King Kong: un finale profetico per l’ultimo grande film di Peter Jackson

L'analisi del finale di King Kong, il film di Peter Jackson del 2005, che racconta la fine di un percorso da parte del suo autore.

APPROFONDIMENTO di 03/06/2020
Una suggestiva sequenza di King Kong (2005)
Una suggestiva sequenza di King Kong (2005)

Cosa fai quando il tuo ultimo film vince la bellezza di 11 premi Oscar? Peter Jackson non ha mai avuto dubbi in merito e nel 2004 sentì che era giunto il momento di affrontare la sua chimera, il suo sogno nel cassetto che aveva sin da quando aveva 12 anni: realizzare un remake di King Kong, il classico fantasy d'avventura del 1933 diretto da Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack. Accarezzato già nel 1996, salvo poi concentrarsi sulla realizzazione della celebre trilogia ambientata nella Terra di Mezzo, il King Kong di Peter Jackson ha potuto così essere realizzato quasi dieci anni più tardi da un regista sulla cresta dell'onda e aiutato dalle più recenti tecnologie digitali (come il performance capture, essenziale per la resa realistica ed emotiva dello scimmione). Il risultato è un film-fiume di oltre tre ore (l'originale ne durava la metà), strabordante nella messa in scena e nello spettacolo, un vero e proprio sogno di una vita che si materializza nello schermo e che sembra non volersi concludere mai. Kong, il gigantesco gorilla, diventa una metafora del film stesso: enorme e divino, quando cadrà dall'Empire State Building porterà con sé il suo creatore (per una strana coincidenza Peter Jackson è presente in un cameo nel film nel ruolo di uno dei piloti degli aereoplani che danno il colpo di grazia a Kong). Il finale, tragico con la caduta del gigante, ha il sapore amaro della fine di un'era: quella del Peter Jackson più epico e spettacolare che, dopo King Kong, non sarà più in grado di replicare il successo (enorme e straordinario) dei primi anni Duemila.

Pronti per questo viaggio?

Naomi Watts con Adrien Brody in una scena di King Kong
Naomi Watts con Adrien Brody in una scena di King Kong

Già a partire dai titoli di testa, di stampo classico, che richiamano il film originale degli anni Trenta abbiamo un primo indizio sull'operazione di Peter Jackson nell'affrontare l'opera: un remake che omaggia e rende merito a quella pietra miliare del cinema (i più attenti noteranno, nel corso del film, un sacco di riferimenti e memorabilia appartenenti al film del '33) e con la sensazione di trovarsi di fronte a un kolossal di proporzione epiche. Quarto film consecutivo di Jackson a sfiorare (e superare) le tre ore nella versione cinematografica, e quarto film consecutivo ad avere un'ancora più lunga versione estesa (si arriva a ben 3 ore e 20 minuti) in home video, King Kong si separa sin da subito dal conciso e sintetico film originale per aggiungere complessità e materiale narrativo. Le tre ore del film corrispondono (quasi) equamente alle tre ambientazioni del film: la partenza e il viaggio verso Skull Island; l'avventura nell'isola, i pericoli da affrontare e la cattura di Kong; il ritorno a New York e il gran finale. Il film abbraccia il punto di vista di Ann Darrow (Naomi Watts), un'attrice di vaudeville in disgrazia che, quasi per caso, viene scelta dal regista Carl Denham (Jack Black), un personaggio che richiama Orson Welles, come protagonista femminile del suo misterioso film. Quando Ann salirà sulla nave che porterà la troupe e l'equipaggio a sud-ovest di Sumatra, su un'isola non segnata sulle mappe, avrà risposto implicitamente alla domanda che le viene posta: "Pronta per questo viaggio, miss Darrow?". E sarà un viaggio pericoloso e lungo, pieno di mistero, azione e avventura, un viaggio che cambierà la vita dell'attrice e del resto dei personaggi. Salendo su quella nave siamo pronti anche noi spettatori: non vediamo l'ora di scoprire l'isola (inizieremo ad addentrarci nella sua giungla popolata da dinosauri, insetti giganti e altre creature strane solo dopo un'ora e quarto di film), non vediamo l'ora di conoscere Kong.

