Prima di Lee Sang-il, e andando a memoria, ci sono stati solo Daniel Schmid con Il volto dipinto e Takayama Yukiko con The Maid of Dojojie Temple. Del resto, portare in scena il mondo del teatro kabuki è una sfida alquanto ardua. "Un tema, questo, che non viene poi tanto raccontato", spiega il regista che, con l'ottimo Kokuho è riuscito ad imporsi con un record d'incasso, primato assoluto in Giappone (128 milioni di dollari). Non solo, il film ha ricevuto anche l'endorsement di Tom Cruise, facendolo diventare un vero e proprio caso mondiale.
Tratto dal romanzo in due parti di Yoshida Shuichi, Kokuho parla di due giovani attori attivi nel kabuki Kamigata, lungo un viaggio di 50 anni diviso tra Osaka, Kyoto e Kobe. Opera maestosa, dalla durata di ben tre ore. "Un rischio produttivo, ma conta l'esperienza", dice il regista e sceneggiatore coreano-giapponese, che incontriamo a Udine in occasione del Far East Film Festival.
Lee Sang-il racconta la sfida di girare Kokuho
Il pubblico si distrae facilmente, e il cinema va veloce: quanto coraggio ci vuole per fare un film come il suo?
"A livello di produzione è ovviamente un rischio. Ma per organizzare un film come Kokhuo che racchiude praticamente una vita intera, penso che tre ore siano un tempo necessario. Penso sia molto più importante ciò che una persona sente in sala, cosa prova, rispetto all'effettiva lunghezza. Da ragazzo quando vedevo Il padrino o i film di Visconti non mi sembravano affatto lunghi. Ci sono tantissimi film meravigliosi che durano 3 o 4 ore. Sono esperienze che vanno riproposte, nonostante oggi il pubblico sia più disattento".
L'egemonia artistica occidentale è finita. Come mai, secondo lei, l'Oriente è divenuto il centro del mondo culturale?
"È già successo, magari in tono minore. Pensiamo a Kurosawa, con i suoi film ha influenzato gli spaghetti western. Oggi le cose sono cambiate, certo. Probabilmente tutto nasce da un fatto: Negli Stati Uniti le persone rifiutavano i sottotitoli. Ma oggi, grazie anche alle piattaforme streaming, tipo Netflix, le barriere sono state abbassate. Un pubblico sempre più vasto ha trovato interesse e ha iniziato a confrontarsi con una lingua diversa. Una nuova scoperta".
Tra i temi del film c'è quello del sacrificio. Lei cosa ha sacrificato per diventare regista?
"Domanda complicata. Nessuno, in fondo, sacrifica nulla di proposito. La consapevolezza di certi sacrifici arriva dopo, ci si rende conto di averlo fatto solo con il senno di poi. Credo che solo quando si arriva al punto estremo, guidati da un impulso interiore, si capisca cosa si è perso, ma forse io non sono ancora riuscito a raggiungere quel livello".
Un film da record
Kokuho è il più alto incasso per un film live-action nella storia del cinema giapponese. Come se lo spiega?
"Va detto che il film aveva un budget enorme per i nostri standard. Il kabuki è una forma d'arte con una tradizione antica e radicata. Tuttavia più si scende con l'età, più il pubblico si allontana da questo tema. Inoltre, come detto, la durata di tre ore è stata una sfida commerciale".
Cifre del genere in Italia sono impossibile. Che consiglio darebbe a un regista italiano?
"Per quanto riguarda Kokuho, ero fortemente convito che avesse qualcosa da raccontare. I risultati arrivano se credi in ciò che fai, portando a termine il lavoro senza compromessi. Per questo dico: è importante anche non dare ascolto a chi dice di lasciar perdere, che sarebbe meglio rinunciare".
Credere in ciò che si fa: andare oltre il richiamo di Hollywood
Ha citato Netflix. Oltre ad abbattere barriere, crede le piattaforme abbiano anche standardizzato il racconto?
"Per me è difficile esprimere un giudizio totale. Vero è che le serie hanno una struttura tale per attirare l'attenzione, tenendoti incollato allo schermo. È questione di concezione: con una serie il tempo che si passa a guardarla sembra non sia assaporato. Immagino che si sia entrati in un circolo vizioso, perché senza sarebbe difficile continuare a catturare l'attenzione delle persone".
Se Hollywood le offrisse di dirigere un blockbuster, accetterebbe?
"Sì, ma tutto dipende dal progetto. Con una domanda: cosa dovrei fare? L'obiettivo non è realizzare un film di Hollywood, ma chiedersi cosa voler comunicare, cosa trasmettere al pubblico. Magari è una risposta banale, ma la motivazione per me è fondamentale".