e complesso. Il "disturbo" e lo "sconcerto" sono necessari per far evolvere la società. Storicamente, ogni progresso - dal diritto delle donne di avere un conto in banca, alla libertà di indossare i pantaloni, fino all'aborto e alla rivoluzione del '68 - è nato da situazioni che hanno stravolto l'ordine naturale delle cose. Se il film dà fastidio, tanto meglio: significa che sta colpendo nel segno".
La passione per il calcio e la forza di una generazione
Sei del 2002. Cosa pensi della tua generazione? Spesso venite visti con timore dagli adulti per la vostra schiettezza e attivismo.
"Siamo una generazione dinamica con un potenziale incredibile, supportata da strumenti tecnologici che prima non esistevano. Vedo anche in mia sorella più piccola una luce diversa: i giovani di oggi sono intelligenti, non si lasciano mettere i piedi in testa e riconoscono subito un'ingiustizia. Rispetto al passato, oggi abbiamo la facilità e la forza di opporci a ciò che riteniamo sbagliato. Siamo molto più impegnati politicamente e socialmente, specialmente sui temi dell'uguaglianza e dell'emancipazione femminile. Il nostro compito è preparare il terreno per i figli che verranno, proteggendo arti come il cinema, che i miei coetanei fortunatamente frequentano ancora molto".
Hai detto che hai giocato a calcio, c'è un club italiano che segui?
"Non ho una squadra del cuore, ma adoro Pirlo e Buffon. E poi c'è Marco Verratti, che ha giocato nel Paris Saint-Germain proprio come ho fatto io! Amo il calcio in generale: non mi interessa chi gioca, se la partita è bella mi riunisco volentieri con gli amici per guardarla e divertirmi. È lo spirito dello sport".
In chiusura, come ha cambiato la tua vita questa esperienza cinematografica?
"L'ha stravolta in meglio. Prima di questo film non sapevo nulla del mondo del cinema. Fatima mi ha insegnato moltissimo, soprattutto a gestire le mie emozioni e a sviluppare la pazienza, dote che prima non mi apparteneva affatto. Essendo un personaggio molto introspettivo, interpretarla mi ha costretto a esplorare un mondo interiore profondo, aiutandomi a maturare anche nella mia vita personale e nel modo in cui mi rapporto agli altri..."