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Una storia di solitudine e empatia

Empatia Kong
Una scena di King Kong

Conosciamo tutti la storia di King Kong: la bella attrice viene rapita da Kong sull'isola; dopo varie disavventure verrà salvata e la bestia catturata; diventato un'attrazione per i ricchi della città, Kong fuggirà sulla cima dell'Empire State Building prima di venire attaccato da uno squadrone di aeroplani e morire cadendo al suolo. La differenza sostanziale tra l'originale e questo remake sta nel rapporto che si crea tra la bionda umana e la grande scimmia. Nell'originale Kong è solamente curioso di Ann e la usa come un trofeo. L'indimenticabile Fay Wray passa gran parte del film a urlare terrorizzata chiusa come un oggetto tra le mani del gorilla. Naomi Watts, invece, porta sullo schermo un'Ann Darrow diversa, capace in qualche modo di relazionarsi con la scimmia e a mettere in discussione il machismo di Kong (il rapporto si crea quando lei riesce a ferirlo con la collana di ossa), il terrore lascerà spazio all'empatia. Il performance capture di Andy Serkis che dà occhi ed espressioni a Kong fa intravedere un personaggio tridimensionale e tragico. In un film così enorme, nella durata e nella messa in scena, i dettagli hanno molta importanza e, in una delle ultime scene ambientate nell'isola, possiamo vedere come la caverna in cui si rifugia Kong sia un cimitero di gorilla: le ossa dei suoi antenati e della sua famiglia giacciono lì rendendo di fatto Kong l'ultimo sopravvissuto della sua specie, un essere solitario destinato a scomparire. Come tutta l'isola che, piano piano, sta sprofondando nelle acque dell'oceano portando con sé tutte le meraviglie preistoriche che la popolano. L'incontro con Ann è un incontro tra due anime solitarie che si riconoscono nella loro condizione esistenziale.

Non c'è bisogno di parole

Parole Kong
Una scena di King Kong

Arrivare al cuore del film attraverso la tecnologia, farlo così bene da non aver bisogno di dialoghi e parole. Il finale del film è una lunga sequenza muta di circa mezz'ora dove sono gli occhi a parlare, che non necessita di altro se non delle immagini, un vero e proprio inno al potere del cinema e alle sue proprietà primordiali. King Kong diventa quindi un film sul cinema stesso, sulla sua grandezza e sulla sua spettacolarità. L'ossessione di Carl Denham (con tutte le dovute differenze morali) è la stessa ossessione di Peter Jackson desideroso di catturare e imprimere su pellicola l'ottava meraviglia del mondo (e, contando la trilogia tolkeniana come un unico corpus, curioso che questo King Kong sia proprio l'ottava fatica del regista). Se Kong è il potere del cinema, la sua morte ha il sapore tragico della fine di un'era. La sua caduta dal punto più alto della città sembra presagire la fine di un certo tipo di blockbuster (non abbiamo più visto un film d'avventura vecchio stampo di queste proporzioni) e il futuro del suo creatore. Dopo King Kong, infatti, Peter Jackson non è più riuscito a raggiungere gli apici di questo cinema bulimico e spettacolare che l'ha reso uno dei più grandi cineasti viventi. L'intimità di Amabili resti e il ritorno poco sentito e confuso alla Terra di Mezzo con la trilogia de Lo Hobbit mostrano un regista che sembra aver portato tutto ciò che desiderava sullo schermo. Come il personaggio di Denham, poco considerato prima di avere la sua rivincita tornando in città con Kong, partendo dai piccoli film splatter a basso budget, Peter Jackson ha rivoluzionato il genere fantasy e il cinema hollywoodiano. E una volta catturata la grande scimmia, il grande sogno, non rimane altro che osservare un corpo inerme disteso sulla strada. Generalmente sottovalutato e considerato troppo lungo, il King Kong di Peter Jackson è invece l'ultimo grande film del regista neozelandese, un progetto del cuore che come tutte le storie d'amore tragiche ed emozionanti si conclude con un sacrificio, il cuore spezzato da un viaggio indimenticabile.

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