Parlando di Kokuho non si può non partire dall'impatto mediatico. Il film di Lee Sang-il - un grande film, va detto subito - è il più alto incasso registrato in Giappone per un titolo live-action. Opera che, per brevità, si potrebbe definire folgorante: sia nella struttura che nella concezione e, non ultimo, nel risultato finale.
Con un grande merito: l'autore giapponese-coreano (zainichi, il termine esatto), mettendosi di sbieco rispetto alle logiche produttive, ha composto, pezzo per pezzo, un film di tre ore, portando avanti con coraggio e abnegazione un'idea di cinema nettamente contraria a quella a cui siamo abituati. Divenendo in poco tempo talmente influente da ricevere l'endorsement di Hollywood in persona: Tom Cruise.
Kokuho, la trama: un'epopea lunga 50 anni
Kokuho - Il maestro di Kabuki, sceneggiato da Okudera Satoko e tratto dal romanzo di Yoshida Shuichi, punta agli estremi dell'ambizione approcciandosi alla storia attraverso un'estetica maestosa ed epica, senza rinunciare a un linguaggio d'appendice di immediata lettura. Coprendo ben cinquant'anni, la storia inizia nel 1964, dopo l'uccisione di un boss della yakuza di Nagasaki per mano di una banda rivale. Il tutto, sotto gli occhi di suo figlio Kikuo. Un anno dopo, ritroviamo il ragazzo come apprendista da Hanai Hanjiro (Watanabe Ken, sempre fenomenale), capo di una compagnia di Kabuki locale.
Inesperto, e indietro rispetto al figlio di Hanjiro, Shunsuke, Kikuo diventa in poco tempo il prediletto, entrando nelle grazie del severo insegnante. Nonostante la rivalità, l'amicizia tra i due ragazzi si rafforza, di anno in anno, di esibizione in esibizione. Fino a quando Hanjiro sceglie Kikuo come unico protagonista di un classico come Doppio suicidio d'amore a Sonezaki. A interpretare i due personaggi ci sono Ryo Yoshizawa e Ryusei Yokohama.
Il ritmo delle emozioni (per un film imponente)
A dispetto dell'imponente montaggio (Tsuyoshi Imai, ottimo lavoro), Kokuho asciuga la percezione del tempo ragionando sul ritmo dettato dalle emozioni, lungo un percorso di formazione che riflette sul teatro come strumento di trasformazione. Realizzato con la consulenza della star del Kabuki Nakamura Ganjiro IV, il film riesce nell'impresa di rappresentare un mondo ben poco raccontato al cinema - prima solo Daniel Schmid nel 1995 con Il volto dipinto e Takayama Yukiko nel 2004 con The Maid of Dojoji Temple -, senza mai rinunciare a una densità in cui il valore ultimo è l'immagine come metro determinante di comunicazione.
La stessa immagine a cui si aggrappano i due protagonisti; la stessa immagine - organicamente menzognera, come solo il teatro sa essere - che riesce a bilanciare e sbilanciare i cambiamenti, spesso repentini, che si accodano - a volte accavallandosi - all'interno di Kokuho. Oltre alla natura stessa del Kabuki e di quanto possa essere una figura controversa legata a un certo maschilismo orientale - espresso con la giusta distanza da uno zainichi come Lee Sang-il -, l'elemento universale e quindi più interessante del film risiede nel discorso che riguarda la bellezza come religione e il dolore come arte, declinando il talento come se fosse un'estrema (e antica) forma di sacrificio. In questo senso, Kokuho ci ricorda perché lo sguardo orientale ha tanto da insegnare al mondo, influenzando come mai prima la poetica cinematografica contemporanea.
Conclusioni
Kokuho declina il senso artistico secondo una chiave umana, raccontando la storia di due amici kakubi. Un viaggio lungo 50 anni, che riflette sulla bellezza e sulle sue contraddizioni. Epopea di grande presa, strutturata attraverso un immaginario scenico che coinvolge e stupisce, nonostante la durata decisamente importante. Ben tre ore.
Perché ci piace
- La regia elegante.
- Una storia coinvolgente.
- Il tema.
Cosa non va
- La durata può naturalmente essere un limite.