La forma dell’acqua: il finale ha un significato profondo

Il significato del finale de La forma dell'acqua, il film di Guillermo del Toro vincitore del Leone d'Oro al Festival del Cinema di Venezia 2017 e premio Oscar per il miglior Film.

APPROFONDIMENTO di 01/10/2020
The Shape of Water: un primo piano di Sally Hawkins
The Shape of Water: un primo piano di Sally Hawkins

Lo ammettiamo subito: a un film come La forma dell'acqua vogliamo parecchio bene. Non solo perché a suo modo è riuscito a fare la storia del cinema di genere vincendo, nello stesso anno, sia il prestigioso Leone d'Oro al Festival del Cinema di Venezia che l'Oscar più ambito, quello per il miglior film (quattro gli Oscar in totale, tra cui anche miglior regia), ma anche perché ha segnato la rinascita e il riconoscimento che tutti noi appassionati della poetica di Guillermo del Toro aspettavamo. Il regista messicano, grazie a questa fiaba che ricorda La bella e la bestia, è riuscito a consacrarsi dopo una carriera dedicata al gotico, agli emarginati e soprattutto ai mostri. A uno sguardo superficiale potrebbe risultare un film minore nella filmografia del nostro e dai contenuti parecchio stereotipati, ma in realtà La forma dell'acqua porta con sé una serie di temi ed elementi che (è proprio il caso di dirlo) fanno fluire la storia verso un significato del finale molto profondo e per niente banale.

Una fiaba per tempi problematici

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Abbiamo già anticipato che la storia de La forma dell'acqua si basa su una fiaba che tutti conoscono molto bene: quella della bella e della bestia che, una volta incontrati, si innamorano inaspettatamente. Possiamo prendere come riferimento il classico Disney o viaggiare indietro nel tempo e pensare a un altro film che presentava più o meno lo stesso canovaccio narrativo con una donna e un mostro, dal finale ben più tragico: King Kong. Non lo citiamo a caso, il film del 1933 (e i suoi remake), perché è chiaro che per iniziare l'analisi del film di del Toro dobbiamo sottolineare l'amore del regista messicano per queste grandi storie del fantastico e per i mostri classici della Universal. L'equilibrio trovato da del Toro è un vero miracolo: rispetta non solo gli elementi della fiaba come la intendiamo genericamente (a partire dalla musica di Alexandre Desplat fino alla scenografia), ma si fa carico anche dell'eredità di quei film horror degli anni Trenta e Quaranta ambientandolo però in un anno preciso, il 1962, in cui l'America è bloccata da più parti. Bloccata dalla paura e dalla paranoia di una Guerra Fredda con la Russia, colma di odio razziale e per il diverso e, tuttavia, ossessionata dal futuro e dalla modernità (i budini, le Cadillac, i vestiti moderni, la televisione). Non è un caso che gli ambienti in cui i personaggi si muovono e vivono sono fatiscenti, sporchi, rovinati e invecchiati. Pensiamo all'appartamento di Elisa, alle sue pareti e al pavimento che lascia trasparire la luce del cinema al piano di sotto o al laboratorio che necessita donne delle pulizie a pieno servizio. Persino i luoghi più moderni (quelli che frequenta il pittore omosessuale Giles, tra infatuazioni e possibilità di lavoro) lo sono solo di facciata: dietro la perfezione si nasconde l'arroganza e la bassezza dell'essere umano.

Il solito film di mostri?

La Forma Dell Acqua Scena Sesso
La forma dell'acqua - una scena del film con Sally Hawkins

Si parlava di tradizione legata ai film di mostri. Gli appassionati conosceranno bene le dinamiche di quei film: solitamente un mostro si contrappone a una storia romantica tra il protagonista maschile e la donna di cui è innamorata, a volte il mostro mette in pericolo proprio la donna e il protagonista accorrerà per salvarla; il mostro verrà sconfitto e i due potranno coronare il loro sogno d'amore. Guillermo del Toro usa questo canovaccio ma ne ribalta il punto di vista ponendo l'attenzione sulla donna e sul mostro e lasciando in secondo piano, trattandolo come antagonista, quello che, nella narrazione classica, sarebbe il protagonista maschile. Strickland, il personaggio interpretato da Michael Shannon, corrisponde esattamente agli eroi della tradizione per cui spesso tifiamo in altre storie. Non una versione alternativa, ma proprio lo stesso personaggio: totalmente americano, fiero delle sue capacità, duro e tutto d'un pezzo, ben vestito, alla ricerca della perfezione. Seguace dell'ordine e della disciplina, Strickland porta abiti fatti su misura che contengono la sua personalità e lo "chiudono" al suo interno. Freddo, calcolatore, incapace di empatia, si dimostra l'antagonista del film solo perché il film abbraccia il punto di vista degli emarginati e degli stessi diversi che, nella storia, vengono calpestati. Tifiamo per la Creatura, tifiamo per Elisa, Giles e Zelda, personaggio uno e trino, dotato di sensibilità e umanità. Se nella tradizione cinematografica i mostri erano la minaccia alla buona riuscita del Sogno Americano, ne La forma dell'acqua viene raccontato come lo stesso Sogno Americano sia fallimentare in assenza di emozioni. Pensiamo a Strickland, alla sua ossessione di mangiare caramelle, probabilmente per coprire un alito pesante (l'odore della propria anima interiore) e che via via si fa sempre più puzzolente (nel finale le dita che ha tentato di riallacciarsi saranno così nere da infettare l'aria).

The Shape of Water: la fiaba nera di un Guillermo del Toro misurato e maturo

Un mostro? No, un dio!

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In un certo senso possiamo capire l'infatuazione di Elisa nei riguardi della Creatura perché, a differenza dell'immaginario in cui cataloghiamo i "mostri", quest'Uomo-Anfibio presente nel film è decisamente sexy. La prima volta che la Creatura si alza in piedi mostrandoci tutto il suo corpo ci rendiamo conto che assomiglia a una scultura classica, un David di Michelangelo con le branchie. E infatti, più che un mostro misterioso, gli stessi personaggi nel film lo definiscono un dio. Di origine ignota, forse adorato dai popoli dell'Amazzonia, questo dio acquatico è una forza primordiale, capace di guarire dalle ferite e straordinariamente intelligente. In pochi incontri, Elisa riesce a insegnargli il linguaggio dei gesti (necessità per essere muta, ma anche ennesimo elemento di conflitto: un linguaggio "primordiale" contro la "modernità" della parola di Strickland e non a caso Elisa riuscirà a mandare l'uomo a quel paese senza farsi comprendere: un'ennesima rivincita), l'ascolto della musica - e quindi l'arte - e la condivisione del cibo attraverso l'uovo, il simbolo della nascita e della vita, addirittura dell'universo stesso. La Creatura non è una minaccia, ma un ennesimo "diverso" da salvare ("Se noi non facciamo niente, non siamo niente" dirà Elisa a Giles, sottolineando come solo attraverso l'agire gli emarginati della società possono dare un senso alla loro vita), capace di guarire e di amare, ma anche di risultare letale. Uccidendo Strickland compie la fine dell'American Dream attraverso un atto divino, un colpo primordiale di una forza antica capace di ricordare ciò che muove l'intero universo: la modernità non è una Cadillac turchese, ma la capacità di amare.

La forma del cinema di Guillermo del Toro tra storia, poesia e deformità

La forma dell'amore

The Shape of Water: Sally Hawkins in una scena del film
The Shape of Water: Sally Hawkins in una scena del film

Una dimensione sognante che si percepisce fin dalla prima inquadratura in cui siamo immersi nel sogno di Elisa. Non è un caso che Elisa viva sopra una sala cinematografica e che questo cinema si chiami Orpheum, come il dio (un altro). Il tutto si sposerà in una sequenza onirica che richiama i musical americani classici, che la protagonista ama, nel quale riesce ad avere l'uso della parola cantando i propri sentimenti verso la Creatura. L'acqua, onnipresente nel film, sin dalle prime inquadrature, è l'elemento che corrisponde all'amore. Elisa si masturba nella vasca da bagno ogni mattina, la Creatura vive nell'acqua, la pioggia spesso presente a dare un tocco di felicità (Elisa "gioca" con le gocce di pioggia che rimangono appese al finestrino dell'autobus), lo stesso appartamento di Elisa che si riempie d'acqua a coronare l'amore giocoso dei due. E non solo: a livello prettamente tecnico la macchina da presa è sempre, anche se a volte impercettibilmente, in movimento, come se dovesse fluire o come se fosse immersa anch'essa nell'acqua (anche il cinema è amore). La forma dell'acqua è la forma dell'amore: entrambe sono malleabili e potenti, entrambe non hanno una forma propria se non quella di chi le contiene. Non si può sapere di chi ci innamoreremo, non è una scelta che possiamo decidere e pensare. Capita. Di trovare la persona giusta in maniera inaspettata o di provare sentimenti che pensavamo di non poter sentire. D'altronde, il pensiero del giorno stampato sul calendario di Elisa è chiaro in proposito: "La vita è il naufragio dei nostri piani". Anche per questo motivo è innegabile e naturale che una persona che tenta di avere il controllo e l'ordine su tutto (persino durante il sesso) come Strickland è destinata a morire: sarà sempre incapace di lasciarsi trascinare dalle onde dei sentimenti.

E vissero per sempre felici e contenti?

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Arrivati alla scena finale, con Elisa e la Creatura danzanti negli abissi, potremmo pensare che il senso del film si sia finalmente svelato nella maniera più fiabesca possibile: Elisa, come veniva definita all'inizio del film, era la Principessa Senza Voce, un'altra creatura divina e primordiale legata all'acqua (e il suo appartamento fatiscente sembra davvero inserito in un mondo sottomarino), le ferite sulla gola erano in realtà delle branchie e ora può finalmente vivere in felicità insieme a un suo simile di cui è innamorata. Il classico "E vissero per sempre felici e contenti" con cui si concludono le fiabe migliori. Tuttavia, il fatto che il narratore sia lo stesso Giles, artista dotato di una sensibilità non comune e di immaginazione, ci potrebbe far alzare qualche sopracciglio. È davvero così? C'è davvero un lieto fine? Lo stesso Giles lo spera. Elisa, a causa delle ferite inferte da Strickland, si era accasciata al suolo morente. Quando la creatura la porta con sé negli abissi si pensa che il suo corpo non verrà più trovato. Anche Elisa, come Giles, come la Creatura, diventa una reliquia: nata o troppo presto o troppo tardi per vivere appieno. La fantasia finale di Giles sotto forma di poesia è una speranza. La speranza che Elisa sia ancora viva e innamorata, immersa nell'acqua (e cioè nell'amore) per l'eternità. E di conseguenza, la poesia diventa un augurio nella speranza che questi tempi problematici possano terminare, che non ci siano più emarginati invisibili, che l'amore possa essere ovunque. Parafrasando una frase di Woody Allen a conclusione di un suo noto film: abbiamo tutti bisogno di uova.

"Incapace di percepire la tua forma, ti trovo ovunque intorno a me, la tua presenza mi riempie gli occhi con il tuo amore, il mio cuore si fa piccolo perché tu sei ovunque."